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BIPEDIA 22.5
Note preliminari sulla sopravvivenza attuale dell’Homo neanderthalensis : analisi tecnica e teorica delle fotografie a colori dell’Homo pongoides Heuvelmans
PAR LORENZO ROSSI & PASQUALE SAGGESE

jeudi 27 novembre 2003


 L’Homo neanderthalensis, con ogni probabilità specie umana a sé stante, non si incrociò mai con i cro-magnon : ne fu invece schiacciato, perdendo la battaglia della sopravvivenza principalmente per due svantaggi adattativi : in primo luogo le minori potenzialità culturali, la cultura dei neanderthal, detta mousteriana, pur se complessa e "mentale", soprattutto nei risvolti animisti, appare molto arretrata, quando confrontata con quella dei cro-magnon. Si tratta di una cultura poco dissimile da quella del paleolitico inferiore, che consta nelle sue accezioni manifatturali di arnesi rozzi, quali amigdale, schegge di selce, punte, raschiatoi e bulini. L’uomo di cro-magnon esordì invece con un arma micidiale : la lama di selce. Affilate come rasoi, queste armi stavano alle schegge dei neander come l’era atomica sta a quella dei cannoni.
 Seconda ragione della minore adattabilità dei nostri cugini del paleolitico medio, è che il paleolitico medio, ad un certo punto, finì... E con lui il freddo della glaciazione di Wurm.
 Quando si confrontino i resti di protoneanderthaliani con quelli di tardo neanderthaliani, risulta paradossale rilevare che -tra i due- gli ultimi appaiono quelli più "primitivi".
 L’evoluzione, pur se perfetta nella sua logica globale, quando vista col microscopio, analizzandone i dettagli, appare macchiata da apparenti illogicità. Uno di questi "strappi" interessò proprio i neander, decisamente più "scimmieschi" al tramonto della loro era di quanto non lo fossero all’alba.
 Veri duri della preistoria, questi uomini si adattarono al freddo dei climi estremi. Si adattarono così bene al rigore di quel mondo bianco, da non essere più in grado di tornare indietro.
 Così avvenne, limitatamente ai climi miti, ai neander. Lo scenario dell’Europa stava cambiando in fretta : troppo in fretta perché gli adattamenti metabolici e anatomici di questi strani uomini potessero stargli dietro. Stava succedendo, pur se con le debite restrizioni, quello che due milioni di anni prima era accaduto in Africa, nella Rift valley, tra due tipologie di ominidi : gli australopitechi esili e quelli robusti. Il clima arido per qualche decina di migliaia di anni aveva favorito i secondi, erbivori, più "stupidi", ma più resistenti : vere e proprie macchine da cibo. Passata la fase critica, i secondi, carnivori, scaltri ed organizzati, spazzarono via i robusti, di fatto "potando" un ramo del nostro albero genealogico.
 Frutti di un altro ramo secco, i neander di 50.000 anni fa seguirono i ghiacci in ritirata ( come molti altri animali tra cui stambecchi, camosci e marmotte ), fuggendo allo stesso tempo dai sapiens. La lenta fuga dagli invasori portò gli ultimi neander fin sulle rive iberiche dell’ Atlantico, schiacciati da quegli esseri simili a loro, ma che con ogni probabilità avevano additato, corrisposti, come "diversa umanità" : non ci fu salvezza per loro.
 Di chi scelse di seguire i ghiacci si sa solo che i più sfortunati si ridussero a piccole sacche, che si estinsero per l’eccessiva dispersione. Ma per altri, per i neanderthal siberiani, forse le cose andarono diversamente. L’ambiente della Siberia era ben poco ospitale per i sapiens, medio orientali di origine, e molto, molto vasto. Posto ideale per questi "orsi senzienti", per sparire nell’oblio dei millenni, appena 50, in verità. Troppo pochi per mettere la parola "fine" alla stirpe neander...

 


Minnesota Iceman,
in Heuvelmans, 1993, 3° Millénaire

 

"L’uomo dei ghiacci" del Minnesota.

 Il 12 dicembre del 1968 lo zoologo americano Ivan Sanderson ricevette una curiosa telefonata dal signor Terry Cullen di Milwaukee, che lo informava del fatto che alla fiera annuale dell’International Livestock Exposition’s di Chicago, nel periodo dal 28 novembre al 7 dicembre, un girovago di nome Frank D. Hansen, aveva esposto quello che sembrava essere il cadavere di una sorta d’ominide peloso, conservato all’interno di uno spesso blocco di ghiaccio. Alcuni particolari elencati da Cullen sembravano fare intravedere l’eventualità che il misterioso presunto cadavere non fosse un manichino o un artefatto ricavato ad arte utilizzando parti del corpo di diversi animali, come sono soliti fare alcuni artigiani orientali. Così Sanderson decise di investigare personalmente sull’accaduto avvalendosi dell’aiuto dello zoologo belga Bernard Heuvelmans, che ai quei tempi si trovava negli States, diretto verso il Sud America, per studiarne i mammiferi in via d’estinzione.
 Per tre giorni consecutivi, il 16, il 17 e il 18 dicembre dello stesso anno, Heuvelmans e Sanderson esaminarono scrupolosamente il cadavere, senza però potere estrarlo dalla teca di ghiaccio nella quale era contenuto e scrissero un articolo scientifico che fu pubblicato nel bollettino del Royal des Sciences Naturelles de Belgique : le conclusioni di tale articolo sembravano lasciare ben pochi dubbi all’eventualità che il misterioso corpo congelato potesse essere un falso, propendendo nettamente a favore della sua autenticità : di seguito ne riassumeremo i contenuti, per potere dipingere un quadro il più completo possibile di ciò che i due zoologi si trovarono di fronte.
 Il corpo era conservato in un blocco di ghiaccio rettangolare chiuso in una teca di vetro e risultava soltanto parzialmente visibile per due importanti ragioni : per prima cosa una considerevole sezione di ghiaccio si era ricristallizzata in lastre opache, mentre in secondo luogo c’era una consistente emanazione di gas proveniente dal cadavere, espulso tramite gli orifizi ed i pori della pelle. Questo rendeva difficile ispezionare i dettagli, tuttavia, grazie all’utilizzo di potenti faretti diretti alla base del blocco, il corpo si rendeva visibile molto più chiaramente e ciò ne permise una sua successiva ricostruzione grafica. Il cadavere era alto circa 180 cm, in stato di putrefazione ed impregnava l’aria di un odore acre, tipico della carne dei mammiferi in disfacimento. Il volto della creatura possedeva una pelle giallastra, ed era relativamente privo di peluria, fatta eccezione per una traccia di peli che correvano lungo il labbro superiore, ma più simili alle vibrisse dei gatti piuttosto che a dei veri e propri baffi. Attorno alla bocca vi erano una serie di pieghe e rughe dall’aspetto estremamente naturale, che colpirono molto i due ricercatori. Da un lato erano visibili due piccoli denti, il canino superiore destro ed il primo premolare, che non avevano caratteristiche scimmiesche. Le cavità oculari apparivano inaspettatamente rotonde e grandi, ma i globi erano fuoriusciti da esse, Heuvelmans riuscì a scorgerne uno vicino al lato sinistro della guancia della creatura. Dalla cavità oculare sinistra era ben visibile una considerevole fuoriuscita di sangue rosso : ciò poteva dimostrare che il cadavere era stato congelato artificialmente, dopo l’uccisione dell’esemplare in vita. Il naso era la caratteristica più insolita del volto, rivolto verso l’alto come quello di un cane pechinese, con due grosse narici perfettamente rotonde poste in direzione del piano generale del volto. Altri particolari della testa non erano ben visibili, poiché solo la faccia emergeva chiaramente dal ghiaccio. Il torace era massiccio, di una curiosa forma a barile, dotato di spalle larghe e si assottigliava soltanto in prossimità delle anche e non della vita. Non c’erano tracce evidenti di muscoli pettorali ed i capezzoli erano piuttosto distanti e posti ai lati. Il collo era soltanto abbozzato, soltanto pochi centimetri ricoperti da peli, nonostante la testa fosse rivolta all’indietro. La peculiarità più insolita era però rappresentata dalla conformazione e dall’allineamento delle clavicole : diversamente dagli esseri umani, erano rivolte verso l’alto ed entravano in contatto sopra il collo, di modo che, osservandolo dal basso verso l’alto, il torace appariva grasso e rigonfio come quello di un’oca. Le braccia sembravano massicce, ma dovevano essere in realtà piuttosto snelle, perché ricoperte da un fitto pelame più lungo di quello visibile nelle restanti parti del corpo. Il braccio sinistro, curiosamente piegato al di sopra della testa, presentava un’evidente frattura dalla quale era fuoriuscito del sangue. Le mani rappresentavano la più evidente ed insolita caratteristica morfologica del campione, lunghe 30 cm e larghe 18, con il dorso ricoperto da fitta peluria. Gli elementi più caratteristici erano i pollici, che apparivano totalmente all’opposto di quelli degli esseri umani : esili e piuttosto lunghi, sembravano assottigliarsi in prossimità dell’unghia piuttosto che espandersi, le dita erano inoltre poco differenziate e quasi tutte della stessa lunghezza. Le gambe apparivano ricoperte da fitto pelame che ne nascondeva i dettagli e l’effettiva robustezza, le ginocchia erano prominenti, ricoperte da pelame molto corto e rado, erano rosee e dotate di una rotula tipicamente umana. I piedi, larghi 20 centimetri, sembravano sproporzionati rispetto alla loro lunghezza, che non poté essere misurata con precisione. Le dita, incredibilmente, avevano tutte le medesime dimensioni, tanto che non apparivano vistose differenze nemmeno tra il mignolo e l’alluce, che non era opponibile. La pianta del piede era di colore rosa e possedeva una sorta d’appendici bulbose, le unghie apparivano giallastre.
 Una descrizione generale della disposizione dei peli dell’esemplare non fu possibile per due importanti ragioni, per prima cosa soltanto un terzo di questi erano chiaramente visibili attraverso il blocco di ghiaccio, questa porzione fortunatamente, apparteneva alla parte frontale della creatura, in secondo luogo, le tracce dei peli erano molto elaborate. Un elemento interessante era la distanza dei follicoli, che i due ricercatori cercarono di misurare nel modo più preciso possibile, operazione resa ardua per via della distorsione causata dal ghiaccio. Tale distanza fu stimata attorno ai 3-4 millimetri, ma sulla cassa toracica e sulla parte superiore della pancia si faceva più ampia. Circa l’aspetto estremamente peloso delle braccia, gli autori credettero che non fosse dovuto ad una maggiore vicinanza dei follicoli quanto all’estrema lunghezza dei peli che le ricoprivano, il colore dei quali, appariva nero, marrone scuro. Heuvelmans e Sanderson concludevano le loro ricerche affermando che, nonostante non ce ne fosse l’assoluta certezza, il corpo contenuto nel sarcofago di ghiaccio doveva appartenere ad una sorta di scimmia antropomorfa o ad una specie d’ominide, ma d’altro canto non presero mai seriamente in considerazione la possibilità di avere avuto a che fare con un imbroglio.
 Per prima cosa considerarono l’ipotesi che potesse trattarsi di un artefatto, ricavato unendo tra loro parti di un corpo umano e d’altri animali. Alcuni particolari anatomici come le mani ed i piedi però, non potevano provenire da nessun animale conosciuto ed inoltre il presunto artista, avrebbe dovuto inserire nelle carni qualche milione di peli prima che queste si putrefacessero e venissero conservate nel ghiaccio. Inoltre, nonostante il cadavere presentasse numerose caratteristiche e particolari riscontrabili ora negli esseri umani, ora nelle scimmie, questi possedeva anche alcuni elementi assolutamente inediti che nessun autore aveva mai concepito prima nelle ricostruzioni tradizionali degli uomini primitivi ; la cosa fece escludere la possibilità che potesse trattarsi di una sorta di modello in lattice per un utilizzo teatrale o cinematografico. Comunque sia, lo stesso Hansen affermò di avere commissionato nell’aprile del 1967, da parte di due distinte compagnie specializzate nella costruzione di manichini, ben due modelli fabbricati in cera, o lattice e peli d’orso, perché non si sentiva sicuro della salvaguardia dell’originale. Ciò indusse i ricercatori dello Smithsonian Institution a credere che anche il soggetto esaminato da Heuvelmans e Sanderson fosse un manichino realizzato in lattice e peli, e che in realtà i presunti manichini commissionati ed il soggetto originale fossero, di fatto, la stessa cosa. A complicare ulteriormente il quadro generale, si aggiunse il fatto che nel maggio del 1969, Hansen esibì ufficialmente quello che presentò come uno dei presunti manichini, che effettivamente mostrava a prima vista varie differenze dal soggetto originariamente studiato da Heuvelmans.
 Nel suo libro sull’argomento, pubblicato nel 1974 con il titolo "L’Homme de Néanderthal est toujours vivant" ( l’uomo di Neadertal è sopravvisuto ), scritto in collaborazione con lo storico russo Boris Porchnev, Heuvelmans ha ampiamente discusso di queste apparenti differenze esibendo a riguardo svariate fotografie. La tesi dello zoologo belga, è che in realtà Hansen si fosse semplicemente limitato a disciogliere ulteriormente il ghiaccio che ricopriva il cadavere per poi ricongelarlo, e che il soggetto all’interno della teca fosse quindi sempre lo stesso. Le fotografie scattate successivamente si presentano infatti più nitide per quanto concerne la visibilità dei particolari, a prova che lo strato di ghiaccio doveva essersi necessariamente assottigliato. I particolari più impressionanti riguardano però i cambiamenti nella posizione della bocca, vistosamente più aperta che in precedenza e mostrante un numero maggiore di denti. Secondo Heuvelmans i movimenti della bocca erano stati apportati da Hansen in seguito allo scioglimento del ghiaccio e questo particolare rafforzava ancora di più le ipotesi circa l’autenticità del reperto, inoltre aveva appurato che le rughe della pelle, i nei e le piccoli cicatrici si trovavano ancora al loro posto. Nonostante la pessima pubblicità che Hansen si premurò con tanta cura di fare ottenere alla sua esibizione, ( i cartelli della sua ultima esposizione riportavano la dicitura "Creatura siberiana artefatta, tale quale a quella sotto inchiesta dall’FBI" ) il professor Murrill, del dipartimento di Antropologia dell’Università del Minnesota, decise di esaminare di persona il tanto controverso presunto cadavere. Come Heuvelmans e Sanderson prima di lui, rimase impressionato a tal punto da offrire ad Hansen un’elevata somma in denaro per acquistare il reperto per conto della sua Università. Hansen però, decise all’improvviso di fare scomparire per sempre il cadavere, impedendone così ogni successiva analisi, cosa che non giovò affatto sulla sua possibile autenticità. Assolutamente spiazzati, Sanderson ed Heuvelmans, che avrebbero voluto eseguire su di esso un esame ai raggi X e prelevare campioni di sangue disciolto nel ghiaccio per effettuare delle analisi, rimasero comunque fermamente convinti della genuinità del reperto, a loro avviso una sorta d’uomo di Neandertal attuale, altamente specializzato, ribattezzato Homo pongoides. Poteva provenire dalle foreste del Vietnam, dove fu ucciso con un colpo di fucile alla testa, che gli fece saltare i globi dalle orbite. Da qui fu importato clandestinamente in America, probabilmente rinchiuso in un sacco per il trasporto dei cadaveri : con questa procedura, verso la fine degli anni ’60, era nato un fiorente contrabbando di partite d’eroina, nascosta all’interno dei sacchi trasportati dagli aerei militari americani... Hansen avrebbe quindi rifiutato ogni successiva analisi per paura di essere vittima di qualche azione legale nel caso in cui il cadavere da lui esposto si fosse rivelato autentico.
 Dopo questi avvenimenti, specialmente in virtù del fatto che il corpo originale non fu conservato, l’opinione della scienza ufficiale fu che tutta la faccenda non era altro che una truffa ben congegnata e che Sanderson ed Heuvelmans, coinvolti loro malgrado, erano stati abilmente ingannati. La faccenda dell’"uomo dei ghiacci del Minnesota", come venne ribattezzato dalla stampa, dopo avere inizialmente attirato su di sé l’interesse generale, si spense poco a poco fino a non lasciare quasi più traccia : sarebbero infatti trascorsi quasi trent’anni prima dell’inaspettato arrivo di nuovi ed interessanti sviluppi.

 Nel 1996 lo storico e antropologo australiano Helmut Loofs-Wissowa, si trovava nelle regioni montagnose di frontiera tra il Viet-Nam e il Laos, da dove, sin dagli anni ’60, gli erano giunte all’orecchio notizie circa l’esistenza di presunti "gorilla". Giunto con la sua spedizione presso il piccolo villaggio di Bon de Ban Kador, poté fare la conoscenza del capo, un certo M. Boualien. Vennne così a sapere che questi gorilla erano chiamati briaou ed avevano l’abitudine di abitare le grotte calcaree di montagna. Per tracciare un identikit della misteriosa creatura, Wissowa aveva portato con sé numerose schede raffiguranti tutte le principali scimmie antropomorfe, gli ominidi preistorici e la ricostruzione in base alle fotografie, dell’Homo pongoides di Heuvelmans. Tutti gli intervistati, senza alcuna eccezione, indicarono quest’ultimo come il più somigliante al briaou. Tuttavia da molto tempo nelle zone della guerra, a causa dei bombardamenti e della defogliazione, osservare i briaou era diventato molto difficile, anche se, occasionalmente, era possibile ritrovarne i peli nelle cortecce degli alberi e nel sottobosco, che sarebbero di un colore nero tendente a sfumare nel rossiccio. Quattro anni prima lo zoologo catalano Jordi Magraner, collaboratore del Museo di Storia Naturale di Parigi, si trovava in Pakistan settentrionale, nel distretto di Chitral, sulla pista dell’uomo selvaggio locale, il bar-manu. Conoscitore del dialetto del luogo, Magraner intraprese le sue ricerche con metodi estremamente rigorosi, utilizzando un questionario a scelta multipla basato su 63 differenti caratteristiche anatomiche. Tramite questo metodo, tutti i pakistani intervistati associarono il bar-manu all’Homo pongoides, scegliendo tra oltre un centinaio di possibilità, ma le ricerche di Magraner si interruppero tragicamente nell’agosto del 2002, data in cui, durante l’ennesima spedizione sul luogo, fu rapinato e ucciso da una delle sue guide.
 Queste due testimonianze, sebbene lungi dall’essere prove conclusive, sembrerebbero suffragare l’ipotesi di Heuvelmans, secondo cui, in certe regioni remote dell’Asia camminerebbero ancora alcuni ominidi relitti superstiti di un tempo lontano.

 

Esame delle immagini originali a colori.

 Il 18 marzo 2002, grazie all’estrema disponibilità del Dr. Olivier Glaizot, ebbi il privilegio di potere accedere agli archivi iconografici di Bernard Heuvelmans custoditi presso il Museo Zoologico di Losanna per esaminare le fotografie a colori scattate al reperto e rimaste inedite sino ad oggi, sperando di ricavare da esse qualche indizio utile per la ricerca. Il passo successivo fu quello di consegnare il materiale ad un professionista nel settore degli effetti speciali, Gaetano Paolocci per la Special Effects Creatures Studios, al quale fu chiesta una relazione tecnica qui riportata nei punti maggiormente indicativi e furono esposte una serie di domande :

 In premessa ci sembra doveroso sottolineare la mancanza di un esame diretto da parte nostra, seppure solamente visivo, dell’elemento da analizzare.

 Leggendo le descrizioni fatte dalle autorevoli e diverse persone coinvolte nei vari esami del presunto cadavere troviamo interessanti precisazioni circa l’esatta interpretazione muscolare-ossea, quindi anatomica e la stessa natura e disposizione della peluria sembra essere stata oggetto di valutazione come noi stessi avremmo proposto.
 Sappiamo come possa risultare evidente la differenza risultante tra le varie riproduzioni sintetiche e l’originale ; certamente quest’ultimo - se falso - è comunque da considerarsi un’opera d’arte a giudicare anche da quanti ne hanno preso visione e con quali conclusioni.

 Ad una prima valutazione, saremo propensi ( con tutta la precarietà dei documenti a nostra disposizione ) ad esprimerci favorevolmente per l’ipotesi di verità anche se basata su elementi diversi rispetto quelli che abbiamo letto essere stati a favore del "vero".

 Pensiamo, piuttosto che alla facile riproduzione dei gas della putrefazione, alla scarsa probabilità che in quel tempo si potessero raggiungere simulazioni così veritiere ed a quali costi.
 Valutando che al mondo ci sarebbero state una o due persone in tutto in grado di riprodurre tali e tanti particolari così ben descritti nell’articolo e sinceramente tra i fondamentali da prendere in considerazione per poter esprimere un giudizio sul presunto cadavere, riteniamo poco probabile l’ipotesi di un’attenta ricostruzione.

 L’esperienza e l’analisi del settore artistico-cinematografico mondiale che abbiamo operato in ventidue anni di attività in Europa ed in America, la conoscenza di allora dei materiali idonei alla riproduzione della pelle umana, delle tecniche di implantologia della peluria, della reperibilità dei vari capelli, peli, l’applicazione alle ricostruzioni museali, alle attrazioni dei grandi parchi a tema o alle performance del trucco degli effetti speciali - argomento che da vicino è stato oggetto di evoluzioni per sostanze impiegate e risultati oggettivamente e progressivamente migliorativi di quanto al mondo ( nei vari settori ) poteva esistere - ci fanno pensare alla non-probabiltà che si tratti di una ricostruzione.
 Tenendo presente che preferiamo esprimerci in questi termini anziché dichiarare l’evidenza ( oggi non costatabile ) di un falso come è stato fatto tempo fa da alcuni nostri rispettabilissimi colleghi - premi oscar cinematografici - che contattati ad esprimere giudizi in casi analoghi, hanno dichiarato trattarsi di "falsi"con valutazioni - a distanza - come in questo caso, per far notare - ostentando così la loro bravura - che anch’essi avrebbero potuto ricostruire quello che in quel momento era al centro dell’attenzione di tutti i media.

 Veniamo alle domande ed in ordine alle risposte.

- Era possibile realizzare un manichino del genere nel 1960 ? ( considerando non soltanto la realizzazione del manichino, ma anche il suo congelamento in un blocco di ghiaccio e la sua conservazione all’interno di una teca frigorifera )

 Negli anni sessanta non crediamo possibile una realizzazione così minuziosamente ricca.

- Quale sarebbe stata, indicativamente, la spesa ed i tempi di lavorazione per creare un soggetto del genere negli anni 60 ? E al giorno d’oggi ?

 In quegli anni la spesa era similare a quella per le realizzazioni cinematografiche e/o museali, ma non riferibile a quelle particolarità che ne avrebbero decuplicato gli importi.
 Al giorno d’oggi, ci dobbiamo riferire al cachet dei singoli artisti e non solo cinematografici, pertanto spaziamo dai 10.000 euro - manichino non articolato - ( improbabili per una realizzazione così capillare e ricca di trapunte e di dentizione ) in poi, fino a cifre condizionate da fattori estranei all’artista come premi oscar o riconoscimenti scientifici tali da far lievitare i prezzi in maniera immaginabile.

- Durante il periodo in cui il reperto fu esibito negli States, sparì per qualche tempo, e quando ritornò ad essere esibito presentava varie differenze : per prima cosa il ghiaccio era meno spesso ed erano visibili più particolari, tra cui spicca il fatto che la bocca della creatura, mentre prima era chiusa, in seguito era aperta e mostrava anche i denti. Era possibile realizzare un manichino con quelle caratteristiche al quale fosse anche possibile aprire e chiudere la bocca ? E’ possibile che possa trattarsi di un manichino che possedesse diverse teste di ricambio ? In caso contrario sarebbero stati realizzati non uno, ma ben due manichini del soggetto, operazione che sembra priva di utilità...

 Non crediamo ipotizzabile in un’unica struttura artificiale, in quegli anni, una capacità modificativa delle espressioni tale da non far tradire la sinteticità della struttura.
 Oggi sarebbe difficile ma possibile.
 Sarebbe più logico pensare a più realizzazioni artificiali, oppure ad una sola seconda riproduzione con delle differenze dell’originale autentico.
 Oppure ad un vero originale avente, una volta parzialmente scongelato ( per forze esercitate esternamente ) mutate le espressioni della bocca o posizioni della testa e delle mani.
 Comunque condizionamenti delle articolazioni dall’esterno - per quanto possibile - ma non intendiamo di quelle espressioni dovute alla contrazione od estensione dei muscoli.

- In quale modo si può realizzare il particolare effetto del ghiaccio che caratterizzava quello nel quale era contenuta la creatura ? Nella fattispecie l’opacità tipica dell’effetto dei gas putrefattivi della carne in disfacimento ?

 Nel ghiaccio, come detto, può essere simulato l’effetto dei gas della putrefazione ed anche assoggettarli ad analisi.

- Qual è la vostra opinione sul soggetto delle fotografie ? Nel caso si trattasse di un manichino come giudicate la sua realizzazione ?
 Esaminando le immagini e leggendo il dossier allegato, credete che possa trattarsi in realtà di un cadavere autentico ?

 In ultima analisi si tratta di un vero ma che non esclude l’ipotesi di un insieme di parti anatomiche ( prelevate ed assemblate abilmente ) da vari diversi individui.

 

Circa ilperché- tra le tante -l’attribuzione "Homo neanderthalensis" risulta la più probabile, quando riferita all’ "Homo pongoides".

 Osservando con attenzione le fotografie dell’esemplare ( per quanto esecrabile sia l’appellativo "esemplare", trattandosi, tutto sommato, di un uomo ) la prima dissonanza rispetto al modello umano di riferimento, per altro simile, che se ne evince è la morfologia del tronco, le cui costole ed il cui cinto scapolare, invero strano per morfologia, riconducono ad un barilotto. A primo acchito, si è tentati di attribuire la bizzarra prerogativa ad una malformazione compatibile con la vita, magari grazie ad un livello evoluto di socialità che preveda l’assistenza degli infermi, o solo perché non particolarmente limitante. In realtà, attribuendo il criptide ad un contesto ambientale estremo, ma soprattutto rigido per condizioni climatiche, questa prerogativa muta in vantaggio adattativo almeno per due motivazioni. In primo luogo perché un tronco siffatto, unitamente ad un corpo massiccio, conserva il calore accumulato molto più di quanto non ne faccia uno con morfologia "standard". E’ noto infatti che, quanto più una forma è riconducibile ad una sfera, tanto più il suo rapporto superficie/volume è piccolo. Quindi il tronco dell’Homo pongoides, quando confrontato con uno "standard" di volume paritario, offre meno superficie ai climi rigidi, e quindi dissipa meno calore nell’unità di tempo. Questo vantaggio adattativo è descritto in letteratura come omeotermia inerziale, e permette di risparmiare giornalmente molte chilocalorie, altrimenti destinate al catabolismo endotermico, in altre parole bruciate per scaldarsi, alla stregua di un ceppo di legno. Tutto del criptide, compresa la testa "a caschetto" gli arti tozzi e la sagoma massiccia, è disegnato per dissipare la minor quantità possibile di calore. Questo è un vantaggio enorme, in un mondo arido di risorse, dove economizzare anche solo qualche energia fa la differenza tra il sopravvivere ed il soccombere. Seconda presunta morfofunzionalità di un tronco a barilotto è quella di ospitare organi interni, specialmente i polmoni, molto grandi, quando messi in proporzione con le dimensioni del criptide. Capire quale vantaggio porti ciò è cosa facile : in alta montagna l’aria è rarefatta. In più, da presunti cacciatori quali questi uomini sono, avere buone riserve di ossigeno aiuta molto, nell’ottica delle lunghe marce forzate dietro i branchi di prede. Avere grandi polmoni implica avere adeguate vie aeree superiori : ecco spiegata la struttura delle narici, rotonde ma soprattutto molto grandi, per permettere atti respiratori adeguati per volume di inalato.
 Altra bizzarra caratteristica dell’uomo sotto ghiaccio sono i piedi, enormi, sproporzionati, quando messi a confronto con la sagoma nella sua interezza. Ben 20 centimetri in larghezza ! Inoltre le dita sono anomalamente lunghe e lunghe uguali, mentre il plantare presenta appendici bulbose.
 A che pro questa assurdità ? Eppure ogni carattere descritto si innesta perfettamente nel contesto che stiamo delineando per il criptide : in primis la larghezza, vere e proprie racchette da neve, questi piedi permettevano ai pesanti uomini di camminare agevolmente anche sulla neve fresca. Le dita lunghe, probabilmente più indipendenti tra loro e meglio coordinate a livello centrale di quanto non siano le nostre, consentivano al primate di gestire prese sicure su terreni rocciosi, mentre le appendici bulbose conferivano, unitamente all’ampiezza della pianta, l’aderenza necessaria per affrontare superfici estreme quali quelle dell’alta montagna. Ultimi dettagli : si tratta di un primate a pelo lungo, dotato di forte muscolatura, anche facciale, caratteristiche queste sulle quali appare inutile dilungarsi. Il mosaico è completo. Emerge il profilo di un essere molto simile all’uomo moderno, le cui dissimilitudini sono tutte, spiegabili con un adattamento ad un ambiente rigido. Un modello di uomo "glaciale" già c’è : lo conosciamo da svariati decenni, dal tempo in cui taluni creazionisti attribuirono un cranio amorfo ritrovato in una grotta ai resti di un ussaro deforme dato per disperso durante le battaglie napoleoniche... si tratta dell’uomo di Neanderthal. Le possibilità a disposizione per identificare il criptide si riducono quindi a due : o siamo di fronte ad una linea umana nuova, così nuova da non aver lasciato traccia nella memoria fossile del mondo, oppure ci siamo imbattuti in un esemplare di Homo neanderthalensis, relitto dell’ultima glaciazione, ma detta in termini rigorosi, una omologia è molto più probabile di una analogia. Questo assioma sta alla base di tutti gli alberi filogenetici. La nostra attribuzione non si limita però ad esso, ma si rinsalda su altre plausibilità. In primo luogo la morfologia del criptide ben si adatta a quella suggerita dalle ossa neander fossili giunte a noi dal tardo pleistocene. Inoltre nuove scoperte delle suddette ossa accorciano ad appena trentamila anni la distanza temporale tra noi e loro : un lasso di tempo ragionevolmente breve. E’ notizia dell’altro ieri la scoperta di gruppi etnici assolutamente sconosciuti, isolati dai tempi del neolitico da barriere naturali insormontabili ( o deliberatamente insormontate ), per non parlare di alcune specie animali, rappresentanti della fauna pleistocenica, a più riprese osservate in vita...
 Perchè allora non supporre la sopravvivenza di sacche isolate di neanderthaliani in Asia ? Per quanto improbabile possa apparire, nel tentativo di spiegare il criptide, questa ipotesi offre meno punti deboli di una supposta tardiva ( e rapidissima ) speciazione da pressione selettiva occorsa al genere umano.

 

BIBLIOGRAFIA :

FOLEY Robert, ( Humans before Humanity, Balckwell 1997 )

HEUVELMANS Bernard, Boris PORCHNEV ( L’Homme de Néanderthal est toujours vivant, Plon 1974 )

MAGRANER Jordi, ( Les Hominidés reliques d’Asie Centrale )

PAOLOCCI Gaetano, per la Special Effects Creatures Studios, ( Homo pongoides : analisi della documentazione e conclusioni )

ROSSI Lorenzo, ( I clandestini dell’arca : l’enigma degli animali misteriosi )
http://www.criptozoo.com/

 

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