Site miroir du Centre d’Etude et de Recherche sur la Bipédie Initiale
Page d'Accueil Accueil
Plan Plan
Résumé Résumé
Statistiques Statistiques
Comment rédiger ? Comment rédiger ?
Quoi de neuf ? Quoi de neuf ?
Pourquoi ce site ? Qui sommes-nous ? Pourquoi ce site ? Qui sommes-nous ?
1) Théorie de la Bipédie Initiale, Theory of Initial Bipedalism, Die Theorie der URSPRÜNGLICHEN ZWEIFÜSSIGKEIT Théorie de la Bipédie Initiale, Theory of Initial Bipedalism, Die Theorie der URSPRÜNGLICHEN ZWEIFÜSSIGKEIT
2) BIPEDIA BIPEDIA
   - BIPEDIA n° 1
   - BIPEDIA n° 2
   - BIPEDIA n° 3
   - BIPEDIA n° 4
   - BIPEDIA n° 5
   - BIPEDIA n° 6
   - BIPEDIA n° 7
   - BIPEDIA n° 8
   - BIPEDIA n° 9
   - BIPEDIA n° 10
   - BIPEDIA n° 11
   - BIPEDIA n° 12
   - BIPEDIA n° 13
   - BIPEDIA n° 14
   - BIPEDIA n° 15
   - BIPEDIA n° 16
   - BIPEDIA n° 17
   - BIPEDIA n° 18
   - BIPEDIA n° 19
   - BIPEDIA n° 20
   - BIPEDIA n° 21
   - BIPEDIA n° 22
   - BIPEDIA n° 23
   - BIPEDIA n° 24
   - BIPEDIA n° 25
   - BIPEDIA n° 26
   - BIPEDIA n° 27
   - BIPEDIA n° 28
3) Téléchargement de BIPEDIA en PDF Téléchargement de BIPEDIA en PDF
4) Liens Internet Liens Internet
   - Cryptozoologie
   - Hominologie
   - Paléoanthropologie
Site réalisé avec BioSPIP
Ce site est optimisé pour tous les navigateurs qui respectent les normes internet !
Retour à la page d'accueil  BIPEDIA  BIPEDIA n° 26

BIPEDIA 26 - 5
ALL’OMBRA DELLE SUGHERE
DI SANDRO D’ALESSANDRO

lundi 17 septembre 2007


 

A Gabriella, Francesco, Angelo.

 

«  C’era un colle, e sul colle una radura pianeggiante che germogli d’erba coprivano di verde. Non c’era ombra in quel luogo, ma quando il divino poeta vi venne a sedere e trasse dalla lira un accordo, l’ombra lì si diffuse : apparve l’albero della Caonia, e con quello il bosco delle Elladi, il rovere svettante, i tigli flessuosi, il faggio, il vergine alloro, le fragili avellane, il frassino che serve per le lance, l’abete senza nodi, il leccio appesantito dalle ghiande, il platano fastoso, l’acero di diversi colori, e insieme a loro i salici di fiume, il loto d’acqua, il bosso sempreverde, le tenere tamerici, il mirto di due colori e il timo con le sue bacche azzurre. »

OVIDIO - Metamorfosi

Tutte le foto sono dell’autore

 

*************************

 

S O M M A R I O

 

I - ALCUNE EVIDENZE ECOLOGICHE

1 - "Nulla si crea e nulla si distrugge"

2 - Specialisti, generalisti e varietà del corredo genetico : evidenze a livello ecologico

 a) specialisti

 b) generalisti

3 - I generalisti più intelligenti : l’adozione di modelli "culturali"

4 - Fuga nel tempo, fuga nello spazio

5 - L’introduzione accidentale o intenzionale di esseri viventi in nuovi ambienti

 

II - LO STRANO CASO DELLE SUGHERE BRINDISINE

6 - "Esistono più cose in cielo e in terra, Orazio..."

7 - La Sughera del Brindisino : aspetti ecologici

8 - Il discostamento delle Sughere brindisine dalle caratteristiche tipiche della specie : un tentativo di spiegazione in termini genetici

9 - l’areale della Sughera : alcune considerazioni di carattere ecologico

10 - Sughere brindisine : una breve, anzi brevissima, descrizione delle piante nel loro ambiente

 

III - L’IMPOVERIMENTO DELL’INFORMAZIONE CONTENUTA NEI GENI

11 - « Moi, j’évolue de façon régressive », ovvero l’impoverimento genetico ( selezione ) come fattore di diversificazione delle specie

 Tab. 1 - Tentativo di collocazione temporale dell’eventuale "mutazione" avvenuta a carico delle Sughere vegetanti nel Brindisino e perplessità conseguenti.

 Tab 2 - Capostipiti selvatici ( nome scientifico e comune ) e forme domestiche derivate ( nomi comune e scientifico )

12 - Il Canis familiaris e la "Variazione allo stato domestico"

 Una digressione sul concetto di "specie" : come una definizione si modifica nel corso del tempo

 Tab. 3 - modificazione della percezione del concetto di "specie" in diverse epoche Storiche

 Rana esculenta, Rana ridibunda, Rana lessonae : un’eccezione, una di quelle che confermano la regola, o... la regola ?

13 - Impoverimento e ri-arricchimento genetico

 

IV - ISOLAMENTO ( ED ALTRI ORIZZONTI )

14 - Il Dodo delle isole Mauritius : come non la selezione, ma la sua assenza, portò a modificazioni nella specie.

 Tab. 4 - Dodo e specie affini : note differenziali

15 - Il Sarago del Mediterraneo : una selezione etologica ?

 Tab. 5 - Pesci del genere Diplodus comunemente presenti nelle acque costiere del Mediterraneo : tabella distintiva

16 - Il Pino d’Aleppo ed il Pino marittimo

 Tab. 6 - Differente risposta dei Pini mediterranei a fattori ambientali di diverso tipo nel piano basale mediterraneo

 

APPENDICE 1 - Le mutazioni genetiche : evidenze sperimentali

 

APPENDICE 2 - impoverimento...... speciazione ? alcuni casi notevoli e, soprattutto, sotto gli occhi di tutti.

 Tabella : caratteristiche differenziali di alcune delle razze bovine allevate in Italia

 

APPENDICE 3 - L’"arcipelago" sistematico del Pino nero

 Tab. I - Classificazione del De Philippis ( 1957 )

 Tab. II - Classificazione del Fukarek ( 1958 )

 Tab. III - Riconoscimento delle forme di Pinus nigra vegetanti in Italia in base di caratteri macroscopici e microscopici

 

BIBLIOGRAFIA

 

Noti

 

*************************

 

I - ALCUNE EVIDENZE ECOLOGICHE

1 . "Nulla si crea e nulla si distrugge".

 Si verificano a volte negli esseri viventi delle modificazioni la cui ampia portata sembra sfuggire ad un paradigma basato su fattori selettivi così come ampiamente descritti in letteratura e come universalmente accettati dal senso comune.
 Possono verificarsi infatti importanti casi di organismi che, trovatisi per un qualsiasi motivo a vivere in zone dalle condizioni ambientali in contrasto anche stridente con le loro esigenze ecologiche, manifestano a volte delle risposte che poco o niente hanno a che spartire con il temperamento per così dire "classico" della specie di appartenenza. E ciò senza che sia lasciato spazio né tempo ai processi usuali di selezione naturale, data l’immediatezza degli adattamenti "di nuovo tipo" richiesti dall’ambiente.
 Infatti le differenze ambientali possono essere, nei territori d’adozione, talmente marcate da apparire, in alcuni casi, nettamente incompatibili con la sopravvivenza stessa degli esseri viventi in questione ( o, quantomeno, da risultare tali sulla base di una rigida previsione di modelli ecologici che, universalmente accettati in merito alle potenzialità delle specie, non possono tener conto di tutta la rosa di imprevedibili risposte di queste ad ambienti molto particolari ).
 E’ un dato di fatto che si vengano così a formare degli ecotipi che, per lo più isolati geneticamente dal resto degli appartenenti alla specie, manifestano dei temperamenti ecologici peculiari, quali non è dato di norma rinvenire in nessun’altra zona interessata dalla presenza della specie stessa. Non di adattamento reale – e pertanto dell’espressione di una strategia adottata come risposta ad hoc al nuovo ambiente ( 1 ) – si tratta, bensì, con ogni probabilità, del ricorso ad una risorsa già insita nel patrimonio genetico della specie stessa.
 Per manifestarsi, una siffatta risorsa non richiede nessun processo graduale e dilazionato nel tempo, perché non prevede – come sarà meglio esposto di seguito - alcuna "emissione" ad hoc di nuovi geni atti a codificare i caratteri richiesti dall’ambiente. Avviene semmai il contrario, ossia un impoverimento genetico e non un arricchimento, consistendo questa "selezione" nel vero senso della parola ( da intendersi cioè come vaglio ) nell’eliminazione dei caratteri meno consoni all’ambiente ! Una tendenza, pertanto, verso una progressiva semplificazione del patrimonio genetico, e non verso un arricchimento di quest’ultimo, fino alla selezione delle sole caratteristiche codificate dai geni, fra quelli già presenti nel genoma della specie, la cui espressione mette gli individui in grado di sopravvivere nell’ambiente.
 Sembra infatti difficile, a tale proposito, che il semplice caso ( 2 ) possa fornire la risposta giusta al momento giusto con la "produzione" ex novo di geni la cui espressione risulti confacente alle caratteristiche ambientali. Già, tanto più che, in situazioni particolarmente "difficili", come quella esposta in questo lavoro - ossia la presenza della Quercus suber in un territorio dalle caratteristiche ritenute classicamente incompatibili, quale quello di Brindisi - ben difficilmente sarà offerta una possibilità d’appello...
 Avviene così nel caso delle popolazioni isolate di esseri di una qualsiasi specie che, vivendo in ambienti non congeniali al temperamento tipico della specie stessa, si trovano a portare avanti la loro esistenza in zone caratterizzate da parametri ambientali poco o per nulla idonei alle loro esigenze, senza che per questo vengano di fatto pregiudicati – o significativamente alterati, rispetto agli standard della specie o della popolazione – i processi vitali tipici delle comunità di viventi ( nascita – crescita – riproduzione – morte ), e senza alcun pregiudizio, sia pure apparente, nei riguardi dell’efficienza della specie all’interno della comunità e dell’ambiente di appartenenza.
 Ciò è notevole, tanto più se si considera che una specie che si trova a vivere in un ambiente non confacente a quello per il quale la specie stessa risulta classicamente più idonea ( 3 ) è inevitabilmente soggetta a tutto quel complesso di interrelazioni le cui trame si instaurano in ogni ambiente con e fra i viventi, e che coinvolgono ovviamente anche quegli organismi che dell’ambiente suddetto sono più tipici. Di più : si instaurano a volte delle relazioni che legano in maniera pressoché univoca, e in alcuni casi addirittura esclusiva, gli individui della specie di "importazione" ad individui di altre specie già consolidate nell’ambiente e tipiche di esso. Un esempio di ciò potrebbe essere dato ad es. dai Licheni che si insediano sui tronchi degli alberi, nei riguardi dei quali essi presentano una netta selettività a livello di specie.

 

Foto 1 - Licheni su tronco di Quercia ( foto scattata nel "Bosco dei Lucci" ).

 

2. Specialisti, generalisti e varietà del corredo genetico : evidenze a livello ecologico

 Le limitazioni che una specie può trovare in un nuovo territorio e la sua maggiore o minore capacità di adeguarvisi dipendono in misura abbastanza lineare dalla capacità di adattamento che ha la specie stessa nei confronti di variazioni dell’ambiente dai parametri che ad essa sono più favorevoli.
 Ciò è espresso molto bene in ecologia, una cui suddivisione degli organismi distingue fra specie "specialiste" e specie "generaliste", di seguito indicate come "specialisti" e "generalisti".

 a) – "Specialisti" – Si tratta di organismi in grado di trarre il massimo profitto dall’ambiente in cui vivono – che può avere anche una limitata estensione geografica –, al quale sono estremamente adattati e dal quale dipendono strettamente. Grazie alla loro estrema specializzazione, l’inserimento di tali specie nel contesto ambientale è molto vantaggioso sia per loro che per lo stesso ambiente : le loro attitudini fanno sì che esse siano in grado di trarre il massimo vantaggio possibile dal territorio in cui vivono ; per contro lo stesso territorio, che appare in tali condizioni molto diversificato, acquisisce una complessità tale da ospitare numerose nicchie ecologiche ben definite, ognuna delle quali è occupata da una categoria di specialisti.
 Le nicchie occupate da tali specie sono ristrette, ed al loro interno gli specialisti svolgono solitamente una funzione ben determinata. Molto spesso le esigenze ecologiche di questi organismi saranno poco varie, occupando essi habitat ben caratterizzati in quanto a substrato, luminosità, andamento climatico ben delimitati e, se si tratta di organismi animali, annettendo nel loro spettro trofico una limitata varietà di alimenti.
 Una caratteristica comune a tutti gli specialisti è quella di essere in possesso di una ridotta plasticità, non riuscendo essi ad adattarsi a variazioni rilevanti dell’ambiente ed anzi traendo molto spesso conseguenze negative da variazioni in qualsiasi senso dell’ambiente stesso.
 Si tratta di organismi in cui probabilmente la variabilità genetica è ridotta, essendo la loro specializzazione dovuta ad una selezione che ha comportato progressivamente l’eliminazione si tutte le informazioni genetiche codificanti caratteristiche non in linea con quanto richiesto dall’ambiente.
 Dall’analisi di organismi di questo tipo possono nascere delle considerazioni interessanti.
 In primo luogo, la loro estrema specializzazione verso un determinato ambiente comporta un limitato vantaggio in ambienti di altro tipo, per cui impone una loro limitata mobilità, da intendersi sia in senso geografico ( in quanto legati a quel ben definito luogo in possesso di quelle ben definite caratteristiche ), che ecologico ( in quanto legati a quel particolare habitat ). Nel caso di habitat frammentati - che sono la regola ai nostri giorni -, o comunque separati da importanti fattori di discontinuità, ciò comporta una limitata capacità di scambio genico con altre popolazioni, e pertanto una limitata possibilità di variazione nella popolazione per "importazione" di nuove caratteristiche legate all’apporto genetico di individui provenienti dall’esterno.
 In secondo luogo, l’inevitabile periodica selezione degli individui per le variazioni dell’ambiente determina un impoverimento progressivo del pool genetico della specie, per cui questa si troverà ad essere "specializzata" verso quel determinato ambiente, ma nello stesso tempo sempre più appiattita sulle caratteristiche ecologiche di questo.
 Le caratteristiche di individui appartenenti a specie cosiddette "specialiste" si dimostrano enormemente meno plastiche di altre specie, cosiddette "generaliste", le quali mostrano un ben più ampio spettro di adattabilità ad ambienti diversi.

 

Fig. 1 - Martora ( Martes martes ), Mustelide specializzato nella predazione in habitat forestali
( illustrazione tratta da
A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. )

 

 Le equazioni di Volterra, che esprimono in termini matematici le fluttuazioni delle popolazioni di prede e conseguentemente di quelle dei loro predatori, sono esplicative in tal senso : dall’osservazione dell’andamento delle sinusoidi che si riferiscono alle rispettive consistenze numeriche nell’arco del tempo, appare ben chiara la stretta relazione fra la consistenza numerica delle prime e quella dei secondi ; tale correlazione è tanto più marcata quanto più il predatore appare specializzato nella predazione di quella preda.
 Il caso limite di un consumatore di II ordine che predi esclusivamente una specie è puramente teorico ; esistono tuttavia alcuni casi di predatori la cui alimentazione deriva in gran parte da un’unica specie.
 Un esempio classico è quello del Gufo delle nevi ( Nyctaea scandiaca ), le cui popolazioni seguono delle fluttuazioni che concordano con molta precisione con quelle del Lemming ( Lemmus lemmus ), loro preda principale.

 b) - "Generalisti" - all’estremo opposto sta la categoria dei "generalisti" : si tratta di organismi che riescono a trarre vantaggio da un ampio ventaglio di situazioni ambientali, riuscendo ad adattarsi a condizioni anche molto diverse.
 La loro adattabilità fa sì che essi possano avvantaggiarsi anche di condizioni ecologiche variate o del tutto nuove senza risentirne in maniera sfavorevole, riuscendo anzi il più delle volte a trarre vantaggio dalle modificazioni ambientali, a scapito degli organismi del primo tipo che, non essendo in grado di fornire una risposta adeguata ad un ambiente che non è più il loro, si ritirano, lasciando a disposizione dei generalisti le disponibilità trofiche che resterebbero altrimenti inutilizzate.
 L’attuale condizione di degrado generalizzato ha favorito le specie generaliste a scapito delle specialiste : quasi ovunque l’ambiente è caratterizzato da un limitato numero di specie, ognuna delle quali caratterizzata da un’elevata consistenza numerica.

 

Fig. 2 - Il Topo domestico ( Mus musculus ), uno dei mammiferi generalisti per antonomasia
( illustrazione tratta da
A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. )

 

 Ciò è spiegabile col fatto che, essendo in grado i generalisti di occupare più di una nicchia ecologica, non sarà necessaria una ben determinata specie per ogni nicchia, ma in tutto l’ambiente ne saranno sufficienti poche, ognuna delle quali, grazie alla sua poliedricità, avrà pertanto non una ma numerose fonti trofiche a disposizione, il che le permetterà in alcuni casi delle vere e proprie esplosioni demografiche.
 Anche analizzando l’ecologia dei generalisti è possibile rilevare alcuni punti interessanti.
 Così, il fatto che essi siano in grado di vivere in svariate condizioni ecologiche ne determina un certo "cosmopolitismo", con possibilità pertanto di scambiare materiale genico anche con organismi conspecifici estranei alla popolazione locale. Si ha in ciò un rimescolamento di sequenze geniche che contribuisce a mantenere alta la variabilità della risposta di tali organismi, i quali risultano molto efficienti nell’affrontare le diverse situazioni ambientali.
 Dall’altro canto, la loro plasticità permette loro di differenziarsi a livello ecologico ed etologico, consentendo alle loro comunità di organizzarsi secondo strutture complesse che potrebbero essere considerate di per sé l’espressione della ricchezza e variabilità della specie a livello genetico.
 Così, un esempio può essere dato dal Lupo, al quale la plasticità comportamentale che è propria della specie consente ad es. di organizzare dei gruppi composti da individui che svolgono compiti ben definiti in fase di caccia ( 4 ). Per contro, il Canis lupus si discosta dalla regola generale che vede il generalista avvantaggiato dalle condizioni di degrado ambientale, in quanto questo, con la progressiva riduzione delle prede "classiche", ha ridotto le possibilità per la specie di procacciarsi cibo, riducendola in alcuni casi a diventare predatrice di animali domestici ( fatto, questo, che ne ha concorso nel determinarne la riduzione numerica in seguito alle campagne di abbattimento organizzate in passato dagli uomini a tale proposito ).
 Una tale suddivisione di compiti a livello individuale non sembrerebbe esistere in maniera altrettanto marcata nelle Orche ( Orcinus orca ), le cui popolazioni hanno tuttavia degli adattamenti diversi a seconda delle disponibilità ambientali offerte nelle diverse regioni in cui tali animali abitano.
 A seconda delle diverse specializzazioni richieste nei diversi ambiti geografici, si evidenzia tutta una serie di strategie differenziate : così, nei dintorni di Vancouver le popolazioni di Orche "residenti" si nutrono principalmente di Salmoni, quelle che vivono in Alaska si nutrono di Focene, quelle della Patagonia manifestano incredibili adattamenti nella predazione dei Leoni marini ( per catturare i quali non esitano ad uscire quasi completamente fuori dall’acqua ( 5 ) ) e quelle che vivono nella baia di Monterey giungono ad attaccare addirittura le Balene grigie.
 Ora, il fatto di vivere in ambiente acquatico, unitamente alle capacità di spostamento della specie, consente agli animali delle diverse popolazioni considerate di entrare in contatto, il che permette uno scambio genetico e di informazioni. Una ipotetica mancata possibilità di entrare in contatto e/o comunque di scambiare materiale genetico ( 6 ), o informazioni sulle tecniche da adottare nei vari ambienti determinerebbe probabilmente una ulteriore specializzazione dell’uno e dell’altro gruppo ( ved. par. precedente, "Specialisti" ).

 

Fig. n° 3 - Lepre italica ( Lepus corsicanus ) :
a lungo ritenuta una sottospecie del Lepus europaeus, è stata recentemente riconosciuta come specie a sé stante, che fortunatamente sembrerebbe non ibridarsi con gli esemplari di
L. europaeus importati dai Paesi del Centro Europa per fini venatori
( illustrazione tratta da
A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. ).

 

3. I generalisti più intelligenti : l’adozione di modelli "culturali"

 Il discorso a proposito delle Orche permette di evidenziare alcuni aspetti importanti. In primo luogo, a detta dei ricercatori che le studiano da decenni, non si notano a livello esteriore differenze di alcun tipo fra le diverse popolazioni che, viventi in ambienti geograficamente ed ecologicamente differenti, sono caratterizzate da adattamenti così diversi.
 La differenza che si rileva è esclusivamente a livello comportamentale, e non anche anatomico-fisiologico. In questo modo l’animale sopperirebbe con la sua elevata capacità cognitiva ad eventuali inadeguatezze di ordine strutturale, in quanto la "cultura" elaborata dalla popolazione in merito alle più vantaggiose strategie di caccia da adottare nell’ambiente può essere un patrimonio locale trasmissibile per apprendimento.

 

Fig. 4 - Orca ( Orcinus orca ), uno degli esseri viventi più intelligenti in assoluto ; detto Cetaceo si presenta estremamente poco differenziato nelle varie popolazioni che, in possesso di varie strategie a seconda dell’habitat, sono diffuse in tutti i mari del globo
( illustrazione tratta da
A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit.).

 

 La specie rimane pertanto poco adattata e poco differenziata, da un punto di vista esteriore, nelle varie popolazioni che la compongono, in quanto essa è in grado di far fronte alle esigenze ambientali ricorrendo a modelli "culturali" trasmissibili da una generazione all’altra.
 In questo, stante la grande adattabilità - frutto dell’intelligenza, ma anche del fatto di essere dotati di un organismo in grado di trarre vantaggio da diverse condizioni ambientali - non si rileva alcuna differenza a livello esteriore : le Orche della Patagonia non differiscono da quelle della Baia di Monterey, nè queste da quelle che nuotano nei bassi fondali a ridosso di Vancouver.
 Per quanto strano possa sembrare, il ruolo di tali esseri viventi, che si collocano ai vertici della scala cognitiva del mondo animale, è assimilabile a ciò che nel mondo vegetale sono i meristemi indifferenziati, in grado di dar luogo alla struttura del fusto, della foglia,della radice. Sono "totipotenti", in grado cioè di acquisire qualsiasi specializzazione compatibile con le potenzialità della specie di appartenenza, senza la necessità di dover subordinare la propria possibilità di sopravvivenza ad eventuali modificazioni esteriori ( che potrebbero anche non aversi mai ) ( 7 ) in grado di indirizzare la specie verso questa o quell’altra specializzazione, limitandone inevitabilmente il campo di attività ( la nicchia ecologica ) e di conseguenza la possibilità di "tornare indietro" per adattarsi a territori dalle caratteristiche differenti.
 Organismi in possesso di buone capacità cognitive sembrerebbero infatti non essere costretti a subordinare la loro sopravvivenza ad adattamenti morfologici che li differenzino dai conspecifici che vivono in ambienti diversi, in quanto le loro possibilità di apprendimento consentono loro di trasmettere alla prole la "cultura" del gruppo, senza dover fare ricorso a modifiche nell’anatomia e nella fisiologia.
 In questi casi siamo di fronte ad organismi poco specializzati, che hanno fatto proprio di questa poca specializzazione la loro arma di forza, che ha consentito loro di vivere e diffondersi in diversi ambienti.
 Accanto alle Orche, che sono favorite in questa possibilità dal fatto di vivere in ambiente marino - e pertanto, quasi per definizione, senza confini -, come non ricordare fra le specie veramente ubiquitarie ( in senso ecologico ed in senso geografico ) anche l’Uomo ?
 Per quanto la nostra specie si differenzi a livello esteriore, nelle varie popolazioni che la compongono, per diversi parametri ( colore della pelle / altezza media / tipo e colore dei capelli, ecc. ), dovunque l’Homo sapiens appare come un organismo poco specializzato, in grado pertanto di usufruire vantaggiosamente della ( quasi ) totalità degli ambienti disponibili sul Pianeta Terra.
 Come l’Orca non appare selettiva al punto da caratterizzare una ben definita tipologia di ambiente marino ( purché sia, ovviamente, in grado di fornire al grande Cetaceo cibo adeguato ed in quantità sufficiente ), anche l’Uomo non è legato ad alcun ambiente in particolare : eccolo quindi vivere nelle zone desertiche come nelle zone umide, nei territori torridi come in quelli gelidi, nelle località costiere come in quelle montane. E tutto senza evidenziare variazioni di rilievo, fuorché quelle derivanti da un isolamento troppo spinto che non abbia permesso il rimescolamento dei geni con individui al di fuori della comunità.
 Anche nell’Uomo si rileva infatti una relativa uniformità di caratteri, tutti improntati in accordo con una estrema non-specializzazione del suo organismo per alcun particolare ambiente o per alcuna particolare attitudine.
 Gli esseri contraddistinti dalla grande adattabilità qui accennata non hanno bisogno di "seguire" le variazioni dell’ambiente scegliendo quelle più idonee alle loro esigenze ecologiche, ma di adattarsi a situazioni ambientali anche differenti.

 

4. Fuga nel tempo, fuga nello spazio

 Al contrario degli esseri viventi descritti sommariamente nel paragrafo precedente, esseri la cui spiccata adattabilità ( o la cui mobilità ) consente loro di modulare in qualche modo le risposte all’ambiente, esistono altri organismi, dotati di ben più ridotte capacità adattative, la cui stretta dipendenza da un limitato range ambientale non permette loro di far fronte a variazioni dell’ambiente che possono incontrarsi allontanandosi da quel determinato habitat o a causa di modificazioni dello stesso habitat in funzione del tempo ( 8 ).
 Accanto ad organismi di questo tipo che vivono in un ambiente ben circoscritto caratterizzato da determinate condizioni ambientali, se ne vedono altri che seguono le condizioni ambientali man mano che queste si spostano nello spazio al trascorrere del tempo. Ciò è legato alla maggiore o minore mobilità da cui tali esseri sono caratterizzati ed alla loro efficienza nel superamento delle barriere che delimitano il loro areale.
 Un esempio che rientra nel primo dei due casi elencati è quello offerto dal Cipresso di Monterey ( Cupressus macrocarpa ), Gimnosperma rimasta a lungo confinata alla sola baia di Monterey a causa esclusivamente di barriere ecologiche che la specie non era in grado di superare.
 Il Cipresso in questione, una volta esportato artificialmente in altri territori geograficamente ben lontani da quello di partenza, ha dimostrato di sapersi ambientare molto bene anche alle condizioni ecologiche di territori molto al di fuori del suo areale originario. In questo caso la relativa uniformità delle condizioni ambientali di zone molto distanti geograficamente ha consentito alla specie arborea di vivere egregiamente, una volta che sono stati superati artificialmente - per mezzo dell’esportazione attiva da parte dell’uomo - gli ostacoli ambientali che impedivano la sua "migrazione" verso altri territori. In assenza dell’intervento umano le potenzialità della specie di superare gli ostacoli di non le avrebbero consentito di ovviare alle barriere che si frapponevano alla sua diffusione in altri territori diversi da quello originario, in cui sarebbe pertanto rimasta confinata.

 

Foto n° 2 - Cipresso si Monterey ( Cupressus macrocarpa ) : particolare del fogliame. A differenza di ciò che si potrebbe essere indotti a pensare sulla base del suo nome scientifico, detto Cipresso non è quello che produce gli strobili più grandi, in quanto il nostro Cipresso comune ( Cupressus sempervirens ) li produce di dimensioni ben maggiori.

 

 Al contrario, specie ben mobili ma in possesso di spiccate attitudini per un determinato ambiente ecologico possono diffondersi liberamente, seguendo le condizioni ambientali man mano che queste interessano nuovi ambienti. Ciò si è evidenziato di recente in alcuni Pesci che, tipici per il Mediterraneo nei settori tropicali e subtropicali più caldi ( 9 ), si stanno diffondendo per il Mediterraneo : Scaro, Pesce balestra, ecc. questi esseri hanno la possibilità di far fronte alle variazioni intervenute nel loro ambiente nel corso del tempo ricorrendo ad una "fuga" nello spazio, in modo da poter trovare delle località con caratteristiche idonee, quanto più possibile analoghe a quelle del territorio di partenza.
 La variabilità dell’ambiente, che potremmo definire forse "di nuovo tipo" ( 10 ) e che procede ultimamente con un ritmo vorticoso, determina l’instaurarsi di nuove condizioni che portano, ad es. nelle acque del mare Mediterraneo temperato sulle quali si affacciano le nostre regioni costiere, alla comparsa di specie nuove, non tipiche dell’ambiente, favorite dall’estrema mobilità che un mezzo come quello liquido permette.
 Specie estremamente specializzate, poi, sono classicamente legate ad un determinato ambiente, per il quale esse si dimostrano più idonee : è il caso del Trematomus, pesce dei mari freddi che contiene nel proprio sangue una proteina che ne evita il congelamento ( 11 ) e la cui presenza consente all’animale di vivere in acque la cui temperatura scende al di sotto degli 0°.
 A ben considerare, appare strano che una caratteristica del genere sia stata acquisita nel corso di un processo evolutivo. L’evoluzione, per sua stessa definizione, è "cieca" : non guarda cioè le caratteristiche dell’ambiente in modo da consentire all’organismo di adattarsi ad esso, perché essa dipende da variabili imponderabili, imprevedibili, indeterminate. È quindi illogico pensare che una tale variazione sia avvenuta casualmente in un essere vivente che ne aveva necessità, senza che essa sia avvenuta, sempre casualmente, anche in organismi per i quali l’acquisizione di una caratteristica di tale rilevanza non avesse una utilità concreta. In tali organismi una caratteristica simile, ancorché non necessaria alla vita nel loro ambiente, si sarebbe potuta conservare ( 12 ) - a meno di un suo effetto controproducente riguardo alla sopravvivenza in altri ambienti - benché non essenziale. Invece no : non risulta, allo stato attuale delle conoscenze, che altri esseri viventi acquatici viventi in altri climi siano in possesso di un simile sistema di "termoregolazione". Ritorna la considerazione già fatta all’inizio, in cui metto in rilievo il fatto che un "adattamento" del genere si sarebbe verificato, in tutta la sua casualità, proprio - ed esclusivamente - nel posto in cui esso si sarebbe poi dimostrato più adatto.
 La spiegazione ad un evento del genere, con i dati di cui disponiamo attualmente, è invece molto appropriata se si ribaltano i termini della questione, ossia ammettendo che un essere vivente come il Pesce in possesso della sostanza anticoagulante esistesse indipendentemente dal suo attuale areale, in cui l’animale ha avuto la possibilità di sfruttare per il meglio questa sua singolare caratteristica che gli ha dato la possibilità di sopravvivere in un ambiente in cui la limitata capacità competitiva dei suoi diretti antagonisti gli ha permesso di ritrarre il massimo vantaggio.

 

5 . L’introduzione accidentale o intenzionale di esseri viventi in nuovi ambienti.

 L’introduzione, spontanea o di origine antropica, di un organismo in un nuovo ambiente provoca in misura maggiore o minore un rimescolamento dei rapporti fra gli individui e fra le specie : i rapporti di concorrenza, di predazione, di simbiosi, ecc, non possono non risultare condizionati dalla presenza di un nuovo elemento dell’ecosistema.

 

Foto n° 3 - Foglie di esemplare di Eucalyptus piantato in ambiente mediterraneo a poca distanza dalla costa del mare. La specie,di origine australiana, fu molto attivamente importata in passato allo scopo di bonificare zone paludose ( l’albero è infatti caratterizzato da elevatissimi potenziali di traspirazione in grado di abbassare notevolmente il livello delle falde acquifere ) e, di conseguenza, di fungere indirettamente da coadiuvante nell’estirpazione della malaria, il cui vettore ( la zanzara Anopheles ) ha un ciclo riproduttivo strettamente legato a zone acquitrinose.

 

 Occorre però fare alcuni importanti "distinguo".
 Molte volte l’introduzione di un nuovo essere vivente è seguita dalla sua scomparsa più o meno repentina, a causa delle ridotte capacità che dell’organismo di competere validamente nelle nuove situazioni ambientali ; in questo caso l’introduzione non ha storia, ma si traduce nella temporanea presenza di una nuova specie destinata a scomparire a breve.
 Gli esempi relativi a casi simili, sebbene sicuramente avvenuti in gran numero in molti territori, non sono in gran numero, dato che il più delle volte gli individui importati in un nuovo territorio ad essi non congeniale scompaiono in breve tempo senza originare popolazioni né lasciare tracce rilevanti né catalogabili della loro presenza.
 Altre volte può avvenire che la specie introdottasi naturalmente o importata dall’uomo determini importanti cambiamenti che procedono in senso di un impoverimento dell’ecosistema "di adozione" : è in questo il caso di specie con spiccate capacità di espansione e di concorrenza, e con ampio spettro trofico se si tratta di organismi animali. In tal caso la loro introduzione nel nuovo ambiente determina una riduzione della consistenza numerica di altre specie e quasi sempre una semplificazione delle catene trofiche. In un’eventualità del genere non si verificano variazioni inattese nella biologia degli individui delle specie "di importazione" : la loro competitività può venire semplicemente accentuata dal fatto che nel nuovo territorio possono non esistere fattori limitanti di rilievo come predatori, organismi competitori o ancora parassiti in grado di esercitare un’adeguata azione di contrasto.

 

Fig. 5 - Surmolotto ( Rattus norvegicus ) : importato involontariamente dall’Uomo, questo Roditore - originario delle attuali Siberia sud-orientale e Cina settentrionale - si è rivelato un generalista molto poco selettivo nei riguardi di habitat e cibo, al punto da trarre vantaggio dalle situazioni di degrado ambientale operate dall’uomo e da occupare, grazie anche alla sua ubiquitarietà, molte nicchie ecologiche
( illustrazione tratta da
A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia>>, op.cit. ).

 

 Nulla di inaspettato, quindi, in questo caso, ma semplicemente una fin troppo prevedibile variazione dei rapporti numerici e di concorrenza nelle specie dell’ecosistema. Si tratta anzi di un fenomeno ben noto, da considerare e valutare attentamente ogni qualvolta si determinano le possibilità di introduzione ( anche fortuita, oltre che deliberatamente attuata ) di una nuova specie in un dato ambiente. La letteratura è piena di casi del genere, tanto che qui non sarà necessario né opportuno approfondire ulteriormente l’argomento. Basti ricordare che, ben lungi dall’implementare la ricchezza del sistema, una nuova specie rivelatasi molto competitiva può determinare fenomeni negativi nell’interazione con le specie già presenti nella sua nicchia ecologica e nelle nicchie limitrofe, con quelle specie che costituiscono il suo alimento e, a cascata, con tutto quel corollario di altre specie che in una maniera o in un’altra hanno intessuto dei rapporti ecologici con quelle appartenenti alle due categorie anzidette. Le conseguenze per l’ecosistema possono essere catastrofiche.
 Vi sono però rari casi un cui l’ingresso di nuove specie provoca effetti favorevoli riguardo alla biodiversità ed alla complessità degli ecosistemi stessi. E tali effetti lo saranno in misura tanto maggiore quanto più tale elemento sarà diffuso e quanto più esso sarà in una posizione di rilievo nel condizionare l’andamento dell’ecosistema stesso.
 A rigor di logica, a parere dello scrivente, il rilievo che tale influenza assume nelle condizioni sopra delineate sembrerebbe apparire, in linea di massima, inversamente proporzionale alla posizione, al "rango" ecologico che il vivente in questione assume nella catena alimentare. Minimo o di poco rilievo nel caso di un superpredatore, medio nel caso di un predatore, alto nel caso di un pascolatore ( o comunque di un vivente che si configura classicamente come preda a livello ecologico ), altissimo nel caso di un produttore ( 13 ) .
 Ciò dipenderebbe, oltre che dall’abbondanza relativa – per lo meno a livello quantitativo, con riferimento alla biomassa – anche dal fatto che gli esseri alla base della catena alimentare costituiscono un po’ le "fondamenta" della catena stessa, che si organizzerà proprio a partire dalle possibilità offerte da quel tipo ( o da quei tipi ) di produttori.
 Può quindi verificarsi che un ecosistema già "sano" in origine resti tale anche in seguito alle nuove condizioni di concorrenza instauratesi dopo la comparsa della specie "aliena", e che in esso avvengano anzi dei processi che risultino, nella maggior parte dei casi, in un prezioso arricchimento della complessità dell’ecosistema.
 Ciò non dipende solo dallo stato di salute iniziale del sistema, ma anche, com’è prevedibile, dal tipo e dal livello delle modificazioni indotte in esso dall’ingresso della nuova specie, che dovrà essere necessariamente poco aggressiva, poco invadente, con una certa predisposizione a vegetare in bosco misto se specie arborea, ecc.
 Avviene così che specie entrate "in punta di piedi" in un nuovo habitat, ed a questo rivelatesi inaspettatamente idonee, possano non avvantaggiarsi in maniera eccessiva delle opportunità offerte loro nel nuovo territorio, ma siano in grado di instaurare una limitata concorrenza nei confronti delle altre specie già presenti. In tali situazioni, è facile prevedere che le variazioni in senso negativo dell’ecosistema saranno scarse o del tutto assenti – se si eccettua, ovviamente, la riduzione dello spazio fisico a disposizione per le altre specie "tipiche" ( nel senso più vasto del termine, sia, cioè, geograficamente che ecologicamente ) – e che i nuovi rapporti si possano al contrario risolvere in un incremento del numero delle specie presenti e del numero delle nicchie ecologiche disponibili e conseguentemente nell’incremento generale della complessità del sistema stesso.
 Tutto ciò deriva, come è stato accennato, dalle scarse capacità di concorrenza di una specie estranea all’ambiente, nei confronti della quale agiscono inoltre, spesso, dei fattori che ne inibiscono ulteriormente, in una certa misura, le capacità competitive.
 Tali fattori potrebbero risultare, in ognuno dei casi, del tutto sfavorevoli – quando non completamente incompatibili – per la sopravvivenza della specie, se non si manifestassero, a volte, delle inaspettate modifiche nella risposta standard della specie stessa, modifiche che provocano l’insorgenza di un’inedita, inaspettata ed imprevedibile tolleranza ai nuovo fattori ecologici.
 Appare ovvio che, non trattandosi di un "adattamento" finalizzato a trarre il massimo profitto da un ambiente già congeniale nei riguardi delle esigenze ecologiche della specie, bensì dell’espressione di caratteri a volte radicalmente nuovi e non documentati altrove né prima per la specie stessa, non di un adattamento vero e proprio si dovrebbe parlare, ma di un processo molto più radicale nella sua portata. Già, perché variazioni di questo tipo devono avere necessariamente il requisito dell’immediatezza, essendo in gioco non già il minore o maggiore vantaggio nel nuovo ambiente, ma la sopravvivenza stessa degli individui della specie.
 Occorre pertanto supporre che si tratta di caratteri già presenti in maniera più o meno sporadica nel genoma della specie, per quanto sicuramente non eccessivamente ricorrenti, oltre che latenti – ossia non manifestantisi – in condizioni ordinarie.
 Perché ciò possa avere luogo è necessario che il patrimonio genetico delle specie sia diversificato al punto da prevedere degli adattamenti in senso anche poco "ortodosso", rispetto a quelli abituali.

 

 

II - LO STRANO CASO DELLE SUGHERE BRINDISINE

 

Foto n° 4 - Il Bosco dei Lucci, rigogliosa Sughereta nei dintorni di Brindisi.

 

6. "Esistono più cose in cielo e in terra, Orazio..."

 Il caso della Sughera vegetante in agro di Brindisi si colloca a pieno titolo nel complesso scenario delineato nel paragrafo precedente.
 Nel caso della specie "Quercus suber" siamo davanti ad un organismo caratterizzato da standard ecologici ben definiti : netta preferenza ( spesso definita come "necessità" ) nei riguardi di terreni poveri di calcio, e di precipitazioni relativamente abbondanti, oltre che di un’intensa illuminazione a tutti i livelli della chioma.
 Ma, come tutti i paradigmi, le comode frasi o gli slogan, spesso la riduttività di una definizione non tiene conto della complessa risposta di un organismo o di un gruppo di organismi alle condizioni ecologiche in cui esso si trova a vivere. E, se da un lato per alcuni "l’eccezione conferma la regola", da un altro fa luce su tutto un ventaglio di possibilità di cui il vivente può trovarsi in alcuni casi a disporre, nell’eventualità di una sua presenza in un habitat non conforme alle esigenze ecologiche "standard" della specie.
 Una visione rigorosamente schematica del mondo vivente, la quale riconduca tutto a degli standard ben sperimentati ed assodati da tempo, parrebbe pertanto smentita dalla presenza di organismi, dei quali si sa tutto ( perlomeno lo si crede ), in ambienti non conformi a quelle che sono le loro esigenze ecologiche.
 Così, se si dà per scontata l’immutabilità delle risposte adattative di una data specie, tanto più se si tratta di specie per le quali è stato già da tempo rigorosamente ( e validamente ) definito un determinato range ambientale, non si giunge a spiegare un’eventuale repentina ed inedita manifestazione di tolleranza - o addirittura di "favore" - nei riguardi di condizioni ecologiche considerate proibitive per la specie stessa.
 Nel caso specifico, analizzando a priori il territorio del Brindisino con riferimento alla possibilità della sopravvivenza in esso della Sughera, si vede subito che le caratteristiche del territorio suddetto, definite dall’elevato tenore in calcio dei suoi terreni oltre che dalla siccità estiva, sembrerebbero porlo fra gli ambienti in cui la presenza della specie è molto difficile, per non dire impossibile.
 E’ forse utile distinguere - e prendere prudentemente le distanze da essi - due comodi ragionamenti aprioristici che si potrebbe correre il rischio di fare.
 Il primo è quello che affiorerebbe spontaneo in chi non sapesse nulla dell’effettiva presenza della specie nel territorio del Brindisino : considerando i vari parametri ambientali ( oltre che quanto comunemente si sa a proposito delle esigenze ecologiche della Cupulifera in questione ), la risposta più semplice, ovvia e scontata sarebbe infatti che essa non può vivere in detto territorio.
 Un altro ragionamento, di senso opposto, potrebbe venire da chi, osservando la Sughera vegetarvi ( e prosperarvi ), concludesse che il territorio del Brindisino rientra a pieno titolo fra quelli deputati ad annoverarne la presenza fra le specie tipiche, e pertanto che le sue condizioni ecologiche definiscono appieno le esigenze della specie.
 In entrambi i casi si tratta di ragionamenti errati, il primo perché esclude a priori la possibilità di sopravvivenza della specie, limitandosi a considerare le caratteristiche ben note di essa, ed il secondo perché si basa su un dato di fatto ( la presenza della specie ), tralasciando di considerare le altre località, dalle condizioni ecologiche ben diverse – ma di ben maggiore estensione –, in cui la Sughera parimenti prospera.
 Si tratta, in entrambi i casi, di riduzioni che semplificano eccessivamente l’argomento, nel primo caso riconducendolo entro dei binari stretti ma comodi perché "sperimentati" da decenni di osservazioni e come tali riconosciuti, forse un po’ rigidamente, a livello unanime e pertanto senza tema di smentite ; nel secondo caso perché l’osservazione si limita a ciò che si ha immediatamente sotto gli occhi. Per quanto quest’ultimo caso sia quello che appare più manifestamente limitativo, entrambi non sono troppo dissimili, riducendo la specie ad un ambito teorico, geografico, ecc. che le sta evidentemente troppo stretto.
 Ciò è quello che può avvenire : quella che viene spesso presentata come una realtà "oggettiva" può basarsi a volte su un range troppo ristretto di casi conosciuti, con l’esclusione, a volte, di quelli che ( siano essi effettivamente presenti o comunque possibili ) potrebbero rivelare una ben maggiore plasticità delle specie descritte. Da ciò deriva come conseguenza importante che a volte quanto si sa di una specie ( o, in termini più prettamente ecologici, di una popolazione o anche di una comunità ) possa derivare da una serie non esauriente di dati a disposizione e possa quindi, come tale, essere fuorviante.

 

Foto n° 5 - Ceppaia di Sughera in cui si evidenzia lo spessore raggiunto dallo strato di sughero al momento dell’ultima utilizzazione. Quella dell’estrazione del sughero è un’attività praticata da secoli nelle sugherete brindisine.
( Foto scattata nel "Bosco dei Lucci" ).

 

 La comoda brevità di una definizione, di una regola schematica o di uno slogan riconduce la realtà entro dei canoni che risultano estremamente comodi nel definire la specie, ma che in alcun modo possono essere rappresentativi di tutta la straordinaria variabilità che alcune specie ( o alcune popolazioni, o alcuni individui ) inaspettatamente manifestano in determinate condizioni.

 

7. La Sughera del Brindisino : aspetti ecologici.

 Il fatto vero, l’unico, è che la Sughera vive in un territorio che, come quello del Brindisino, le è notoriamente sfavorevole. E vi prospera senza alcun danno apparente. E allora ?
 Si può ipotizzare che l’attuale predisposizione della specie nei riguardi di terreni silicei derivi da una sua ancestrale adattabilità a tutti i tipi di terreni, cui sarebbe seguita, nel corso della storia della specie, una progressiva eliminazione degli individui maggiormente idonei a vegetare su terreni calcarei. Senza che peraltro siano del tutto scomparsi, dal patrimonio genetico della specie, i geni che codificano una sua compatibilità con i terreni a matrice calcarea ; questi geni potrebbero essere stati confinati in una ristretta porzione di genoma che probabilmente non rientra più nel patrimonio comune a tutti gli individui della specie ed i cui effetti non sono in grado di manifestarsi, in condizioni normali, anche a causa di una loro scarsa influenza sulle caratteristiche ecologiche dell’organismo.
 Esaminando in maniera appena analitica la posizione ecologica della specie, si colgono infatti molteplici fattori che sembrerebbero aver agito in maniera pregiudiziale nel permetterne la vita su terreni ricchi di calcio.
 La Sughera è infatti una specie dell’orizzonte fitoclimatico del Lauretum ( 14 ) , le cui caratteristiche non eccessivamente favorevoli ( per motivi che dipendono principalmente dalla presenza congiunta di aridità estiva e massimi termici : deficit idrico, elevata traspirazione, ricorrenza degli incendi, ecc. ) impongono alle specie vegetali la tolleranza nei riguardi di una buona densità e del corrispondente ombreggiamento laterale, al fine di sfruttare al massimo grado quelle zone in cui è possibile la sopravvivenza delle specie vegetali. La Sughera si dimostra classicamente poco adattabile in tal senso, non tollerando una densità appena accentuata ; in ciò non si notano peraltro differenze di rilievo nelle Sughere brindisine.
 Altri adattamenti delle specie vegetali vanno di pari passo : avviene così che molte di quelle vegetanti nel piano mediterraneo risultano particolarmente adattate nei confronti delle scarse precipitazioni del periodo estivo, giungendo perfino a modificare il periodo del riposo vegetativo ( 15 ). La Sughera esige invece un buon apporto di acqua di pioggia ben ripartita nel corso dell’anno, non escluso il periodo estivo.

 

Foto n° 6 - Foglie di Alloro ( Laurus nobilis ), specie sempreverde tipica della macchia mediterranea che è stata assunta per indicare la zona fitoclimatica a minore altitudine, di cui la Sughera è tipica.

 

 La netta preferenza della Sughera nei confronti dei terreni silicei può essere considerata di pari passo, in quanto anche su terreni tendenzialmente calcarei un’abbondanza di precipitazioni potrebbe portare, alla lunga, ad un dilavamento del calcare, specialmente se in presenza di acque piovane dal pH sufficientemente acido ( 16 ). Il fatto poi che la distribuzione italiana della specie si collochi in corrispondenza del litorale tirrenico non è un caso, in quanto, oltre a poter essere spiegato con una contiguità con i corrispondenti areali francesi e, attraverso questi, con quelli spagnoli, detta collocazione ben si accorda con le esigenze ecologiche della specie in fatto di approvvigionamento idrico nel periodo estivo, in quanto le precipitazioni lungo la costa italiana occidentale sono in linea di massima significativamente maggiori di quelle che si verificano sulle coste italiane orientali ubicate alle stesse latitudini ( 17 ) .
 A ciò sui aggiunge il fatto che esiste nella stessa zona fitoclimatica un’altra specie di Quercia che, se per certi versi è affine alla Sughera, per altri rivela una ben maggiore capacità competitiva : il Leccio ( Quercus ilex ) che, a differenza della prima, è caratterizzata da un temperamento improntato alla calciofilia, alla xerofilia ed alla sciafilia ( 18 ), caratteri - specialmente il secondo ed il terzo - che raggiungono nella specie livelli estremamente elevati

 

Foto n° 7 - Lecceta pura : la spiccata sciafilia del Quercus ilex determina delle condizioni di ombreggiamento così rigorose da rendere a volte del tutto impossibile l’insediamento di qualsiasi altra specie arborea.

 

 Appare pertanto evidente che, qualora le due specie si fossero dimostrate idonee a vegetare negli stessi ambienti occupandone la medesima nicchia ecologica, il Leccio avrebbe assunto senza eccessive difficoltà posizioni di predominanza, giungendo eventualmente a determinare la scomparsa della Sughera da vasti territori a causa dell’ombreggiamento operato dalle sue fitte chiome.

 

Foto n° 8 - Negli strati inferiori della Lecceta adulta l’unica specie arborea presente allo stato di plantula è lo stesso Leccio, in quanto le condizioni di estremo ombreggiamento determinano in breve la morte delle altre specie eventualmente insediatesi.

 

 Per contro, la risposta delle Sughere ad un territorio come quello del Brindisino sembrerebbe indicare l’espressione di una potenzialità forse residua già insita, molto probabilmente non in tutti, ma almeno in alcuni degli individui che a suo tempo furono importati nel territorio stesso. Una potenzialità che potrebbe aver caratterizzato in passato l’intero patrimonio genetico della specie e che in seguito potrebbe essere stata "oscurata" da esigenze contingenti. Oscurata, ma non rimossa completamente.

 

8. Il discostamento delle Sughere brindisine dalle caratteristiche tipiche della specie : un tentativo di spiegazione in termini genetici.

 L’esigenza di disporre di nuovi ambienti, non conformi all’optimum vegetazionale dei popolamenti di Leccio, potrebbe pertanto aver rappresentato il fattore, o uno dei fattori, che avrebbe determinato una codificazione del patrimonio genetico nel senso qui esposto ( 19 ). Tale processo andrebbe visto, a parere dello scrivente, come il risultato di una progressiva rarefazione delle Sughere dimostratesi idonee a vegetare in ambienti come quelli accessibili al Leccio, pena il venire inesorabilmente sopraffatte da questa specie e messe pertanto nell’impossibilità di riprodursi.
 Si è già visto che nell’ambiente basale mediterraneo la frugalità e la forte competitività del Leccio rende quanto meno difficoltosa la presenza di altre specie quercine non altrettanto idoneamente "attrezzate" a sopravvivere in un territorio di questo tipo, reso oltretutto ben più difficile, per non dire proibitivo, dalle limitate intensità luminose che filtrano sotto le fitte chiome dei Lecci ( 20 ).
 Pertanto, è del tutto razionale ipotizzare che gli individui di Sughera in possesso di spiccati adattamenti agli ambienti tipici dell’affine Leccio siano stati gradatamente ridotti, "selezionati" dalla competizione con quest’ultimo per le risorse ecologiche, in primo luogo quelle luminose. Ciò non toglie che possa essere rimasta traccia, nei patrimoni genetici di alcune Sughere "attardate", di geni codificanti la predisposizione – o, quanto meno, una ridotta intolleranza – nei confronti dei terreni calcarei ; in altre, nei confronti della siccità estiva. Ovviamente, tali "ridotte intolleranze" ben difficilmente potrebbero essersi verificate entrambe in uno stesso individuo.
 Il processo è spiegabile con un patrimonio genetico, indubbiamente molto ricco e variato in origine, in cui siano sì presenti i geni che codificano il temperamento "classico" della specie, ma in cui non siano stati del tutto eliminati quelli che sono alla base di una minore intolleranza ai fattori ecologici anzidetti.
 Resta da spiegare in quale maniera queste caratteristiche ecologiche della specie non trovino modo di esprimersi in condizioni ordinarie, ossia quando la specie si trova a vegetare nelle condizioni ecologiche che le sono congeniali. La risposta potrebbe essere riposta nel considerarli determinati da geni confinati in una porzione inattiva del DNA di alcuni individui.
 Oppure nell’ipotizzare di un loro carattere recessivo. Geni che cioè non sono in grado di manifestare i caratteri da essi codificati, se non presenti entrambi sulla stessa doppietta, in omozigosi. Geni la cui richiesta da parte della specie si è andata progressivamente attenuando, quando non è stata direttamente ostacolata, dalle esigenze della specie. Geni che sono pertanto diventati più rari, ma non per questo sono scomparsi del tutto.
 Quale che sia il motivo della loro bassissima frequenza, si tratta di geni che sono presenti nel patrimonio genetico della specie ( 21 ). Sono stati sfavoriti, sono stati svantaggiati, sono stati progressivamente sommersi, nella loro espressione, a beneficio di quelli presenti in individui in possesso di esigenze ben più selettive, fino a restare allo stato di latenza nel genoma di una oramai sparuta minoranza di Sughere ( 22 ), ma non sono scomparsi : essi esistono, ed ancora continueranno ad esistere fino a che il patrimonio genetico della specie ammetterà una variabilità come quella attuale.
 Ipotizzare un processo di selezione operato dal Leccio a carico delle Sughere "calciotolleranti" e delle Sughere xerotolleranti in favore degli individui ben adattati a condizioni ambientali diverse dall’optimum dello stesso Leccio porta come passo successivo ad ipotizzare che gli individui della specie Quercus suber in possesso delle attitudini a vegetare nelle zone in cui vegeta il Leccio siano stati soggetti ad una progressiva diminuzione ; di pari passo, il patrimonio genetico così impoverito si sarebbe andato nel tempo rimodellando, con una netta riduzione della frequenza dei geni anzidetti.
 Certo è che la popolazione di massa della specie manifesta adattamenti del tutto in contrasto con quelli manifestati dall’espressione dei geni in argomento che, lungi dal penalizzare la sopravvivenza degli esemplari in zone dal substrato calcareo, ne determinano anzi il rigoglio.
 E’ quindi possibile ipotizzare per tale componente genetica una distribuzione quantitativa, all’interno del complesso dei patrimoni genetici della specie ( mi riferisco alla specie nella sua globalità perchè più difficilmente, a mio avviso, si potrebbe parlare negli stessi termini a proposito di ambiti più ristretti, come ad es. una popolazione o una provenienza ), in linea con la distribuzione abituale di ognuna delle caratteristiche riscontrabili in ambito biologico, e cioè secondo una gaussiana.
 La celebre "curva a campana" descritta dal Gauss si presta molto bene a rappresentare l’andamento della variazione a livello di specie : le dimensioni, il peso, la colorazione, e più in generale la frequenza di qualsiasi carattere previsto nell’ambito della specie, comprese la maggiore o minore attitudine a vegetare in determinate condizioni ecologiche.

 

Fig. 6 - Rappresentazione grafica della funzione gaussiana ( da "Wikipedia" ), rappresentativa della frequenza di un carattere nell’ambito di una popolazione. Le frequenze massime si avranno in corrispondenza del valore centrale del carattere considerato, riportato sull’asse delle ascisse in corrispondenza del punto "µ=0" ; al discostarsi dal valore centrale, la gaussiana esprime molto bene la sua minore rappresentatività, che decresce progressivamente all’allontanarsi dal punto indicato con "0". La freccia a sinistra indica una porzione di popolazione in possesso di caratteri poco rappresentati nell’ambito della popolazione. Si supponga che tale porzione, con riferimento alla popolazione salentina di Quercus suber, indichi quegli individui caratterizzati da una minore intolleranza nei riguardi dei terreni calcarei : saranno proprio questi che avranno le maggiori probabilità di sopravvivere e di riprodursi, tramandando pertanto alla discendenza delle esigenze ecologiche improntante alla tolleranza nei riguardi di detti terreni, a differenza del restante popolazione ( in questo caso il 97.5 % ). La presenza di tale possibilità all’interno del genoma originario della popolazione-tipo di Quercus suber è alla base della persistenza delle Sughere nella provincia di Brindisi.

 

 Così, la tolleranza ai due caratteri ecologici indicati ( condizioni siccitose e presenza di terreni calcarei ) non sarà presente con la stessa intensità in individui diversi : ci saranno quelli assolutamente intolleranti, quelli poco tolleranti, fino a giungere a quelli la cui esistenza risulta più o meno marcatamente compatibile con un substrato calcico ; lo stesso avverrà a proposito della tolleranza riguardo a condizioni più o meno siccitose.
 Quanto sopra può essere verificato, ovviamente, in un campione di dimensioni adeguatamente rappresentative della varianza all’interno della specie : esso dovrà essere più o meno grande, a seconda della minore a maggiore incidenza del carattere di cui si vuole studiare l’andamento. Nel caso della Sughera, dati i presupposti che, codificati da secoli di attività forestale, fanno della specie un’entità dall’ecologia descritta come incompatibile con un tale substrato, il campione da considerare dovrà essere necessariamente molto grande. Non solo : per avere una rappresentatività adeguata, si dovrà opportunamente tenere conto anche della frammentazione dell’areale e delle possibilità di scambio genetico fra gli individui posti ai suoi estremi.
 Molteplici sono i parametri che concorrono a tale proposito : dalla estensione dell’areale - definibile, quindi, come dato grezzo di superficie e/o di distanza fra i suoi settori periferici - all’eventuale presenza di barriere invalicabili per la specie e/o di ostacoli di qualsiasi tipo ( anche biologici : predatori del seme, difficoltà di fecondazione, percentuale di sopravvivenza dei semenzali fino alla fase riproduttiva, ecc. ), alla capacità di dispersione dei semi e/o del polline, ecc.

 

9. L’areale della Sughera : alcune considerazioni di carattere ecologico

 Riportando le considerazioni or ora fatte al caso concreto della Sughera, appare chiaro che la specie si trova in una condizione di continuità ecologica per gran parte dell’areale – essendo gli individui che vegetano all’interno della zona di diffusione principale virtualmente in grado di fecondarsi vicendevolmente –, ma appare altrettanto chiaro che, anche per ciò che riguarda gli areali contigui della diffusione in Europa, detta distribuzione si sviluppa lungo una fascia più o meno continua su lunga distanza : Spagna – Francia – Italia ( 23 ).
 Un siffatto areale, per quanto supposto ( fin troppo schematicamente, come si è detto ) continuo, presenta una oggettiva impossibilità a prestarsi ad uno scambio genetico fra i vari rappresentanti della popolazione : è ovvio che le possibilità di fecondazione reciproca saranno massime fra gli individui immediatamente adiacenti, e che queste tenderanno progressivamente a diminuire all’aumentare della distanza. Ovviamente, agli estremi dell’areale ( ed anche molto prima, a partire da una distanza "critica" per la dispersione del polline ), le possibilità di fecondazione reciproca saranno nulle.
 In tali condizioni di interscambio genetico, è chiaro che si ritroveranno delle variazioni continue secondo un gradiente, determinate dalla maggiore o minore presenza di un carattere e/o dalla sua maggiore o minore rilevanza in termini assoluti ( si tratta, com’è intuitivo, sempre di dati quantitativi ).
 Un discorso che parte da quello or ora fatto può essere fatto per spiegare le differenze a livello dei due estremi della popolazione, in cui, sebbene i rispettivi componenti non siano a contatto diretto gli uni degli altri, le variazioni possono comunque risultare ( in maggiore o minore misura mitigate dallo scambio di materiale genetico nei settori intermedi ) : pur non essendo direttamente a contatto, in altri termini, essi lo sono "virtualmente" grazie al collegamento costituito dagli individui in posizione progressivamente adiacente, che si suppongono qui essere disposti a formare una linea ininterrotta, un continuum in cui le informazioni genetiche possano circolare liberamente in qualsivoglia direzione ( 24 ).
 Diversa è la situazione in cui alcuni degli individui siano su un’"isola", ecologicamente parlando : in questo caso si determinano delle condizioni in cui il flusso genico è annullato, ma non solo : nella definizione di isola non è compresa la sola assenza di fecondazione da e verso l’esterno, ma anche, a volta, un territorio dalle condizioni diverse, in misura maggior o minore, dalle condizioni del territorio "classico" della specie. In questo modo si determinano, nelle isole ecologiche, dei popolamenti le cui caratteristiche possono differire in misura a volte significativa da quelle della popolazione di massa della specie.
 Se la pressione selettiva va in una certa direzione, saranno sfavoriti individui in possesso di determinate caratteristiche e carenti di altre, e viceversa quegli altri individui le cui caratteristiche siano in linea con l’ambiente. In che modo si manifesterà tale pressione selettiva sui caratteri di cui sono portatori gli organismi ? Semplice : sfavorendo, impedendo o annullando la possibilità che quelli in possesso di esigenze o strategie in contrasto con il nuovo ambiente si riproducano ( 25 ), il che può accadere in vari modi : dalla limitata probabilità di sopravvivenza degli individui, che potrebbero così non giungere all’età riproduttiva, ad una riduzione della stessa efficienza riproduttiva a causa delle condizioni ambientali avverse, come ad es. una limitata produzione di seme, una ridotta capacità germinativa di questo, un’elevata mortalità dei semenzali, ecc.
 Ciò determinerà una variazione delle frequenze geniche relative sui cromosomi, che daranno individui in possesso di alcune caratteristiche piuttosto che di altre, con maggiori o minori predisposizioni, ecc. Tutto ciò non dovrebbe, però, portare, ad alcuna eccessiva differenziazione nei confronti della "popolazione di massa" della specie, che non dovrebbe differire significativamente da quella "insulare". Com’è ovvio, la selezione favorisce gli individui più adatti, ma in seguito ad essa non si dovrebbero registrare variazioni di eccessivo rilievo fra quelli appartenenti alle due diverse popolazioni.
 A meno che... a meno che non si supponga la presenza, sull’isola, di una selezione che operi"al contrario" !! Una selezione in cui, cioè, la pressione selettiva cambia direzione e verso determinando il riemergere, secondo il processo ipotizzato in queste pagine, di caratteristiche che erano state sommerse nel corso dei passaggi che la specie dovette elaborare nel corso della sua storia.
 Ciò non presuppone un allentamento della pressione selettiva, al contrario ! Presuppone però un mutamento radicale della sua direzione : se prima – nell’ipotesi esposta – erano state sfavorite le Sughere calciofile e favorite quelle in possesso di adattamenti in sfavore di terreni silicei, ora si può verificare un processo opposto : le Sughere "silicicole" ( o per lo meno quelle esclusivamente silicicole ) non hanno ragione di esistere, mentre si rendono necessarie "inedite" pre–disposizioni in fatto di terreni calcarei. Pena il progressivo deperimento e morte di tutte le Sughere presenti nel territorio.
 Non mi dilungherò qui ad esporre il processo che avrebbe determinato storicamente la presenza della Sughera in agro di Brindisi, perché ciò esulerebbe dal tema della trattazione ( oltre ad essere stato sviluppato in un altro lavoro pubblicato in forma cartacea e sul Web sull’argomento, dal titolo "La Quercus suber a Brindisi : una presenza anomala, un’ecologia di confine" – ved. bibliografia – cui rimando per eventuali approfondimenti in senso storico ed ecologico al riguardo ). Dirò qui solo che la presenza della specie nel territorio del Brindisino risale ad epoche remote, e che quest’ "inversione" poco fa accennata nella pressione selettiva avrebbe portato alla "riemersione" di caratteri sepolti nel genoma della specie, caratteri ai quali non era stato dato finora riscontro altrove.
 Riassumendo in poche parole l’ipotesi fatta, i caratteri alla base della scarsa propensione per le Sughere nei confronti di terreni calcarei e di climi siccitosi, lungi dall’essere stati completamente eliminati, avrebbero trovato l’opportunità di ripresentarsi in un ambiente, quello nei dintorni di Brindisi, nettamente differente da quelli in cui la presenza della specie è considerata "classica". Di più : l’inevitabile riduzione degli esemplari in possesso di caratteristiche non confacenti a tali territori – riduzione determinata dalle avverse condizioni ambientali del Brindisino – avrebbe reso sicuramente meno rilevante l’azione antagonista dei geni che codificano i caratteri in sfavore nei riguardi dei terreni calcarei e di ridotte piovosità, caratteri la cui elevata rappresentatività nelle Sughere tipiche dell’areale più confacente alle esigenze ecologiche "canoniche" della specie avrebbe probabilmente messo in ombra l’espressione dei geni alla base delle caratteristiche manifestate nel territorio del Brindisino.
 Da qui nasce infatti l’ipotesi formulata dallo scrivente in merito ad una loro eventuale identificazione con geni dal carattere recessivo, o comunque con geni la cui espressione sia in qualche modo ostacolata dai predominanti geni che sono alla base degli adattamenti della specie in senso silicicolo e igrofilo.

 

Foto n° 9 - Foglie di Sughere cresciute nel "Bosco dei Lucci", in agro di Brindisi ; si noti la spiccata concavità verso il basso, che ha probabilmente la funzione di creare una "sacca d’aria", in corrispondenza della pagina inferiore della foglia, in cui le condizioni di umidità sono maggiori che negli spazi circostanti ed in cui la traspirazione da parte del parenchima fogliare è pertanto minore. Ciò potrebbe essere una risposta fenotipica al clima caldo-arido della zona, che nella stagione estiva determina un considerevole elemento di stress a carico delle specie vegetali - e soprattutto di quelle sempreverdi, come appunto la Sughera -.

 

10. Sughere brindisine : una breve, anzi brevissima, descrizione delle piante nel loro ambiente

 Per quanto detto sopra, appare evidente che la presenza delle Sughere all’interno di un ambiente come quello del Brindisino abbia determinato delle situazioni, se non del tutto nuove, come minimo poco abituali, sia nelle relazioni fra le specie vegetali che in quelle fra la comunità dei produttori e la comunità degli organismi animali che vivono costantemente, abitualmente o sporadicamente all’interno dei boschi di Sughera ( o con presenza di Sughera ).
 Innanzitutto, va precisato che la Sughera è una delle pochissime Latifoglie arboree sempreverdi in grado di costituire boschi ( 26 ) ; si può anzi dire senza tema di smentita che essa condivide nei territori dell’Italia con il solo Leccio tale caratteristica.
 Elencare il corteggio delle specie legnose ( arboree e/o arbustive ) che nel Brindisino trovano posto nei boschi con presenza di Sughera appare sterile e poco utile, in quanto queste caratterizzano senza particolari eccezioni anche altri posti in cui la Sughera non è presente. Si può anzi dire che gli individui di tali specie vivono all’interno delle Sugherete vi formano dei popolamenti dalle caratteristiche non eccessivamente dissimili da quelle dei popolamenti che insistono nelle zone in cui l’albero dominante ( la Sughera ) è assente.
 Di altra e ben più importante utilità appare infatti la descrizione dei rapporti ecologici che si instaurano fra le varie specie ( erbacee, arbustive, arboree, fungine, muscinali, ecc, senza tralasciare ovviamente le specie animali ) che si rinvengono nelle Sugherete, in quanto la presenza di un albero in grado di raggiungere grandi dimensioni a maturità, così spiccatamente eliofilo ( "rigorosamente", anche per quanto riguarda la sua intolleranza all’ombreggiamento laterale ), con così ridotta capacità competitiva e del tutto privo di agenti in grado di arrecare danno ad altre piante o ad animali, determina senza dubbio il verificarsi di una diversità notevolissima all’interno dei suoi boschi.
 Molte sono le nicchie ecologiche che si rendono disponibili. E molti sono gli organismi che entrano a farvi parte, in un intreccio di relazioni che rendono un sistema biologico molto più ricco e variato di quanto ci si aspetterebbe dalla semplice somma dei suoi componenti.
 Ma la cosa particolare è che tali Sughere appaiono differenti anche a livello morfologico dalle conspecifiche il cui areale gravita in ambiti geografici più "convenzionali" per la specie ; un carattere macroscopico è quello relativo alla dimensione delle ghiande, che in alcuni casi raggiungono dimensioni i cui valori non sono mai stati tabulati per la specie. Tali ghiande, che nella maggior parte degli individui appaiono in linea con il range dimensionale ascritto alla Sughera ( abbastanza perentoriamente considerato variabile entro un campo da 2.5 a 3.8 cm di lunghezza ), in altri raggiungono dimensioni di poco inferiori al doppio ! Esistono infatti alcuni individui in cui le ghiande sfiorano i 5 cm, come appare evidente dagli esempi documentati in fotografia.

 

Foto n° 10 - Caratteristiche dimensionali di ghianda proveniente dal "Bosco dei Lucci", Brindisi : come si vede, le dimensioni della ghianda vanno ben al di là dei 3,8 cm di lunghezza assegnati come limite massimo per la specie.

 

 

III - L’IMPOVERIMENTO DELL’INFORMAZIONE CONTENUTA NEI GENI

 

11. - << Moi, j’évolue de façon régressive >>, ovvero l’impoverimento genetico come fattore di diversificazione delle specie

 L’esempio della Sughera vegetante in territorio brindisino permette di trarre alcune considerazioni – quanto meno a livello ipotetico –.
 La prima è che in alcuni casi si verificano, da parte degli esseri viventi, delle inaspettate risposte ad ambienti apparentemente non favorevoli alle loro esigenze ecologiche, addirittura anche nel caso in cui tali ambienti siano considerati classicamente incompatibili con la sopravvivenza della specie stessa.
 La seconda è che, contemporaneamente a tali risposte, possono evidenziarsi delle morfologie che esulano a volte dai margini del campo di variabilità fissato per la specie.
 Da questi due primi aspetti si rileva come la plasticità della specie possa giungere ad avere un ruolo imprevedibile nel delinearne le risposte, sia ecologiche che morfologiche e fisiologiche.
 La terza, di grande rilievo, è che tale processo sembra irrimediabilmente sfuggire al meccanismo di adattamento per via selettiva "classica" ( ossia coincidente con una pressione ambientale che premi il soggetto maggiormente adattatosi all’ambiente attraverso la comparsa di nuovi caratteri ). Tale acquisizione sembrerebbe legata unicamente alla componente genetica già posseduta dall’organismo, e non ad un’acquisizione di nuove predisposizioni.

 

Foto n° 11 - Particolare di Sughera cresciuta nei dintorni di Brindisi : grossa ghianda, le cui notevoli dimensioni sono rese ben evidenti dal confronto con l’Insetto posato su di essa. ( Foto scattata nel "Bosco dei Lucci" ).

 

 Discende da ciò che nelle modificazioni delle risposte all’ambiente e nelle variazioni anatomico-morfologiche può non verificarsi alcun arricchimento in termini di informazioni genetiche, ma probabilmente, al contrario, un impoverimento.
 Prevedere una mutazione genetica che determini la risposta giusta al momento giusto e nel luogo giusto, in casi critici per la sopravvivenza di una popolazione in un territorio ecologicamente ostile, sembrerebbe davvero troppo. Nel caso delle Sughere esaminate, non si capisce poi a quale punto ciò sarebbe potuto avvenire : se a livello, cioè, delle ghiande importate ( 27 ), delle piante nel corso del loro sviluppo allo stadio di semenzale oppure ancora nelle piante adulte al momento della loro fruttificazione.
 Dovunque la si guardi, l’ipotetica mutazione in favore di individui dalle esigenze compatibili con zone con terreni calcarei e siccità estiva desta perplessità, come riportato nello specchietto che segue.

 

Stadio di
"mutazione"
Epoca Perplessità
Ghiande di prima importazione La variazione sarebbe avvenuta in questo caso a carico delle ghiande nel momento in cui erano ancora sulle piante capostipiti, prima della loro importazione nel Brindisino. Possibilità "istantanea" di difficile sostenibilità ( ved. par. 1 ) ; data la difformità con l’ambiente "ordinario" della specie, dette ghiande, qualora non esportate in una zona dalle caratteristiche come quelle anzidette, non avrebbero avuto la minima probabilità di dare origine a piante in grado di giungere alla maturità riproduttiva e di dare origine ad un popolamento.
Plantule nate nel Brindisino Variazione a livello dei semenzali nati dalle ghiande importate ( generazione parentale ). Resistenza derivante da variabilità fenotipica, senza il supporto di una adeguata informazione genetica ; una tale ipotesi, plausibile a livello individuale, non concorda con la trasmissione di tali caratteri alla discendenza.
Ghiande prodotte da Sughere vegetanti nel Brindisino Variazione insorta al momento dell’emissione delle ghiande da parte delle prime Sughere nate nel Brindisino ( F1 ). E’ "la variazione giusta al momento giusto" ( ved. nota n° 7 ), quasi che a provvedervi fosse stato un "deus ex machina" ; non giustifica inoltre in quale modo delle Sughere "tipiche" avessero potuto sopravvivere in un ambiente ostile come quello del Brindisino fino al raggiungimento della piena efficienza riproduttiva.

Tab. 1 - Tentativo di collocazione temporale dell’eventuale "mutazione" avvenuta a carico delle Sughere vegetanti nel Brindisino e perplessità conseguenti.

 

 Che un cambiamento possa avvenire per perdita di caratteri è un dato di fatto, stanti gli innumerevoli esempi, ben verificabili da chiunque, a tale proposito. In qualsiasi regno vivente è possibile trovare dei fondamenti a tale affermazione. Per ciò che riguarda il regno vegetale, un esempio potrebbe essere rappresentato dalle Sughere di Brindisi, ma non solo : esistono svariati esempi di alberi forestali che, trovatisi a vegetare in ambienti geograficamente lontani rispetto a quello di provenienza, hanno manifestato in poco tempo degli adattamenti peculiari che li contraddistinguono dagli altri alberi della stessa specie. Questo è un carattere che si manifesta spesso sia nel caso di areali in regressione che nel caso di areali in espansione : l’evento che deve essere verificato è che non si abbia uno scambio di materiale genetico con la restante popolazione.
 In tal modo viene a determinarsi l’effetto noto in ecologia come "effetto del fondatore" : si suppone ovviamente che i pochi individui isolati dal resto della popolazione non siano portatori del complesso di informazioni genetiche che caratterizzano la specie, per cui i caratteri manifestati morfologicamente o fisiologicamente saranno sotto il controllo non dell’intero patrimonio genetico della specie, ma solo di quella porzione più o meno ristretta di geni di cui sono in possesso gli individui presenti nella popolazione "confinata".
 Si vengono così a determinare nuclei isolati di individui che, non in grado di interfecondarsi con i conspecifici presenti in altre regioni ( o comunque per un qualsiasi motivo isolati rispetto a questi ), appariranno portatori di caratteri che potranno essere in misura maggiore o minore differenti, in assoluto o in termini di frequenza, dallo standard della specie.
 Ricondurre tali differenze ad adattamenti nei confronti dell’ambiente potrebbe essere molto fuorviante, in quanto nella maggior parte dei casi vengono a mancare i requisiti perché tale processo possa verificarsi : in primo luogo manca il tempo che sarebbe necessario perché ciò possa avvenire ( 28 ), ed in secondo luogo i caratteri manifestati dagli individui isolati possono non aver alcuna attinenza con quelli che sarebbero i più favorevoli all’ambiente.
 Ciò non sempre è vero - l’esempio delle Sughere di Brindisi è eloquente in tal senso -. Quando avviene che i caratteri acquisiti dalla specie si discostano da quelli standard per l’espressione di caratteri indispensabili al nuovo ambiente, ciò si configura come il risultato di una "selezione naturale" come precedentemente delineata. Una selezione, cioè, in cui i caratteri ecologici determinano la soppressione delle informazione genetiche in contrasto con l’ambiente, a tutto favore di quelli che codificano informazioni idonee all’ambiente stesso.
 Qui si inserisce il caso delle Sughere brindisine, ma non solo : è compresa in tale ipotesi un’innumerevole serie di organismi tipici di un ambiente e "plasmati" dall’ambiente stesso, vere e proprie provenienze geografiche in possesso di caratteri idonei per l’ambiente in cui vivono. In selvicoltura ciò rappresenta la regola. Non si ha a che fare con sottospecie vere e proprie, ma con individui che manifestano attitudini che si rivelano idonee alle caratteristiche ecologiche ( biotiche ed abiotiche ) del territorio di provenienza, ma poco consone ad altri ambienti. Gli esempi sono a tale proposito innumerevoli. A volte si rilevano nelle diverse provenienze caratteristiche distintive anatomiche ( sia microscopiche che macroscopiche ) e fisiologiche che sembrerebbero avere una valenza neutra, piuttosto che favorevole, per la sopravvivenza nell’ambiente geografico ( 29 ).
 Specie dall’areale molto vasto evidenziano delle variazioni a volte anche notevoli a seconda della loro posizione geografica, variazioni che seguono un processo riconducibile a quello ipotizzato per la Sughera brindisina. Ciò sarebbe in grado di avvenire sia in seguito a colonizzazione di nuovi ambienti che in seguito a regressioni dell’areale. Il punto fondamentale è che si verifichi la cessazione di scambio genico, che permetterebbe altrimenti al patrimonio ereditario un rimescolamento continuo con soppressione delle eventuali modificazioni evidenziatesi in popolazioni isolate a causa delle diverse frequenze geniche rappresentate.
 Variazioni ambientali di qualsiasi tipo, purché rilevanti sotto il punto di vista del temperamento ecologico della specie, porterebbero alla manifestazione di caratteri che nel "tipo" standard della specie stessa non sarebbero visibili perché sopiti, probabilmente a causa dell’influenza di altri geni. La manifestazione suddetta sarebbe resa dunque possibile, nella presente ipotesi, dalla soppressione dell’influenza di contrasto attraverso l’eliminazione degli individui in cui tale carattere appare più marcato e, conseguentemente, alla lunga, l’eliminazione di tali geni dal patrimonio genetico della popolazione.
 Un impoverimento quindi del genoma, piuttosto che un suo arricchimento, una riduzione dell’informazione contenuta piuttosto che un aumento della sua complessità. Una riduzione necessaria, in vista della sopravvivenza dell’individuo nel nuovo ambiente : una "involuzione" che permette di far riaffiorare dei caratteri del tutto inaspettatamente, là dove i presupposti per la teoria dell’evoluzione non possono essere verificati.
 L’informazione genetica si rivelerebbe quindi inaspettatamente variegata, multiforme al punto da dare origine ad individui dalle caratteristiche anche molto differenti dallo standard di partenza. Ad individui che in qualsiasi momento, qualora messi in condizioni adatte, possono essere interfecondi con quelli originari, per quanto in possesso di caratteristiche che sembrerebbero separarli in misura anche considerevole da questi.
 Un esempio lampante è quello delle variazioni degli animali allo stato domestico : l’azione di selezione operata dall’uomo non può determinare a livello genetico la produzione di caratteri nuovi ( 30 ), ma semplicemente l’eliminazione di quelli indesiderati. Il che non porta ad una semplificazione delle forme : tutt’altro !
 L’esempio più vicino a noi è sicuramente quello degli animali comunemente adoperati dall’uomo, la cui multiforme varietà stupisce, quando si considera che essi hanno tratto origine da un’unica forma scarsamente differenziata, almeno a livello esteriore. Gli esempi sono molteplici ; lo schema che segue ne elenca schematicamente alcuni.

 

SPECIE SELVATICA ORIGINARIA SPECIE DOMESTICA DERIVATA
Nome scientifico Nome italiano Nome comune Nome scientifico
Canis lupus Lupo Cane Canis familiaris
Bos primigenius (+) Uro Vacca, Toro Bos taurus
Colomba livia Piccione selvatico Piccione domestico Colomba livia var. domestica
Felis sylvestris Gatto selvatico Gatto domestico Felis catus
Mustela putorius Puzzola Furetto Mustela putorius furo
Oryctolagus cuniculus Coniglio selvatico Coniglio domestico Oryctolagus cuniculus
Ovis musimon Muflone Pecora domestica Ovis aries
Streptopelia risoria Tortora dal collare Tortora domestica Streptopelia risoria domestica

Tab 2 - Capostipiti selvatici ( nome scientifico e comune ) e forme domestiche derivate ( nomi comune e scientifico )

 

 E’ stupefacente osservare fino a che punto alcune specie apparentemente poco variabili, dopo essere state sottoposte a processi di selezione antropica finalizzati all’allontanamento dei caratteri indesiderati, diano il via a tutta una serie di forme, colorazioni, varietà, ecc.
 Sorprendente, e del tutto in contrasto con un’ipotesi della "selezione naturale", qualora vista in un’ottica non rigorosamente conservativa, in quanto evidentemente tutto era già presente nella prima coppia soggetta al processo di eliminazione delle caratteristiche indesiderate. Le operazioni, ben note perché avvenute sotto il controllo diretto dell’uomo, sono state di scelta, di vagliatura, e pertanto di impoverimento, mai di aggiunta o di arricchimento.

 

Fig. 7 - Capra selvatica di Montecristo ( Capra aegagrus ) - ( illustrazione tratta da A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. )

 

 Inaspettatamente si sono manifestati dei tratti che non erano assolutamente presenti nei capostipiti, i quali necessariamente dovevano prevedere, pur non manifestandole, tali informazioni. Come dire che il bassotto, il sambernardo, il levriero, il chihuahua erano già presenti nel Lupo nei loro tratti costitutivi ! Le innumerevoli forme, temperamenti e caratteristiche ben distinti e differenziati sono state "selezionate" a partire da quel patrimonio genetico estremamente vario, benché non eccessivamente differenziato a livello esteriore, che era già posseduto dal Canis lupus di partenza.

 

12. Il Canis familiaris e la "Variazione allo stato domestico"

 I presupposti dell’evoluzione per perdita di caratteri, ossia un’involuzione alla base di tale florilegio di forme, mal si accordavano con la teoria evoluzionista per eccellenza, quella di Darwin, il quale, nel suo tentativo di dare al mondo la visione di una variazione dei viventi nel senso di una complessità crescente, dovette ammettere a tale proposito la possibilità dell’esistenza di più progenitori selvatici. Egli non si spiegava, infatti, come da un’unica specie selvatica magari poco differenziata potessero avere avuto origine degli animali domestici variabili a tal punto.
 L’ipotesi della manifestazione di tali caratteri non in seguito ad arricchimenti, bensì ad impoverimento, sembra che non dovette sfiorare nemmeno per un attimo la testa dell’autore inglese, il quale non ammise neppure nel campo delle possibilità l’eventualità che tale variabilità potesse derivare da un’unica forma capostipite. Per questo motivo egli affermò che per il Cane i ceppi originari derivassero da diverse specie selvatiche – e pertanto non dal solo Lupo –, specie di cui agli omise però di dare qualsiasi ulteriore indicazione.

<< Quando cerchiamo di apprezzare l’entità delle differenze strutturali fra le razze domestiche della stessa specie, ci coglie immediatamente il dubbio, non potendo sapere se discendono da una sola o da parecchie specie originarie. Questo sarebbe un punto interessante, se ci riuscisse di chiarirlo. Per esempio, se si potesse dimostrare che il levriero, il segugio, il terrier, lo spaniel ed il bull-dog ( razze che attualmente si riproducono, come a tutti è noto, con tanta purezza ) sono discendenti da una sola specie, avremmo ottime ragioni per mettere in dubbio l’immutabilità delle molte specie naturali affini ad essi ( delle numerose volpi, per esempio ( 31 ) ) che vivono nelle più diverse parti del mondo. ( Come vedremo fra breve, io non credo che tutti i nostri cani siano derivati da una sola specie selvatica, mentre, per quanto riguarda altre razze domestiche, vi sono indizi abbastanza probativi, o addirittura notevoli, a favore di tale opinione. ) >> ( 32 )

Charles DARWIN – "L’origine delle specie"

 

Fig. 8 - Volpe ( Vulpes vulpes ), Canide selvatico con cui né il Cane comune né il Lupo possono ibridarsi - ( illustrazione tratta da A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. )

 

 Gli "indizi abbastanza probativi, o addirittura notevoli", benché così rilevanti per affermazione dello stesso scrittore, non vennero mai specificati, né nella prima stesura de "L’origine delle specie" né in alcuna delle seguenti. Nella sesta edizione peraltro l’autore modificò il discorso, sostituendo il categorico inciso sopra riportato fra parentesi con la seguente frase :

 << Come vedremo fra breve, io non credo che tutte le differenze fra le varie razze di cani siano state prodotte dall’addomesticamento ; io credo che una piccola parte delle differenze sia dovuta al fatto che discendono da specie distinte. Nel caso di razze nettamente definite in altre specie domestiche, si danno indizi, o addirittura prove evidenti, del fatto che tutte le razze siano discese da un unico ceppo selvatico. >>

 Quindi, gli "indizi abbastanza probativi, o addirittura notevoli", così categoricamente citati senza essere stati minimamente specificati, vennero ricondotti a semplice impressione personale, con un’inversione di tendenza a dir poco notevole ( questa sì ).
 La verità, ben nota oggi, è che il Cane domestico ha un solo progenitore : il Lupo comune ( Canis lupus ), non esistendo oltretutto altri rappresentanti del genere Canis con il quale potersi incrociare ( 33 ).

 

Fig. 9 - Sciacallo dorato ( Canis aureus ), unico rappresentante selvatico del genere Canis presente nell’areale del Lupo e pertanto unica specie potenziale partner sessuale di questo ( per quanto l’areale dello Sciacallo dorato abbia limitate zone di sovrapposizione con quello del Lupo e per quanto il primo abbia dubbie possibilità di configurarsi come partner sessuale del secondo ) – ( illustrazione tratta da A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS – << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. )

 

 Fra l’altro, non esiste in tutto il regno animale una qualsiasi specie che possa originare ibridi fecondi incrociandosi con un’altra specie, ma forse Darwin questo non lo poteva sapere. O forse sì ( 34 ).

*****

Una digressione sul concetto di "specie" : come una definizione si modifica nel corso del tempo

 Non è forse superfluo elencare le diverse formulazioni del concetto di specie nel corso del tempo, quasi a sottolineare il fatto che, soprattutto in ambito scientifico, alcuni concetti, ipotesi o teorie sono irrimediabilmente "figli del loro tempo" e come tali si prestano ad essere perfettibili, rivelandosi essi, alla luce delle nuove acquisizioni, spesso incompleti, inadeguati o del tutto infondati. Una regola scientifica non è un dogma.

 

Autore e data Definizione di "specie"
DOBZHANSKY, 1935 La specie rappresenta quella tappa della divergenza evolutiva nella quale un insieme di forme, effettivamente o potenzialmente interfertili, riesce a segregarsi in due o più insiemi separati, fisiologicamente incapaci di incrociarsi. "
MAYR, LISLEY, USINGER, 1953 Le specie sono gruppi di popolazioni naturali che realmente ( o in potenza ) si riproducono fra loro, e che sono isolate riproduttivamente da altri gruppi analoghi. "
SIMPSON, 1961 Una specie evolutiva è il lignaggio ( una sequenza ancestrale discendente di popolazioni ) che evolve separatamente dagli altri e che ha un proprio ruolo e una propria tendenza evolutiva unitaria. "
GHISELIN, 1974 Le specie sono, nell’economia della Natura, le unità massime nelle quali esiste competizione riproduttiva fra le parti. "
WILEY, 1978 Una specie in evoluzione è un unico lignaggio di popolazioni in relazione ancestrale-discendente, che mantiene la propria identità rispetto ad altri lignaggi così definiti, e che ha tendenze evolutive e destino storico propri e specifici. "
ELDREDGE, CRACRAFT, 1980 Una specie è un insieme definibile di individui che mantengono le loro relazioni genealogiche esclusive di ancestrale-discendente, insieme che mantiene relazioni genealogico-filogenetiche con unità analoghe. "
NELSON, PLATNICK, 1981 Le specie sono l’insieme minimo discreto di organismi capaci di autoperpetuarsi, che possiedono un complesso esclusivo di caratteri. "
PATERSON, 1985 Possiamo considerare la specie la più estesa popolazione di organismi biparentali che condividono un sistema comune di fecondazione. "
GHISELIN, 1986 La specie è la massima popolazione provvista di coesione interna. "

Tab. 3 - Modificazione della percezione del concetto di "specie" in diverse epoche storiche ( da : "Il concetto di specie in biogeografia", rif. cit. ) ; come si vede, un punto fisso - forse l’unico - che rimane invariato nel corso delle varie epoche è la concezione di interfecondità piena ed esclusiva fra gli individui appartenenti ad una medesima specie.

 

 Malgrado ciò, erano ben note, all’epoca di ognuna delle formulazioni del concetto di "specie" sopra riportate, le eccezioni alla regola generale che assegna la possibilità di dare origine a prole fertile solo agli appartenenti alla stessa specie non mancano.
 E si tratta di eccezioni molto importanti : in campo vegetale si assistono a molteplici deroghe al concetto di esclusività nella procreazione di prole feconda. Si può citare quella, classicamente nota in botanica forestale, rappresentata da alcune Querce le quali si ibridano abitualmente, dando origine ad ibridi fecondi. Fra tali Querce, segnalo in particolare quelle appartenenti alla Sezione "Robur", come la Roverella ( Quercus pubescens ) e la Rovere ( Quercus petraea ), che, ibridandosi ripetutamente, danno origine a serie di ibridi progressivi fatti ricadere nella cosiddetta "Serie pubescens-petraea" creata all’uopo.

 

Foto n° 12 - Fronda di Roverella ( Quercus pubescens ) ; sono ben visibili i fiori maschili riuniti in amenti.

 

 Si tratta di una ricorrenza ben nota da molto tempo, che niente ha a che vedere con le scoperte fatte in epoca recente in campo della genetica, e che già da molto tempo permette di rilevare come il concetto di "specie", sopra esposto nelle varie formulazioni proposte nel corso del tempo, non si presta ad essere omnicomprensivo, non tenendo esso conto appunto della straordinaria complessità degli esseri viventi.
 Scoperte recenti hanno permesso di indagare in maniera più circostanziata attorno alla diversa possibilità che gli esseri viventi hanno di ibridarsi. Si rilevano oggi, a tale proposito, differenze sostanziali fra gli animali superiori, i vegetali ed i batteri.

 << Mentre infatti gli animali di specie diverse non sono interfecondi o se producono prole questa è generalmente sterile come nel caso del mulo o del bardotto, prodotti di incrocio fra cavallo e asino, una notevole parte delle specie vegetali si è formata proprio a partire dall’ibridazione fra altre pre-esistenti. È il caso per esempio del grano che usiamo per fare la pasta, prodotto di due specie ancestrali, di quello che serve per il pane derivato da due ibridazioni successive che coinvolgono tre specie, delle patate, del tabacco, ecc. i batteri, poi, si scambiano con grande facilità parti del corredo genetico anche fra specie apparentemente molto diverse e una ancora maggiore propensione all’incrocio fra diversi si ha nei virus. >>

( da M. BUIATTI - << La Biodiversità >>, op. cit. )

 Si tratta di caratteristiche sostanziali oltre che di fondamentale importanza, al punto che esse potrebbero essere incluse fra le caratteristiche stesse che distinguono gli animali dai vegetali. Il concetto di "specie", dal canto suo, non può essere considerato appropriato, se esso non tiene conto di tutti i caratteri che si manifestano nel mondo vivente ; le differenze ed addirittura le incongruenze sono tali che non sarebbe forse ingiustificato formulare per "specie" definizioni differenziate a seconda del regno vivente a cui si intende riferire.

*****

 

 Ritorniamo a quel Canis familiaris da cui eravamo partiti : si sa per certo che tutte le sue caratteristiche derivano da quell’unica specie, il Canis lupus, i cui discendenti furono selezionati dall’uomo alla ricerca di caratteristiche utili.

 

Fig. 10 - Lupo ( Canis lupus ) : da quest’unica specie relativamente poco differenziata morfologicamente ha tratto origine la moltitudine di razze canine selezionate dall’uomo, ognuna delle quali in possesso di standard ben definiti e di caratteristiche peculiari ( illustrazione tratta da A. SPAGNESI, A. M. DE MARINIS - << Mammiferi d’Italia >>, op.cit. )

 

 Tali caratteristiche – è bene ricordarlo, anche a costo di essere ripetitivi, e mai darlo troppo per scontato – non derivano ovviamente da mutazioni evolutive a carico dei soggetti selezionati dall’uomo, ma unicamente dalla manifestazione di caratteri determinati da geni preesistenti, che nel Lupo ancestrale non avevano modo di farlo. Le varie razze canine, pertanto, non sono state "create" con la selezione umana, ma questa ha avuto più che altro un effetto di segregare le informazioni genetiche relative ad un dato carattere, isolandole dalle altre : tale impoverimento ha portato.... ad un arricchimento di forme, colori, indoli, predisposizioni, ecc. rispetto all’originario Canis lupus.
 Un processo di evoluzione, di avanzamento nella linea evolutiva ? Tutt’altro, dato che non a geni nuovi si è data in questo modo espressione, bensì a geni già presenti nel patrimonio genetico dopo l’allontanamento di geni indesiderati, i quali effettuavano evidentemente un’azione di contrasto o inibizione nei confronti di quelli privilegiati dalla selezione operata dall’uomo : nessuna nuova sequenza genica è stata aggiunta, pertanto, al patrimonio genetico delle specie, ma sono anzi state eliminate quelle informazioni derivanti da geni che le operazioni di selezione hanno mirato a sopprimere.
 Non un incremento dell’informazione lungo la linea di uno sviluppo, quindi, ma al contrario un arretramento diretto verso la semplificazione del contenuto di informazioni : non un’evoluzione, non un progresso verso forme più variegate e diversificate, ma semplicemente un’ "involuzione", ossia una tendenza a forme progressivamente più semplificate perché sceverate da tutti i caratteri che si è teso ad eliminare.
 Quindi, tutte le caratteristiche dei Cani derivano da quell’unica specie, il Canis lupus, i cui discendenti furono selezionati dall’uomo alla ricerca di caratteristiche utili.
 Una selezione che differisce da quella naturale perché questa operata dall’uomo è rigorosamente unidirezionale, non ammettendo la minima variazione e non lasciando alcuno spazio al caso.
 La selezione di natura antropica è pertanto molto più rigorosa di quella dettata dall’ambiente, il quale può determinare, per una serie di fortuite coincidenze, la sopravvivenza di un individuo che, per quanto valido, può non essere il non plus ultra per quell’ambiente, perché sono pressoché infinite le variabili che possono incidere sulle sue possibilità di sopravvivenza ( e, pertanto, sulle possibilità di perpetuazione del proprio patrimonio genetico : dall’efficienza di un’azione predatoria alla riuscita di una fuga, dalla suscettibilità a malattie di elevata gravità alla maggiore o minore resistenza a periodi di penuria di cibo o di acqua ; dalla manifestazione di caratteri rivelatisi vantaggiosi per l’ambiente ad un buon successo riproduttivo, ecc. ).
 Se da una riduzione delle informazioni genetiche a disposizione di alcuni esseri viventi di una specie deriva un aumento della variabilità morfologica e strutturale, cosa deriverà, al contrario, dall’arricchimento dell’informazione così segregata ?

 

13. Impoverimento e ri-arricchimento genetico

 Salvo poi ricombinare i geni di una parte dei cani selezionati dall’uomo per giungere ad una nuova uniformità di forme, temperamenti, indoli, che porteranno fino al Dingo, indubbiamente più adatto alla vita selvatica ma non per questo più "specializzato" rispetto ad un levriero, o un alano, o un segugio, ecc.
 E’ corretta l’uguaglianza specializzazione = impoverimento, selezione ( "involuzione" ) ?
 Da un Lupo non nascerà mai un barboncino, e non perché nel primo non siano presenti le informazioni per far nascere il secondo, ma probabilmente perchè insieme a queste ne sono presenti anche altre che si combinano in maniera più o meno discreta nell’impedire ciò.
 L’effetto indotto da tali selezioni può tornare indietro ? Forse, se si avessero a disposizione tutti i genomi derivasti, ciò sarebbe possibile, ma non va tralasciato il fatto che cani dalle caratteristiche indesiderate possano essere stati messi nell’impossibilità di riprodursi, e che pertanto sia stato impedito a parti del genoma del Lupo d’origine di manifestarsi e di permanere nel Cane domestico.
 Un parziale "ritorno alle origini" - per quanto con tutte le limitazioni del caso - si è verificato, almeno in un caso, in natura : appunto quello del Dingo, il Cane selvatico australiano che deriva dai Cani domestici importati nel continente australiano dall’uomo circa 20.000 anni fa e successivamente inselvatichitisi.
 Nel caso di quest’animale i passaggi possono essere riassunti come segue :

Lupo ( Canis lupus ) —> Cane ( Canis familiaris ) —> Dingo ( Canis dingo )

 Il patrimonio genetico del Dingo deriverà dagli apporti di quelli dei cani che si sono inselvatichiti : essendo la risultante dei singoli contributi da parte dei Cani importati dall’uomo, esso sarà ben più vario di quello di ognuno dei singoli individui che avranno preso parte al processo di riconquista della vita allo stato libero. Ben difficilmente, però, potrebbe essere considerato rappresentativo dell’intero antico patrimonio genetico originario del Lupo, come starebbe ad indicare fra l’altro anche la conformazione morfologica e dimensionale del Dingo, che appare ben differente da quella del Lupo.
 A differenza di ciò che si è spontaneamente portati a ritenere, esistono pertanto dei casi in cui l’impoverimento genetico si è rivelato un motore che ha esaltato la complessità della specie, manifestandone delle potenzialità il più delle volte impreviste.
 Tutto il processo di selezione operato dall’uomo nei confronti di animali e vegetali ne è un esempio lampante. E, come nel caso della Sughera vegetante in agro di Brindisi, si è verificata un’inattesa espressione della variabilità di specie - sia animali che vegetali - fino alla manifestazione di caratteristiche anche completamente nuove, assenti nella specie selvatica d’origine.
 Ciò acquisisce proporzioni talmente rilevanti che ci si dimentica, in alcuni casi, di considerare la strettissima parentela che unisce specie selvatiche alle loro varianti domestiche, al punto che è abituale l’ "incrocio" delle prime con le seconde.
 Per definizione si considerano appartenenti alla stessa specie quegli individui in grado, accoppiandosi, di dare origine a prole fertile ( 35 ). Ciò è proprio quanto si verifica nel Cane e nel Lupo, che pure sono considerati due specie distinte ( Canis familiaris il primo e Canis lupus il secondo ).
 Certo, esaminando il Lupo, le cui popolazioni sono composte da individui non estremamente differenziati, qualche perplessità può sorgere a proposito della sua discendenza canina e dell’estrema variabilità nelle forme di quest’ultima. Ciò era talmente evidente da portare lo stesso Darwin a presupporre che alla base del Cane ci fossero altri progenitori, oltre al Lupo ( "io non credo che tutti i nostri cani siano derivati da una sola specie selvatica." ).
 A parte le evidenti difficoltà nel ritenere oggi plausibile una eventualità del genere – specie differenti non si riproducono fra di loro e, quando anche arrivano a farlo, originano una discendenza non fertile –, c’è da rilevare che in alcun modo si è tentato di dare una spiegazione alla strana produzione di varietà ( le diverse forme canine ) a partire da un essere non troppo differenziato ( il Lupo originario ).
 Queste cose sono sotto gli occhi di tutti, e rendono ragione all’estrema variabilità intraspecifica di forme di esseri viventi apparentemente poco variabili ; il processo è però andato avanti, non fermandosi all’apparizione del Cane, e, sempre per ulteriore semplificazione del corredo genetico, ha dato origine ad un’altra forma vivente ( anch’esso considerato come specie "buona" : il Dingo ( Canis dingo ).

 

Rana esculenta, Rana ridibunda, Rana lessonae : un’eccezione, una di quelle che confermano la regola, o.... la regola ?

 Esiste un caso notevole : quello delle Rane verdi, in cui individui derivanti apparentemente dall’incrocio di due specie distinte sono in grado di riprodursi a loro volta.
 Quanto segue è riportato integralmente dalla "Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa", op. cit.

 << In Europa vi sono tre specie di rane verdi : Rana verde maggiore ( R. ridibunda ), Rana dei fossi ( R. lessonae ) e Rana verde minore ( R. esculenta ). Insieme formano un gruppo tra i più complessi dei nostri anfibi e rettili e le loro interrelazioni non sono ancora state chiarite completamente. Il riconoscimento della Rana dei fossi come specie distinta è abbastanza recente. Prima non era chiaramente distinta dalla Rana verde minore e veniva spesso confusa con questa. La Rana verde maggiore e la Rana dei fossi si ibridano generando le Rane minori. Al contrario di gran parte delle popolazioni di origine ibrida, alcune Rane verdi minori sono in grado di riprodursi con successo con l’una o l’altra specie genitrice. L’accoppiamento con le specie genitrici di solito non produce forme intermedie ma altre rane verdi minori. Di fatto la Rana verde sembra esistere in almeno quattro forme, sebbene queste non possano essere distinte con sicurezza in natura. Una si accoppia con successo con la Rana dei fossi, un’altra con la Rana verde maggiore, le altre due sono triploidi avendo un set cromosomico in più. I membri di alcune di queste forme possono accoppiarsi tra loro e i risultati di tali unioni sono principalmente rane verdi minori, talvolta però nascono anche rane verdi maggiori e dei fossi.
 Queste situazioni bizzarre, in cui una forma di origine ibrida si riproduce accoppiandosi con una delle due specie genitrici, sembrano connesse a un peculiare corredo cromosomico. Tutte le rane verdi minori posseggono almeno un set cromosomico di Rana verde maggiore e almeno uno di Rana dei fossi, come ci si aspetterebbe alla prima generazione ibrida. Ma, sorprendentemente, i geni dei due set non si mischiano ( per il crossing-over cromosomico ) quando la Rana verde minore forma le sue cellule riproduttive. Le sue uova e gli spermatozoi spesso contengono i cromosomi di una sola delle due specie genitrici. Per esempio, nella Rana verde minore che si accoppia con la Rana verde maggiore, le cellule riproduttive hanno spesso soltanto cromosomi di Rana dei fossi così che i giovani nati da questo accoppiamento avranno un set di Rana dei fossi e uno di Rana verde maggiore e saranno di conseguenza rane verdi minori.
 >>

 Come si vede, quanto sopra esprime quest’anomala caratteristica delle Rane verdi, giustificandola con un irregolare andamento della fase riproduttiva delle stesse. Attenzione però, in quanto non si tratterebbe, in nessun caso, di una specie nuova, bensì di una "specie" che unisce in sé due specie vecchie ( anzi solo una ! ). Due specie che cioè, pur prevedendo l’accoppiamento interspecifico, non mettono in compartecipazione entrambi i gameti, riproducendosi per ibridogenesi ( ossia senza ricombinazione di materiale genetico ). Come dire, cioè, che anziché rimescolare il contributo di entrambi i corredi genetici, la Rana ne fa a meno, riducendosi ad esprimerne solo uno. In questo la Rana esculenta parrebbe essere nulla di più che un "contenitore" temporaneo, destinato ad accogliere, in un primo momento, i contributi di entrambi i parentali, ma che in seguito offre la possibilità di manifestarsi solo a quelli di uno dei due partner riproduttivi.
 A livello generale accade che, nel corso di un siffatto processo riproduttivo, il genoma aploide proveniente da un parentale ( in questo caso quello paterno ) viene eliminato in toto. Il risultato è che l’uovo conterrà la metà dei cromosomi del genoma materno, che dovrà essere fecondato dagli spermatozoi di un’altra specie per dar nuovamente luogo ad un ibrido in grado di produrre uova.
 Per quanto le informazioni al riguardo siano lacunose ed ancora in via di perfezionamento, allo stato delle cose è possibile forse trarre alcune conclusioni.
 In primo luogo la Rana che si riproduce non è una rana "ibrida" nel vero senso della parola, in quanto essa contiene solo le informazioni genetiche della madre, essendo state quelle provenienti dal padre completamente eliminate.
 In secondo luogo, per quanto è dato di conoscere allo stato attuale, parrebbe di capire che le stesse Rane considerate "ibride" siano esclusivamente di sesso femminile ( con corredo cromosomico XX ), essendo stato l’intero corredo cromosomico paterno ( XY ) eliminato, per cui in tali Rane manca completamente il cromosoma Y. Stando così le cose, la Rana esculenta non avrebbe la possibilità di riprodursi in assenza della Rana lessonae ( o, a seconda della provenienza geografica, della Rana bergeri), Anuro che dimostra di avere un cromosoma maschile compatibile.

 

Foto n° 13 - Rana

 

 

IV - ISOLAMENTO ( ED ALTRI ORIZZONTI )

 Ciò che si manifesta a livello delle popolazioni isolate ha davvero dello straordinario : il limitato o nullo flusso genico, di cui già si è detto in precedenza, determina in dette popolazioni l’emergenza di caratteri che a volte appaiono inediti e completamente nuovi in seno alla specie di appartenenza. Ciò può essere vero sia in senso assoluto che in senso relativo ( in termini di incidenza percentuale della manifestazione di un dato carattere ).
 Quelli che seguono sono degli esempi i cui effetti sono riconducibili a fenomeni conseguenti all’isolamento, i cui risvolti risultano a volte del tutto imprevedibili.
 Nella descrizione di tali esempi non si è tenuto conto solo delle "isole" in sé, ma di varie situazioni cui le isole sono comparabili sotto un punto di vista ecologico, ossia condizioni di isolamento di popolazioni più o meno grandi dalla distribuzione di massa della specie. Isole, laghi, catene montuose, finanche continenti.
 O, in casi particolari, è stata considerata l’intera specie, qualora questa sia stata fortemente condizionata dall’attività umana ( ved. paragrafo sul Pino d’Aleppo o gli esempi elencati all’app. 2 "Impoverimento...... speciazione ? Alcuni casi notevoli e, soprattutto, sotto gli occhi di tutti" ).
 La storia stessa della domesticazione è d’altra parte la storia della selezione di caratteristiche utili in piante ed animali che furono isolati dai loro consimili selvatici.

 

14. Il Dodo dell’isola Mauritius : come non la selezione, ma la sua assenza, portò a modificazioni nella specie.

 Si indica con il nome di Dodo un uccello scomparso nel XVII secolo, un Uccello dalle dimensioni molto rilevanti che viveva nell’Isola di Mauritius, nell’arcipelago delle Mascarene, e che non fu in grado di far fronte al contatto con gli esseri umani. Un uccello che, benché non abbia interessato da vicino gli europei del Continente, ha colpito molto il loro immaginario collettivo, al punto che l’espressione "morto come un Dodo" rientra nei modi di dire francesi ed inglesi di uso comune.

 

Fig. n° 11 - Dodo ( da David REILLY - << The tragedy of Dodo >>, op. cit. )

 

 Il Dodo era un uccello, inetto al volo, della Famiglia dei Rafidi ( Raphidae ), Ordine dei Columbiformi, che si estinse pochi anni dopo il suo primo contatto con gli esseri umani, al pari di ciò che avvenne poco dopo a due altri Uccelli, ad esso affini, di isole vicine.
 La situazione di tali uccelli è rappresentata nella tabella che segue

 

Nome comune Nome scientifico Isola Probabile
anno di
estinzione
Note
Dodo o Dronte Raphus cucullatus,
Didus ineptus
Isola Mauritius 1681  
Solitario di Rèunion Raphus solitarius,
Didus borbonicus,
Victoriornis imperialis,
Ornithaptera solitaria
Isola di Reunion 1746 Piumaggio di colore chiaro.
Solitario di Rodriguez Pezophaps solitaria Isola di Rodriguez 1791 Piumaggio di colore bruno. L’ultimo avvistamento avvenne ad opera di un astronomo francese, l’Abate Pingrè, recatosi a Rodrigues per osservare il passaggio del pianeta Venere allineato col Sole.
Dodo di Nazareth Didus nazarenus Isola di Tromelin ( ?)  ? Uccello, la cui esistenza passata è incerta, descritto unicamente nel 1948 nel Bollettino dell’Accademia Russa Imperiale delle Scienze.

Tab. 4 - Dodo e specie affini : note differenziali

 

 Nel 1598 le Isole Mascarene diventarono sede di una colonia penale olandese. I detenuti sbarcati si portarono dietro dei maiali, che in parte rinselvatichirono. Insieme ai ratti, i maiali sterminarono tutte le covate dei Dodo.
 Tutti questi uccelli vennero descritti come sgraziati, apatici ed anche stupidi, forse perché, a causa della loro esistenza in una ambiente privo di nemici naturali, non riconoscevano nell’uomo un nemico ed anzi si avvicinavano a lui senza fuggirlo, malgrado le aggressioni di cui erano oggetto.
 La carne del Dodo, sebbene fonte potenziale di prezioso alimento per gli equipaggi costretti a sopportare traversate che potevano durare mesi, non doveva essere molto gradevole, al punto che l’Uccello venne chiamato "Walghvogel" ( "uccello nauseante" ( 36 ) ) dai marinai olandesi.
 Tutte le descrizioni di questi Uccelli sono state fatte sulla base degli esemplari viventi nelle isole, o tutt’al più sui pochissimi resti impagliati portati in Europa ; ora del Dodo non rimane più niente, a causa delle natura vulcanica delle isole Mascarene, che non hanno permesso il permanere di resti fossili, e della scarsità di reperti, l’ultimo dei quali, conservato presso il Museo di Oxford, pare sia stato bruciato perché in condizioni di degrado. Malgrado ciò, le stampe pittoriche permettono di risalire, fatti salvi i prevedibili discostamenti dal reale, permettono di avere un’idea di questi animali.

" Le tre specie, assai simili fra loro, hanno in comune un corpo simile a quello di un colombo seppure molto più massiccio, grassoccio e dalle dimensioni di un grande tacchino, da cui emerge la testa con un enorme becco ricurvo che conferisce all’uccello un aspetto in un certo modo grottesco. Le ali sono straordinariamente ridotte. Le zampe un po’ più robuste di quello che ci si aspetterebbe da un uccello di queste dimensioni e la coda, sempre come conseguenza delle abitudini terrestri, è molto ridotta e trasformata in un ridicolo pennacchio che pare piuttosto un ornamento senza alcuna funzione. Si suppone che il Dodo abbia avuto un il corpo rivestito da un piumaggio marrone-grigiastro, molto simile a quello del Solitario di Riunione ; i Solitari di Rodriguez invece sarebbero stati i più differenziati, essendo di colore marrone i maschi e completamente bianche le femmine, con becco e zampe più gialli. Sebbene la specie più conosciuta a questo proposito sia il Solitario di Rodriguez, è da supporre che anche le altre due presentassero un certo dimorfismo sessuale, seppure meno accentuato, che avrebbero distinto i maschi dalle femmine. "

( da "Gli animali e la loro vita", op. cit. )

 E’ possibile ipotizzare che ecologicamente l’inetto Dodo delle Mauritius si configurasse come un onnivoro dalle abitudini alimentari non molto dissimili da quelle di un Corvide o da un Fasianide, pertanto con uno spettro trofico estremamente vario e con una buona dose di "opportunismo". Il suo becco lo poteva rendere in grado di nutrirsi di semi anche duri, ma anche di predare efficacemente Mammiferi e Rettili di piccole e medie dimensioni, di saccheggiare i nidi delle specie terricole e forse nutrirsi anche di carogne. A tale proposito rilevo la possibilità che la vicinanza delle isole Mascarene al Madagascar le renda ( ed a maggior ragione le rendesse in passato, all’epoca del Dodo ) partecipi della notevolissima biodiversità che trova notoriamente nella famosa isola dell’Oceano Indiano una delle sue più alte espressioni a livello planetario.
 Le dimensioni del Dodo gli potevano permettere di non aver paura di aver ragione di prede di dimensioni anche relativamente consistenti, il che arricchiva il numero di specie sue potenziali vittime.
 Inoltre, il fatto di avere natura vulcanica, come appunto nel caso delle Mascarene, conferisce di per sé ad un territorio una fertilità molto rilevante, con notevole sviluppo e rigoglio di vegetazione e conseguente maggior quantità di cibo a disposizione dei consumatori.
 Queste ipotesi consentirebbero di spiegare come mai i Dodo fossero cosi confidenti nei confronti degli uomini : anche la completa assenza dei predatori può infatti non essere sufficiente a spiegare l’assenza di strategie di conservazione, le quali, nel caso in cui la struttura sociale dell’organismo risenta della concorrenza intraspecifica per un qualsiasi fattore ( cibo, territorio, rivalità in ambito riproduttivo, ecc. ) potrebbero portare allo sviluppo di una certa aggressività. Nel caso del Dodo tale "aggressività", che avrebbe determinato l’acquisizione di strategie di difesa e/o di un carattere diffidente, evidentemente mancava, proprio perché con ogni probabilità la disponibilità alimentare, non richiedendo una caratteristica del genere, non aveva modellato alcuna strategia similare nel Dodo.
 I resoconti sembrerebbero indicare nel comportamento del Dodo un essere del tutto inerme ed indifeso nei confronti dei nuovi arrivati ( gli uomini ), i quali avrebbero pertanto avuto ogni possibilità di sterminarli senza difficoltà ; da qui nascono le considerazioni prima esposte che, tenuto conto dell’ambiente caratterizzato tanto dall’assenza di predatori quanto da ampie disponibilità alimentari, permetterebbero di spiegare lo strano comportamento confidente dell’animale ( 37 ).
 L’opinione comune vuole che all’epoca del suo arrivo alle Isole Mauritius ( per brevità si parlerà qui solo del Dodo, ma il discorso potrebbe essere esteso ad ognuno degli estinti appartenenti alla famiglia dei Raphidae ) fosse simile ad un Piccione, e che una volta giunto nell’ambiente privo di nemici naturali si sarebbe "evoluto" fino ad assumere l’aspetto del Dodo così come noto dalle raffigurazioni.
 La cosa, a dire il vero, lascia perplessi : da un lato non si capisce che utilità avrebbe potuto avere una simile evoluzione, giacché per l’ipotetico uccello originario il fatto di poter volare non dovrebbe essere risultato un handicap ; inoltre, una tale ipotesi prevede in tal caso il passaggio da una forma specializzata ad una forma non specializzata, a dispetto della famosa "legge di Dollo( 38 ).
 Forse - ma questa è solo un’idea -, le cose potrebbero non essere andate propriamente così : non di un’evoluzione potrebbe essersi trattato, ma del processo inverso : non di un arricchimento, ma di un impoverimento, non dell’acquisizione di nuove specializzazioni, ma al contrario della perdita di quelle possedute.
 Si supponga che siano verificate le ipotesi di partenza, ossia che l’antenato dal Dodo sia giunto sulle Mascarene volando, e che, una volta sulle isole, abbia perso con il passare del tempo l’attitudine al volo. Ciò potrebbe essere sì spiegato con l’assenza di selezione, ma attenzione ! non dovrebbe essere chiamato evoluzione, consistendo probabilmente in una serie di variazioni, sfavorevoli per la specie, legate alla sopravvivenza di tutti – o quasi – gli individui, compresi quelli tarati in misura maggiore o minore da qualche anomalia fisica. In ciò potrebbe aver avuto un ruolo determinante, trattandosi di popolazioni insulari, anche la consanguineità.
 Il carattere di "non specializzazione" in tal modo acquisito dal Dodo era un carattere vantaggioso, in quanto in un ambiente ricco di risorse, oltre che privo di nemici naturali, metteva l’animale in grado di occupare delle nicchie ecologiche estremamente ampie ( e la limitrofa isola del Madagascar è, come si è già detto, una delle terre al mondo in cui il numero di nicchie ecologiche disponibile è fra i più alti al mondo... ).
 Ora, è però difficile presupporre l’emersione "ad hoc" di un carattere completamente nuovo : molto più facile prevedere infatti la sopravvivenza di tutti gli individui, compresi quelli che, in misura maggiore o minore difformi dallo standard della specie, potevano in gran parte portare a termine il proprio ciclo vitale, assicurando nel contempo il successo riproduttivo e, di conseguenza, il rilascio del proprio patrimonio genetico alla discendenza ed all’intera specie.
 In questo caso è possibile che l’assenza di selezione abbia determinato il riemergere di espressioni cui usualmente non è dato modo di manifestarsi, perché in territori di altro tipo la loro emersione sarebbe stata seguita dalla pronta eliminazione dell’individuo in quanto inadatto all’ambiente. Ma alle Mascarene il Dodo era in un ambiente in cui la pressione selettiva era prossima allo zero, per cui l’Uccello poté conservare tutti gli individui anche variamente difformi dallo standard della specie, e con essi la loro informazione genetica che, anziché essere prontamente eliminata, avrebbe così avuto modo si trasmettersi alla rispettiva discendenza e, nel tempo, all’intera specie.
 La stessa selezione naturale prevede importanti "buchi" per cui, in seguito a circostanze più o meno fortuite, il caso può far sì che a sopravvivere possa non essere il più adatto della popolazione all’ambiente in cui la popolazione stessa vive ; ovviamente, però, i discostamenti in termini adattativi dell’individuo che sopravvive dallo standard richiesto dall’ambiente non possono essere molto marcati, e lo sono in misura tanto minore quanto maggiore è il rigore ambientale. La percentuale di individui che si discostano da quelli che sarebbero i canoni di adattamento all’ambiente cresce al decrescere del difficoltà dell’ambiente, fino a determinare, in un caso ipotetico come quello del qui proposto per il Dodo, la sopravvivenza della grande maggioranza degli individui che nascono, e con essa la "proposta" all’intera specie del contenuto genetico di cui essi sono l’espressione.
 Pertanto, come appare plausibile, è possibile che il Dodo cui i marinai europei del XVI Secolo si trovarono davanti fosse un uccello in cui il ripetuto successo riproduttivo anche degli esemplari in possesso di caratteristiche più difformi da quelle tipiche della specie aveva determinato un progressivo decadimento della specie stessa sotto il punto di vista della specializzazione ad un qualsiasi ambiente. Si erano trovati davanti ad un opportunista di novella acquisizione che traeva vantaggio delle diverse possibilità che l’isola gli offriva, e che pertanto, stante la sopravvivenza generalizzata consentita dall’ambiente estremamente favorevole, non aveva avuto il bisogno di adottare una qualsiasi strategia di conservazione.
 Si dice che gli esemplari di Dodo importati nel Vecchio Mondo non siano sopravvissuti che per poco tempo, il che ha offerto il pretesto per liquidare sbrigativamente la specie come "non adattabile ai nuovi climi" - magari anche in ragione dello scarso interesse alimentare, in un’Europa in cui le ben più prelibate carni di Tacchino erano molto più appetite -, senza tener conto degli inevitabili disagi cui tali animali dovevano sicuramente essere stati soggetti nel corso di una traversata così lunga.
 Resta, a distanza di pochi anni dalla scoperta del Dodo e della sua estinzione pressoché istantanea, nulla di più di qualche disegno forse neanche troppo somigliante e la consapevolezza che in ogni epoca la miopia dell’uomo che, abbagliato da quell’ottica di conquista che lo ha sempre caratterizzato nei confronti dell’ambiente naturale, ha determinato la scomparsa immotivata ed irrazionale di specie viventi.
 E, forse meno immediatamente evidente, il fatto che nel caso del Dodo non sia stata la selezione naturale, ma proprio l’assenza pressoché totale di questa a determinare modificazioni nell’organismo.

 

15. Il Sarago del Mediterraneo : una selezione etologica ?

 Quella che segue potrebbe forse apparire per certi versi una digressione con diversi punti di contrasto con i presupposti di questa sezione, in quanto il mare è, quasi per definizione, privo di confini. Di tale modo di considerare il mare si è tenuto infatti conto poc’anzi a proposito delle Orche, le cui caratteristiche le rendono in grado di spostarsi in lungo ed in largo per gli Oceani con poche delle limitazioni cui sono soggetti gli altri esseri dell’ambiente liquido.
 Nel caso di Pesci costieri il discorso è leggermente diverso, in quanto, sebbene tipici di un elemento in cui confini sono di tutt’altro tipo, rispetto a quelli che si frappongono nel delimitare un ambiente emerso, il loro essere legati ad un determinato habitat è un carattere che in un certo modo "lega" tali Pesci ad un determinato ambiente anche geografico, non consentendo loro di superare distanze elevate o barriere costituite da batimetriche cui detti esseri non sono idonei.
 Malgrado la "sconfinatezza" degli orizzonti liquidi, infatti, si rileva una certa differenza fra i comportamenti delle popolazioni di Sarago che vivono in tratti di mare fortemente antropizzati e popolazioni che al contrario vivono in zone poco frequentate dall’uomo. Segno che anche nel mare le isole ecologiche esistono, ed i loro effetti si fanno sentire !
 Così, nelle acque costiere del Mediterraneo alcuni pesci hanno cambiato abitudini, metodi di fuga, ed addirittura "cultura" – se la parola non risultasse così evidentemente grossa, qualora riferita ad esseri di non elevate capacità intellettive –.
 Fra questi, il genere Diplodus, cui appartiene il Sarago, comprende diverse specie di pesci di medio-piccole dimensioni, cui appartengono il Sarago maggiore, il Sarago fasciato, il Sarago pizzuto, il Sarago sparagliene e, più raro e localizzato, il Sarago faraone.
 Le cui caratteristiche generali delle prime quattro specie sopra elencate sono riportate nella tabella che segue ; si prescinde da quelle del Sarago faraone.

 

Classe : Osteitti – Ordine : Perciformi – Famiglia : Sparidi – Genere : Diplodus

Nome comune Nome scientifico Distribuzione Comportamento Note
Sarago comune Diplodus sargus Mediterraneo, Mar Nero La specie, classicamente descritta in passato come propensa a rifugiarsi in tana, è diventata in molte zone una frequentatrice di acque libere sempre più propensa a trovare nella fuga scampo ai pericoli. Gregario, ma a volte isolato. Specie a sessi separati.
Dimensioni max. cm 45.
Sarago fasciato Diplodus fasciatus Mediterraneo, Mar Nero, Atlantico orientale Il Sarago fasciato presenta caratteristiche intermedia fra la specie tipica della tana e quella delle acque libere. Rinvenibile a volte in gruppi di molti individui. Ermafrodita senza una regolare successione di fasi sessuali. Dimensioni max. cm 45.
Sarago pizzuto Diplodus puntazzo
( Puntazzo puntazzo C. )
Mediterraneo, Mar Nero, Atlantico orientale Specie di acque libere, non si intana che raramente, preferendo trovare scampo nella fuga. Forma meno frequentemente degli altri congenerici gruppi molto consistenti. Ermafrodita senza una regolare successione di fasi sessuali.
Specie a sessi separati.
Dimensioni max. cm 60.
Sarago sparaglione Diplodus annularis Mediterraneo, Mar Nero, Atlantico orientale. Anche nelle lagune. Specie meno legata all’ambiente roccioso delle precedenti, si rinviene spesso su fondali sabbiosi e su Posidonieti. Ermafrodita proterandrico. Dimensioni max. cm 25.

Tab. 5 - Pesci del genere Diplodus comunemente presenti nelle acqua costiere del Mediterraneo : tabella distintiva.

 

 Si tratta di specie legate in misura maggiore o minore ad ambienti rocciosi, con una certa tendenza "residua" a trovare rifugio in tane in caso di pericolo.
 Tale caratteristica era oltremodo spiccata nel Sarago maggiore, che i resoconti del passato descrivono come una specie tipica delle tane, condivise spesso con altre specie di Pesci ( fra queste, la Cernia Epinephelus marginatus ( 39 ), l’Occhiata Oblada melanura, la Corvina Sciaena umbra ) : si trattava di un pesce che cercava abitualmente scampo nelle tane ; i tratti di mare in prossimità delle sue tane popolate da "tribù" di Saraghi brulicavano di questi pesci, pronti a rifugiarsi fra le pareti di roccia in caso di pericolo.
 Il passo che segue, tratto da un vecchio libro di pesca subacquea, descrive la caccia dei Saraghi ( chiamati "Sarghi" dall’autore ) come una delle cose più semplici questo mondo ; non sfuggirà lo spirito di conquista tipico del periodo ( era il 1958 : non si era più agli albori della pesca subacquea, in cui il mare sembrava una fonte di prede virtualmente inesauribile, ma la quantità di pesci ottenibile dalla pratica subacquea forse doveva ancora sembrare quasi illimitata ).

 << Al cacciatore che desideri ammucchiare un bel carniere di questi meravigliosi pesci d’argento non conviene cercare di avvistarli per iniziare poi l’approccio, ma di andare invece a sorprenderli direttamente nelle loro case con una serie di pazienti, metodiche esplorazioni di tana, anche in basso fondale. Si divertirà di più, si arrabbierà di meno e otterrà successo. Ricordi che il grande Sargo all’aperto è una preda possibile soltanto ai più esperti, e anche per essi quanto mai ostica. Ma lo stesso principiante, se avrà la fortuna di scoprire un’autentica tana da Sarghi, si troverà in grado, dove soltanto agisca con un po’ di calma e di accortezza, di compiere la sua prima poderosa strage sottomarina. E chi non trova soddisfazione, anche fra i più grandi, anche fra i campioni, a riempire la barca di quegli splendidi, sfavillanti, lucentissimi pesciolini ? >>

( da G. Roghi, " Uomini e Pesci ", op. cit. )

 Come si vede, la figura del Sarago in acqua libera - considerato già quasi cinquanta anni fa una preda estremamente difficile da catturare -, nota da molto tempo, era in passato un’eventualità tutto sommato trascurabile : la prassi era vedere i Saraghi in tana, tane in cui era possibile fare delle vere e proprie "mattanze" di questi Pesci.
 E si trattava di tane "tipiche", a volte prive di uscite secondarie, che erano costituite da androni spaziosi in cui i Saraghi, una volta rifugiatisi, sentendosi al sicuro passavano e ripassavano davanti all’uomo che, affacciatosi dalla spaccatura d’ingresso, poteva catturare senza difficoltà, uno dopo l’altro, tutti gli occupanti della tana.

 << Meno intelligente è il Sargo quando s’intana : non sceglie infatti, come potrebbe, fessure tortuose e strette, oppure ben profonde, ma larghe aperture in cui riesce facile all’uomo affacciarsi, e nelle quali è spesso agevole sparare. Il Sargo non s’incolla alle pareti della sua tana come la Cernia, non rimane com’essa immobile, allibito, terrorizzato, ma nuota chiotto chiotto in tondo, illumina lo speco dei suoi balenii d’argento, dei suoi riflessi, si pavoneggia, mostrandosi perfettamente sicuro che quel bestione tanto grosso, nel suo buco, non potrà mai entrare ad azzannarlo. E a ragione : cosa ne può sapere lui del feroce trucco del fucile ? >>

( da G. Roghi, " Uomini e Pesci ", op. cit. )

 Con il trascorrere del tempo, e con l’aumento della pressione antropica sul Sarago ( specie abbondante, pregiata e pertanto preda particolarmente ambita dei cacciatori subacquei ), l’abitudine "tanaiola" del pesce si andò però modificando. Le tane prescelte da questi Pesci diventarono volta per volta più complesse e sempre più inaccessibili : si passò così dalle tane "cieche", prive di altre vie di fuga oltre a quell’unica imboccatura attraverso cui i pesci entravano ed uscivano, a tane con più uscite, alle "franate" di massi sommersi intercomunicanti cui le vie di fuga erano molteplici. I passi che seguono, tratti da un libro del 1975 ( e pertanto di soli diciassette anni posteriori al libro dal quale sono stati tratti i passaggi precedenti ! ), sono esplicativi a tale proposito.

 << Lontano da questo tipo di fondale ( il fondale caratterizzato " da tane "a franata" dotate di innumerevoli uscite tutte in comunicazione fra di loro ", n.d.r. ) il sarago diventa molto più vulnerabile e la sua spavalda sicurezza svanisce lasciando il posto ad una irrequietezza che si trasforma spesso in fuga precipitosa quasi nel tentativo di impedire al sub di individuare la sua tana. In ciò non ha tutti i torti in quanto quasi tutte le sue dimore che non siano dotate degli meandri della franata presentano sempre qualche punto debole.
 ( ... )
 La cattura del primo esemplare richiederà dunque solo un attimo di attenzione al momento di premere il grilletto, attenzione che potrà essere ricambiata talvolta dalle famose "coppiole" che potremo effettuare attendendo che due saraghi, nel loro continuo girovagare nella tana, vengano a trovarsi nella stessa linea rispetto all’angolazione di tiro.
 Dopo il primo sparo però il fiducioso comportamento del branco cambierà immediatamente. Resisi conto della vulnerabilità del rifugio i pesci cercheranno scampo allontanandosi quanto più possibile dal lato dal quale sono minacciati, facendo inoltre il possibile per porre tra la loro pelle ed il fucile del cacciatore l’ostacolo di qualche masso o di qualche spunzone di roccia, nel tentativo di offrire un bersaglio il più ridotto possibile. A questo punto dovremo cercare un altro ingresso che ci permetta di eludere questi ostacoli, cosa che non sempre sarà possibile dal momento che i saraghi cercheranno di rifugiarsi in una zona non raggiungibile dalle varie aperture della tana. >>

( Da D. Olschki, " La caccia subacquea ", op. cit. )

 Nel contempo si modificò anche l’indole del Sarago stesso, il quale divenne via via meno propenso ad intanarsi, preferendo la fuga in acque libere al rifugio fra le pareti rocciose. In ciò il Sarago diventò una preda molto scaltra, giungendo ad eguagliare in difficoltà di cattura uno dei Pesci la cui pesca è fra le più difficili in assoluto per il pescatore subacqueo : il Dentice ( Dentex dentex ).
 Di pari passo con le altre specie ittiche costiere del Mediterraneo il Sarago, prima considerato una preda abituale e di facile cattura, iniziò a diventare volta per volta sempre più smaliziato. Venne coniata l’espressione che " i pesci hanno imparato a leggere ed a scrivere " per indicare il loro comportamento oramai molto schivo ed elusivo di fronte all’uomo immerso ( e la diffidenza aumenta di molto, se questo è armato di fucile subacqueo ! ). Tale definizione pare coniata su misura proprio per il Sarago, che nel corso degli ultimi decenni ha visto mutare la sua indole da pesce di tana a pesce da acque libere che si intana sempre più raramente, e quando lo fa sceglie tane che garantiscano non una, ma molte vie di fuga.
 Un comportamento di questo tipo non potrebbe essere spiegato in base all’apprendimento, in quanto la vittima di un’azione di pesca potrebbe avere poco da "insegnare" ; allo stesso modo, il Sarago spettatore di un’azione di pesca conclusasi a danno dei suoi simili dovrebbe in primo luogo memorizzare ciò che ha visto, traendone le conclusioni, ed in secondo luogo trasmetterlo alla discendenza. Ciò pare davvero troppo per un organismo che non si colloca sicuramente ai vertici della scala intellettiva del regno animale !
 Inoltre, i Pesci - soprattutto quelli marini - sono degli esseri viventi che non prevedono ( con rare e ben note eccezioni, fra cui quelle dello Spinarello e del Cavalluccio marino ), alcun tipo di cure parentali : in quale periodo della vita dei Saraghi dovrebbe pertanto avvenire la trasmissione di conoscenze alla discendenza ?
 La spiegazione potrebbe essere di tutt’altro tipo. Partendo dall’ipotesi che la tendenza ad intanarsi fosse istintiva, e che come tale fosse insita nell’informazione genetica di questi Pesci, l’intero processo potrebbe essere comodamente spiegato con una progressiva selezione a carico degli individui più propensi a farlo, individui che sarebbero stati volta per volta decimati dai pescatori subacquei, a differenza di quegli altri individui più scaltri e guardinghi che avrebbero cercato ed ottenuto scampo nella fuga. A sopravvivere sarebbero stati, in misura maggiore, proprio questi ultimi, la difficoltà della cui cattura era ben nota anche in tempi passati :

 << Il Sargo in tana è una preda facile ; all’aperto, impossibile o quasi ( ... ) >>

( G. ROGHI, op. cit. )

 Difficile parlare della maggiore o minore tendenza ad intanarsi come di una tendenza frutto di un ragionamento e della strategia adottata di conseguenza ; seguendo un’ipotesi del genere, l’attuale minore propensione a trovare scampo in tana sarebbe assimilata ad una vera e propria "rivoluzione culturale", per la quale mancherebbe non solo il substrato intellettivo, ma anche le basi biologiche ( essendo la specie, come si è detto, priva di cure parentali e pertanto senza la possibilità di trasmettere alcune eventuale possibile "informazione" alla discendenza ).
 Molto più facile, logico e razionale supporre che si tratta di un comportamento istintivo che si andato progressivamente modificandosi in seguito alla progressiva selezione degli individui in cui tale tendenza era più spiccata : a salvarsi saranno stati pertanto quei Saraghi più inclini a cercare scampo nella fuga, Saraghi la cui componente genetica sarebbe diventata pertanto predominante in seno alle popolazioni dei Diplodus costieri del Mediterraneo ( 40 ).

 

16. I Pini mediterranei ed il fuoco

 Nelle nostre regioni mediterranee esistono tre specie di Pini : il Pino domestico ( Pinus pinea ), il Pino marittimo ( Pinus pinaster ) ed il Pino d’Aleppo ( Pinus halepensis ). Sono in tutti i casi specie ben "attrezzate" per far fronte ai periodi di siccità che caratterizzano in misura notevole le nostre stagioni estive : si tratta di alberi in grado di far fronte sia alla traspirazione che alla scarsità di acqua, al punto da costituire gran parte dei boschi di origine artificiale che sono diffusi lungo le coste.
 Le attitudini sono ovviamente diverse, trattandosi di specie distinte e dalle esigenze ecologiche ben differenziate. Si tratta in tutti i casi di specie eliofile oltre che, come si è detto, xerofile o xerotolleranti.

 

Specie terreni siccità fuoco
Pino domestico Preferisce quelli sabbiosi e freschi, ma vegeta quasi ovunque, con eccezione di quelli troppo compatti ed acquitrinosi. L’optimum corrisponderebbe a suoli silicatici, sabbiosi ricchi di sostanza organica. Suoli eccessivamente argillosi sono poco adatti perché impediscono lo sviluppo delle radici. I semenzali eludono l’aridità con il rapido approfondimento del fittone, che alla fine del primo anno super il metro ; inoltre, l’ipocotile sviluppa un callo tuberoso che difende la piantina germinante dal riscaldamento superficiale del suolo. In condizioni di laboratorio, il P. domestico risulterebbe tanto resistente all’aridità quanto il P. d’Aleppo ; però, a stomi chiusi, il primo dimostra maggiori perdite per traspirazione cuticolare. In conclusione, il P. domestico tollera l’aridità quasi quanto il P. d’Aleppo, però l’optimum per lo sviluppo ed una adeguata probabilità di longevità si ha solo su stazioni con oltre 800 mm di pioggia, oppure su terreni ben riforniti di acqua. Non possiede alcun "adattamento" nei confronti del fuoco
Pino marittimo Svariati tipi di terreno, anche quelli sciolti silicei o siliceo-argillosi, anche a reazione fortemente acida ; in passato considerato calcifugo, oggi si tende ad abbandonare questo concetto. Del tutto intollerati i suoli argillosi. Nei rimboschimenti su suoli calcarei non sono tuttavia rari fenomeni di clorosi, con presenza di eccezioni che taluni attribuiscono all’azione bilanciante di sufficienti disponibilità di potassio. Rispetto al Pino d’Aleppo si dimostra incapace di riprendersi dopo aver dovuto sostenere alti valori di pressione osmotica ; rispetto al Pino domestico è incapace di eludere l’aridità perché ha l’apparato radicale meno profondo. La rinnovazione è molto marcata dopo gli incendi anche se la specie non ha coni serotini ( cioè chiusi per più anni ) ma solo una apertura dei coni molto graduale durante l’estate. L’incendio è il modo con cui la specie può trovare il terreno sgombro da concorrenti.
Pino d’Aleppo Poco esigente nei riguardi del suolo, si adatta a tutti i tipi di terreno, compresi quelli calcarei, aridi ; non si adatta invece a quelli argillosi compatti o troppo umidi. La resistenza all’aridità è resa evidente dalle precipitazioni ridotte di alcune sue stazioni : fino a 300-400 mm annui. Nel passaggio ad un regime di siccità, il controllo stomatico è tale da ridurre la traspirazione fino ad 1/10 di quella originale ; la sopravvivenza dei semenzali è possibile anche con umidità ridotta all’11 % e con deficit di potenziale idrico innalzato a 10 bar : si tratta di valori comuni a quelli di alcune specie subdesertiche. L’adattamento a rinnovarsi dopo gli incendi è molto spiccato rispetto agli altri Pini. Difatti il Pino d’Aleppo ha molti coni serotini, cioè con chiusura ritardata per molti anni dopo la maturazione. Essi si aprono tutti insieme perdendo molto seme sotto l’effetto del calore di un incendio. La germinazione del seme avviene tuttavia a temperature non alte, e quindi soprattutto dall’autunno alla primavera. In quanto specie pioniera, il Pino d’Aleppo è ospite di cenosi derivanti da degradazione ( soprattutto per incendi ripetuti ) dove forma popolamenti più o meno stabili.

Tab. 6 - Differente risposta a fattori ambientali di diverso tipo del piano basale mediterraneo ( caratteri tratti da R. Gellini, "Botanica Forestale" e G. Bernetti, "Selvicoltura speciale", op. cit., modif. ).

 

 Così, mentre il Pino domestico è in possesso di una certa ubiquitarietà in fatto di terreni, non altrettanto può dirsi per il Pino marittimo, il quale preferisce terreni poveri di calcio ; il contrario avviene per il Pino d’Aleppo, il quale si adatta senza eccessivi problemi anche a terreni estremamente calcarei. Il concetto di "specializzazione" riguardo ai terreni si è andato ridimensionando con il tempo, in quanto il Pino marittimo, inizialmente definito come una specie del tutto intollerante ai substrati calcarei, ha dimostrato di poter sopravvivere bene e di riprodursi efficacemente anche in terreni calcici : oggi, in seguito ad esperienze di coltivazione su terreni ricchi di calcio, si tende a considerare questa specie come intollerante ai soli terreni provvisti di bicarbonato solubile ( HCO3- ).
 Si tratta comunque di alberi che offrono la risposta a tutti i tipi basali del Mediterraneo, fornendo il Pino d’Aleppo la migliore soluzione al rimboschimento di zone litoranee calciche, alcaline, ed il Pino marittimo l’analoga soluzione per i terreni poveri di calcio ed a reazione acida.
 Per quanto, come detto, la propensione per detti substrati pedologici sia stata ridimensionata, queste due specie offrono quasi un esempio di vicarianza nei riguardi del terreno.
 Il loro "comportamento" nei confronti del fuoco è molto simile : entrambe si giovano infatti del passaggio del fuoco, che distrugge sì il soprassuolo in piedi, ma ne favorisce in maniera incredibile la rinnovazione.

 

Foto n° 14 - Pino marittimo (Pinus pinaster) di grandi dimensioni cresciuto in territorio salentino. La sperimentazione di questo Pino in detto territorio, ritenuto tradizionalmente ostile alle esigenze ecologiche della specie, venne compiuta nel secolo scorso ad opera di Raffaele Congedo, funzionario del Corpo Forestale dello Stato che ne curò personalmente l’introduzione. Per questi Pini può essere ipotizzato un processo analogo a quello descritto a proposito della Sughera in questo lavoro e nel lavoro precedente "La Quercus suber a Brindisi : una presenza anomala, un’ecologia di confine" ( op. cit. ).

 

 A livello ecologico le due specie si configurano come estremamente eliofile, giovandosi esse di intense illuminazioni in tutti i loro stadi di sviluppo. La loro esigenza in fatto di energia luminosa è molto notevole anche allo stadio di semenzale - stadio caratterizzato da una maggiore sciafilia in quasi tutte le altre specie -, al punto che la rinnovazione di queste due Conifere è praticamente impossibile sotto le pinete, ma si limita agli spazi scoperti rappresentati dalle radure, dai margini del bosco e dagli spazi lasciati liberi dalla caduta delle piante adulte.
 I semenzali di Pino ( presenti in numero limitato sotto la copertura delle chiome delle piante adulte ) sono in numero molto elevato alla piena luce del sole, favoriti anche dalla maggior velocità di degradazione della lettiera formata dagli aghi delle piante adulte, che permane a lungo indecomposta sotto copertura ed offre un "letto di semina" tutt’altro che ottimale.
 Per queste ed altre ragioni la pineta presenta delle difficoltà a perpetuarsi, in quanto abitualmente un popolamento di Pini, soprattutto se di origine artificiale ( la regola. nelle nostre regioni costiere ) si presenta formato da piante della stessa età, con rinnovazione scarsa e di poco avvenire - fuorché nelle situazioni favorevoli sopra elencate - perché questa è destinata a soccombere in breve tempo a causa della scarsità di luce. Al di sotto della pineta si insediano specie sciafile come il Leccio, o di più rapido insediamento come quelle della macchia mediterranea, che possono ostacolare, quando non rendere del tutto problematica, la rinnovazione del Pino anche in assenza di copertura da parte delle chiome sovrastanti.

 

Foto n° 15 - Pino d’Aleppo ( Pinus halepensis ) : particolare della chioma ; sono ben visibili gli aghi, ricchi di resina facilmente infiammabile, e gli strobili, che disseminano abbondantemente dopo il passaggio di un incendio.

 

 La pineta di Pini mediterranei appare infatti un popolamento tipicamente pioniero, che si presta con facilità a ricoprire il suolo nudo ed a colonizzare ambienti scoperti, ma che non appare con altrettanta facilità in grado di perpetuarsi nel tempo, cedendo essa di regola il posto ad altre specie.
 A venire in aiuto delle pinete è, inaspettatamente, un fattore "ecologico" di tipo distruttivo, di fronte al quale gli alberi di Pino appaiono del tutto inermi ed anzi nei cui confronti diverse caratteristiche di questi alberi appaiono protese a favorirne l’attecchimento e l’avanzamento in favore di una distruzione pressoché totale del soprassuolo : il fuoco.
 Dovunque si guardi, tutto nei Pini sembra favorire il fuoco. Tutte le strutture, tutti i caratteri ecologici delle specie, e finanche le loro propensioni, paiono favorire il suo passaggio.
 In primo luogo, il loro vegetare in ambiente basale mediterraneo li espone al passaggio del fuoco che in detta zona appare estremamente frequente, facilitato dalla concomitanza stagionale di due fattori ecologici che rendono quanto mai agevole la propagazione : il calore e la siccità. Nel periodo estivo, e già in quello primaverile, si verifica infatti un innalzamento delle temperature che, unito alla siccità determinata dalla permanenza sullo stretto di Gibilterra della zona di alta pressione sulla Azzorre, determina l’effetto congiunto di calore e di siccità, con effetti a dir poco favorevoli sulla diffusione degli incendi : in tale periodo gran parte della vegetazione è infatti secca, costituendo facile esca per il passaggio del fuoco, che si propaga con estrema facilità.

 

Foto n° 16 - Pineta di Pino d’Aleppo percorsa da un incendio non ancora completamente spento, che ha provocato la distruzione quasi totale del soprassuolo arboreo ; è ben visibile il fumo che fuoriesce dalle chiome degli alberi ( incendio boschivo divampato a "Le Cesine" il 25 giugno 2007 ).

 

 Come appare intuitivo, a livello di ogni singola pianta il passaggio del fuoco sarà tanto meno "traumatico" quanto più questa pianta sarà dotata di strutture di protezione che la mettono al riparo dagli incendi : presenza di cere ignifughe, cuticole più o meno spesse, sughero, ecc. Allo stesso modo, saranno facilitate quelle piante arboree che per le loro esigenze ecologiche tendono a vegetare a debita distanza l’una dall’altra, in cui pertanto un incendio sviluppatosi a livello della chioma di un albero sia impossibilitato a percorrere l’intera superficie boschiva per mancanza di contatto fra le chiome stesse.
 Nei Pini considerati, tutto sembra andare a rovescio : analizzandone le caratteristiche ecologiche e fisiologiche ci si rende conto di essere di fronte non ad "adattamenti" per limitare i danni da incendio nelle pinete, ma di trovarsi al contrario al cospetto di tutta una serie di accorgimenti che sembrano fatti apposta per favorire il passaggio del fuoco e la distruzione completa del soprassuolo boschivo.
 Ogni struttura del Pino appare infatti ricca di componenti chimici facilmente infiammabili : dalle radici, al fusto, alle foglie. Al passaggio del fuoco tutto viene distrutto : un incendio "di chioma" che abbia percorso una pineta lascia dietro di sé solo un ammasso di resti vegetali completamente bruciati, senza che una singola pianta si sia potuta salvare.
 Neanche il terreno viene risparmiato : la presenza di cospicue quantità di resina sotto forma di aghi di pino a doversi stati di decomposizione fa sì che sottoterra, e per profondità anche rilevanti, il fuoco maceri, devastando tutto l’ambiente ipogeo e "cuocendo" inesorabilmente gli organismi ivi esistenti.
 Perfino le radici del Pino hanno un ruolo non trascurabile nell’assicurare la propagazione del fuoco, in quanto la loro ampia estensione superficiale determina un veicolo di trasmissione del fuoco, che procede insidiosamente sottoterra. A volte un incendio, spento anche da qualche giorno nella sua porzione epigea, si riaccende spontaneamente ed improvvisamente a partire proprio dal sottosuolo, dove le radici resinose avevano continuato a bruciare, non viste e indisturbate.
 Negli incendio dei boschi di Conifere, e di Pini in particolare, niente si salva, né vegetali né animali. Ogni forma vivente poco mobile compresa nell’area percorsa dal fuoco è destinata a soccombere : Insetti, Anfibi, Rettili, Uccelli implumi ( non va dimenticato che il periodo primaverile e quello estivo, in cui divampa la stragrande maggioranza degli incendi boschivi che funestano i boschi mediterranei, è quello in cui l’avifauna mette al mondo i piccoli ), ed anche Mammiferi di diverse specie ( Insettivori, Roditori, Chirotteri, Mustelidi, ecc. ) vengono sorpresi nelle loro tane o sugli alberi dall’avanzare delle fiamme.
 Si ha in poche parole una devastazione completa, in cui il fuoco viene favorito nella sua opera di distruzione e di drastica riduzione della diversità locale sia a livello autotrofo che eterotrofo.
 Eppure, inaspettatamente, a partire dalle superfici percorse dal fuoco si verifica una rinascita vegetale che definire "esplosiva" non è inappropriato : la distruzione della vegetazione consente infatti la disponibilità di spazi liberi, esposti alla piena luce del sole, in cui i semi del Pino trovano un ottimo ambiente per germinare. Già pochi anni dopo il passaggio di un incendio si assiste ad un’esplosione di giovani Pini che vegetano in condizioni di estrema densità.

 << Quando la pineta bruciata ( di Pino marittimo, n.d.r. ) contiene molto seme ( come per una fustaia di più di 25-30 anni ) l’incendio può essere seguito da una ondata di rinnovazione in massa anche se tutte le piante si sono seccate ( Cutini e Mercurio, 1987 ). L’insediamento del novellame si protrae per 1-2 anni e deriva dal seme diffuso dai coni surriscaldati oppure da quello rimasto nei coni delle piante secche. Dopo 1-4 anni si può arrivare a novelleti folti con più di 100.000 piantine per ettaro, che sopprimono e fanno quasi scomparire la rinnovazione delle specie arbustive. >>

( da G. BERNETTI, " Selvicoltura speciale ", op. cit. )

 Una densità di 100.000 piantine per ettaro, incredibilmente alta, è una densità che per gli alberi forestali non si verifica in natura in nessun altro caso al di fuori degli incendi. Essa corrisponde a popolamenti fittissimi in cui ogni individuo ha a disposizione 0.1 metri quadrati di spazio per espandere la chiome ( nello spazio epigeo ) e le radici ( nello spazio ipogeo ) ; una densità corrispondente ad una distanza media fra le piante di 33 cm, in virtù della quale gli alberi formano un groviglio fittissimo sopra e sotto il suolo che rende impossibile la vita di altre piante ( 41 ).
 In tal modo, ad un popolamento di Pini vecchio e deperiente si sostituisce un giovane popolamento coetaneo in grado di garantire, almeno per diversi decenni, la permanenza della specie in quel territorio.
 Per tutta la superficie interessata dall’evento catastrofico dell’incendio si assiste ad un "riscoppio" della vegetazione di Pino, la cui rinnovazione trae paradossalmente un vantaggio dall’evento catastrofico prima subito. Gli strobili di Pino, aprendosi per il calore dell’incendio, disseminano abbondantemente, mentre il tegumento del seme da parte sua permette la sopravvivenza dell’embrione anche dopo il passaggio del fuoco.

 

Foto n° 17 - "Esplosione" di Pini d’Aleppo in seguito al passaggio in un incendio : è visibile ciò che resta dei tronchi carbonizzati degli alberi del "vecchio ciclo" ed il rigoglio dei Pini nati in seguito all’incendio.

 

 Quasi che le specie Pinus pinaster o Pinus halepensis si siano "adattate" al fuoco, in maniera non o poco dissimile da ciò avviene per i progressivi "perfezionamenti adattativi" reciproci delle popolazioni di prede e predatori che vivono nello stesso territorio, l’incendio delle pinete provoca la rinnovazione completa del soprassuolo, determinando la scomparsa delle piante del "vecchio ciclo" e la costituzione di un popolamento coetaneo e rigoglioso, di età di poco inferiore dell’epoca del passaggio del fuoco e con densità iniziali che non hanno eguali in alcun popolamento forestale.
 Ad analizzare, dati alla mano e con un minimo di spirito critico questo stato di cose, si resta perplessi.
 Perché, checché se ne dica, il fuoco non è un elemento naturale.
 Un fuoco non divampa per "autocombustione" dovuta alle temperature : malgrado l’opinione comune, queste sono sempre - e di gran lunga - insufficienti per innescare un incendio.
 I soli fuochi naturali sono quelli che avvengono in prossimità dei vulcani o quelli, più unici che rari, che possono divampare in seguito a fulmini.
 Si tratta in entrambi i casi di eventi occasionali.
 L’eventualità che un incendio scaturisca a causa di un’eruzione vulcanica è ben reale, ma è legata ad un ben precisato contesto geografico ( la vicinanza di un vulcano ) e come tale non può essere invocata per spiegare gli "adattamenti" al fuoco di tutta una specie arborea.
 L’evenienza poi che il fuoco possa essere innescato da un fulmine è forse solo poco più che teorica, come dimostra la quantità di alberi colpiti da fulmini visibile nei nostri boschi : spesso, nessuno di tali alberi presenta tracce di bruciatura - segno che il fulmine sembrerebbe produrre un danno fisico legato alla sua energia elettrica, ma solo più raramente, forse, un innalzamento termico tale da portare all’innesco di un incendio - ; in secondo luogo, un fulmine è il più delle volte accompagnato da un acquazzone, che determinerebbe un immediato spegnimento dell’incendio eventualmente scaturitone.
 Nella quasi totalità gli incendi derivano infatti, direttamente o indirettamente, dall’attività umana, che con la sua opera volontaria ( incendi dolosi ) o involontaria ( incendi colposi ) determina l’insorgenza di incendi che possono rivelarsi anche catastrofici.
 L’ "affinità" di questi Pini con il fuoco non sembrerebbe pertanto avere le basi naturali per potersi essere verificata, in quanto non appare veritiera una spiegazione in termini "adattativi" di una modifica così rilevante e sostanziale : in primo luogo non ci sono i tempi che la teoria prevederebbe come necessari, ed in secondo luogo non è pensabile che gli alberi di Pino abbiano "elaborato" una strategia di sopravvivenza ( a livello di popolamento che insiste sul territorio ) a scapito degli individui che si trovano di fronte all’incendio, individui che vengono irrimediabilmente bruciati. Per ammettere un’eventualità del genere bisognerebbe supporre una "capacità previsionale" a lungo termine, che non riguarda la sopravvivenza dell’individuo, ma le generazioni future ! Qui non sopravvive l’individuo o il gruppo di individui, ma questi soccombono tutti, indistintamente, così come indistintamente a tutti viene data la possibilità di riprodursi dopo il sopravvenire di un incendio ; qui non c’è spazio per i presupposti dell’adattamento, non c’è il tempo necessario previsto, e – particolare da non sottovalutare – non c’è neanche un nesso logico che possa spiegare in termini adattativi l’acquisizione di una tale propensione.
 La spiegazione potrebbe forse essere cercata nella direzione opposta, ossia in direzione di una selezione, fra tutti i genotipi presenti nella specie, in favore proprio di quelli in grado di perpetuarsi con il fuoco ed a scapito di tutti gli altri che non sono in grado di assicurare dopo l’incendio una rinnovazione in grado di coprire validamente il terreno. Sono penalizzati quegli individui i cui semi sono andati completamente distrutti dopo un evento incendiario, ma anche quelli dai cui semi hanno avuto origine individui che non sono stati in grado di competere con la forte concorrenza determinata dall’improvviso rigoglio post-incendio della vegetazione mediterranea non arborea.
 Il fuoco determina dopo il suo passaggio un improvviso aumento dei nutrienti all’interno del terreno : questi si rendono disponibili per le piante, che hanno tutto da guadagnare da un terreno lasciato scoperto oltre che ricco di elementi essenziali ! E’ facile quindi prevedere l’insorgere di una estrema concorrenza - che prontamente si verifica - dopo il passaggio di un incendio.
 In altre parole, il relativamente recente impiego dal fuoco nelle attività umane ( fosse esso legato a pratiche colturali, pastorizie, condotte a fini venatori o anche semplicemente per disboscare e lasciare spazio ad insediamenti abitativi o produttivi umani ) avrebbe determinato una selezione istantanea a favore dei soli genomi di Pini in grado di rispondere immediatamente all’incendio. Tutti i genomi non in possesso di siffatto tipo di informazioni sarebbero scomparsi.

 Il fuoco è il fattore più severo cui possa essere soggetto un ecosistema. Mentre per altre pressioni dell’ambiente possono essere ammesse e valorizzate risorse individuali consistenti in una maggiore resistenza a questo o quel fattore naturale, contro il fuoco non c’è niente, se non una serie di difese passive che possono al massimo, nel caso dei soli incendi non troppo rilevanti, portare ad una riduzione del danno a livello individuale. Ciò può poi non essere risolutivo : anche la presenza di spessi strati di sughero possono non sortire l’effetto adeguato, in casi di incendi molto violenti.
 Già, perché di fronte al fuoco, quello dell’incendio boschivo "totale", niente si salva. Si assiste ad una riduzione della biodiversità che ha del pauroso. E tale riduzione si verifica sia a livello di specie che a livello intraspecifico.
 Mentre tutte le pressioni ambientali di altro genere consentono la presenza di "sacche di sopravvivenza" in grado di permettere la sopravvivenza anche ad esseri viventi le cui propensioni potrebbero non essere il plus ultra per contrastare i fattori ambientali critici ( facendo salve in questo modo altre propensioni che possono tornare utili come risposta a fattori di stress di altro tipo ), nel caso del fuoco, quello vero, non si salvano neanche i più spiccatamente dotati di strutture di protezione contro lo stesso fuoco.
 La sopravvivenza viene al più accordata a livello di specie : la generazione successiva, quella venuta dopo l’insorgenza del fuoco, potrà sì perpetuarla, ma a costo di una selezione che non ha niente di logico. Ad avere la possibilità di proporre le proprie informazioni genetiche alle generazioni successive non saranno, cioè, gli individui in una qualche misura maggiormente adatti all’ambiente, ma unicamente quelli in grado di originare semi dal tegumento duro che possano proteggere adeguatamente l’embrione interno dal calore dell’incendio. Per il resto, essi potrebbero dare origine a piante malformate, poco idonee ad affrontare periodi siccitosi, per nulla propense a vivere in terreni sterili, ecc.

 

Foto n° 18 - No comment. Distruzione totale del soprassuolo

 

 La selezione imposta dal fuoco è rigorosamente unidirezionale. A fronte di innumerevoli possibilità derivanti dal ventaglio di combinazioni potenzialmente offerte dal patrimonio genetico della specie d’origine, tutto viene annullato, in favore dei soli organismi in grado di assicurare la sopravvivenza della discendenza in base ad un unico carattere – quello della resistenza del tegumento al fuoco – che nessun valore, nessun senso ha in ambienti naturali lontani da vulcani.
 Il fatto che un incendio sia seguito a distanza di tempo più o meno breve dal rigoglio della vegetazione - solo di alcune specie però : quelle cui è stato dato il nome di "pirofile", letteralmente "amiche del fuoco" ( sic ! ) - fa perdere forse di vista il nettissimo impoverimento di informazione genetica che il fuoco provoca, impoverimento non valutabile e non quantificabile. E definitivo.

 

********************************************************************************

 

Appendice 1 - Le mutazioni genetiche : evidenze sperimentali

 

 Nel corso del processo di duplicazione del materiale genetico possono verificarsi dei cambiamenti, consistenti nella variazione della a volte inaspettati e dai risultati imprevedibili ; a tali cambiamenti viene dato il nome di "mutazioni". Si tratta di eventi molto rari, che possono interessare da un individuo su 10.000 ad uno su 1.000.000 ( nei mammiferi il valore di tasso medio di mutazione ritenuto più attendibile è di un solo gene su 500.000 gameti ).
 Una mutazione viene definita vantaggiosa se aumenta la probabilità di sopravvivenza dell’individuo che la possiede, svantaggiosa se la diminuisce, neutra se non la modifica. Trattandosi di variazioni casuali nel corredo genetico dell’individuo, appare evidente come l’eventualità che avvenga una variazione vantaggiosa sia minima, per non dire irrisoria ( 42 ) : la complessità degli esseri viventi è straordinaria per poter pensare che essa possa essere modificata positivamente da variazioni casuali determinate da un errore di trascrizione e/o di ricopiatura.
 Le mutazioni possono essere distinte in tre categorie principali :

  • mutazioni geniche : alterano la struttura di un gene
  • mutazioni cromosomiche : alterano la struttura di un cromosoma
  • mutazioni gnomiche : alterano il numero di cromosomi caratteristico della specie di appartenenza.

 

Mutazioni geniche

 Il cambiamento della sequenza nucleotidica del DNA può derivare da diversi tipi di alterazione :

  • sostituzione di una base con un’altra
  • aggiunta di una base nella sequenza nucleotidica del gene
  • perdita o delezione di una base dalla sequenza nucleotidica del gene
  • inversione di una sequenza nucleotidica del gene a causa della escissione di un tratto di doppia elica seguita dal suo reinserimento in direzione opposta.

 Se il cambiamento determinato da una simile variazione porta ad un nuovo codone che codifica però lo stesso amminoacido, la mutazione si dice neutra ; se invece la mutazione provoca il cambiamento di una tripletta che codifica un amminoacido diverso da quello codificato dalla tripletta precedente, la mutazione si dice missenso ( dall’inglese "senso errato" ).
 Un esempio tipico è quello determinato dalla sostituzione di un’unica base nel gene che codifica l’emoglobina. L’emoglobina, proteina che trasporta l’ossigeno nel sangue, può subire un’aggregazione fra le molecole in maniera tale da determinare disfunzioni anche molto gravi, fra le quali è ben nota l’anemia falciforme. Delle oltre cento mutazioni missenso note a carico dell’emoglobina, oltre venti provocano gravi malattie.
 Se la mutazione modifica una tripletta che codifica un amminoacido determinando la sua trasformazione in un codone di stop, la sintesi della proteina codifica da quel gene si interrompe prematuramente, determinandone la mancata funzionalità.
 Se, al contrario, ad essere modificato è un codone di stop che viene trasformato in una tripletta che codifica un amminoacido, la struttura del gene non terminerà come dovuto, ma avrà una "coda" non funzionale che ne ostacolerà in modo determinante l’attività
 Se la cellula non è in grado di tollerare questi cambiamenti, muore e la mutazione viene detta in tal caso letale. Ma, se la proteina alterata non è essenziale per la vita della cellula, l’alterazione non ne pregiudica la sopravvivenza ( 43 ).

 

Mutazioni ( o aberrazioni ) cromosomiche

 Sono cambiamenti avvenuti a livello della struttura dei cromosomi, riconducibili ai quattro tipi di anomalia brevemente elencati di seguito.

  • delezione – è la perdita di un pezzo di cromosoma di dimensioni variabili. Le conseguenze di questo tipo di mutazione sono quasi sempre letali negli omozigoti, mentre negli eterozigoti gli effetti nefasti possono essere in parte compensati dalla presenza del gene normale sul cromosoma omologo.
  • Duplicazione – è il raddoppiamento di un tratto di cromosoma. Di norma questo tipo di mutazione è meno dannoso del precedente.
  • Inversione – è il cambiamento dell’ordine di due o più geni lungo un cromosoma, causato da due rotture, una rotazione di 180° del tratto di DNA escisso e da una riunione. Il risultato è la formazione di una struttura ad anello lungo il cromosoma.
  • Traslocazione – è un’alterazione di struttura derivante dal distacco di un pezzo di cromosoma e dal suo attacco ad un altro cromosoma non omologo. Nell’uomo le traslocazioni sono coinvolte nel determinare l’insorgenza di alcuni tumori.

 

Mutazioni genomiche

Riguardano il numero complessivo dei cromosomi presenti in ciascuna cellula di un individuo.

  • Poliploidie o euploidie – il numero di cromosomi è un multiplo del numero della forma aploide. Negli animali tale mutazione determina gravi problemi, mentre nelle piante tale tipo di mutazione è di tipo meno deleterio.
  • Aneuploidie – è la perdita o l’aggiunta di uno o di pochi cromosomi, derivanti da errori nel corso del processo meiotico. Anche questo tipo di mutazioni determina negli animali gravi alterazioni fenotipiche, fra le quali una delle più note è la trisomia–21 o sindrome di Down, dovuta alla presenza di tre copie del cromosoma 21.

 

I mutageni

 La frequenza delle mutazioni, che di per sé come si è visto sono rarissime in natura, può venite considerevolmente incrementata dall’esposizione ad agenti mutageni, per lo più sostanze o radiazioni particolari, che interagiscono direttamente con la molecola di DNA e sono in grado di determinarvi un mutamento nella sequenza nucleotidica.

  • mutageni fisici – constano di radiazioni con diverse lunghezze d’onda, le più importanti delle quali sono il calore, che agisce sul DNA rompendo il legame fra una base nucleotidica e lo zucchero e determinando la perdita della base stessa, e le radiazioni ad alta energia, dalla lunghezza d’onda inferiore a 30 m. fra dette radiazioni si distinguono le radiazioni ionizzanti ( raggi cosmici, raggi e raggi x, che sono in grado, penetrando nei tessuti cellulari, di provocare molteplici danni, dalla rottura delle molecole del DNA alla perdita di basi alla formazione di legami fra le eliche ( cross-links ). A causa delle numerose mutazioni che può determinare, l’esposizione a tali radiazioni può sviluppare tumori. Altro tipo di radiazioni ad alte energia sono le radiazioni ultraviolette, che possono interagire direttamente con le basi del DNA, determinando una distorsione dell’intera molecola.
  •  

  • Mutageni chimici – possono essere divisi in tre grandi classi :

    • analoghi delle basi nucleotidiche – sono sostanze capaci di sostituire le basi normali del DNA durante la sua replicazione, che viene così alterata
    • reattivi degli acidi nucleici – sono sostanze capaci di reagire chimicamente con le basi del DNA alterandole
    • agenti intercalanti le basi de DNA – sono sostanze di sintesi in grado di inserire le proprie molecole all’interno del DNA, provocando una distorsione della doppia elica e determinando l’inserimento o la rimozione di una o più coppie di basi nella zona della deformazione.

 

********************************************************************************

 

Appendice 2 : impoverimento...... speciazione ? Alcuni casi notevoli e, soprattutto, sotto gli occhi di tutti.

 

Dal Lupo al Dingo, passando per il Cane : storia di un progressivo processo di impoverimento genetico, di domesticazione e di rinselvatichimento

 Le popolazioni umane del passato dovettero abituarsi ben presto alla presenza del Lupo : da predatore abbastanza ubiquitario, sia come tipo di prede cacciate che come territorio prescelto, il Canide selvatico – se non tutti, almeno i suoi esemplari più adattabili – sicuramente si stanziò nei pressi degli insediamenti umani per approfittare delle fonti alimentari messe a disposizione dall’Uomo sotto forma di rifiuti, di scarti di macellazione o anche di animali domestici.
 I Lupi stanziatisi a ridosso degli accampamenti dovettero ovviamente fare i conti con le inevitabili "ritorsioni" da parte degli uomini, e fu così che essi dovettero affinare dei comportamenti idonei per questa nuova "nicchia ecologica" ; quelli che non furono in grado di modificare il proprio comportamento furono probabilmente uccisi dagli uomini o dovettero comunque allontanarsi perchè non in grado di sfruttare al meglio le risorse offerte suo malgrado dall’uomo.
 Con il passare del tempo l’uomo dovette rendersi conto che la presenza del Lupo poteva avere come effetto positivo quello di eliminare gli avanzi di cibo, con la duplice vantaggio di ripulire l’accampamento e di allontanare residui che avrebbero potuto richiamare altri predatori pericolosi – magari anche gli stessi Lupi rimasti selvatici –.
 Fu probabilmente così che gli esseri umani si accostarono a quelli, fra i Lupi che vivevano nei pressi degli insediamenti umani, avevano più confidenza con gli uomini : i cuccioli della specie, ai quali non era stato insegnato il pericolo rappresentato dall’uomo, furono prelevati ed allevati in cattività. In questo modo il Lupo "diventò" Cane.
 Come si vede, è un processo continuo di selezione, a partire dalla "scelta" operata dal primo gruppo di Lupi che si stanziò nei pressi dei villaggi umani, una scelta che evidentemente non tutti ma solo un ristretto numero di Lupi fece. Altra "selezione", quella di acquisire un comportamento ad hoc per vivere in prossimità dell’Uomo ; ulteriore selezione, quella che con ogni probabilità avrà fatto l’uomo per eliminare gli individui poco adatti.
 Un impoverimento genetico dietro l’altro, un impoverimento che, lungi dal restringere i "binari" entro cui è attestata la variabilità genetica del Canis lupus, ha dato origine a ciò che è oggi la varietà incredibile di forme canine.
 A ciò è seguito un processo inverso, il quale, a dimostrazione del fatto che il patrimonio genetico del Cane non equivale a quello del selvatico originario, ma ne è – non potendo essere altrimenti – il risultato di un impoverimento progressivo e selettivo, non ha dato origine al Lupo, ma ad una terza forma, anche questa considerata come specie "buona" : il Dingo.
 Il dingo è un Canide australiano che deriva dal processo di rinselvatichimento dei Cani condotti nella zona dagli uomini circa 20.000 anni fa. La morfologia del Dingo è attestata su uno standard tipico.
 Il processo che ha portato per impoverimento ( come è insito nel termine stesso di "selezione" = scelta, vaglio ) dal Lupo al Cane, per ulteriore impoverimento ha portato dal Cane al Dingo.
 Ora, il Lupo si incrocia con il Cane e questo lo fa con il Dingo – e non c’è motivo di ritenere che ciò non possa avvenire anche direttamente fra Lupo e Dingo –. Ciò ha determinato l’inquinamento del patrimonio genetico del Lupo nelle nostre zone e lo stesso tipo di inquinamento ai danni del Dingo nelle zone dell’Australia.
 Il caso del Dingo si adatta molto bene a rappresentare un esempio di come l’immissione di un elemento estraneo in un nuovo ambiente provochi un mutamento delle relazioni ecologiche che possono determinare degli scompensi anche molto gravi per altre specie che possono risentire della competizione e/o della predazione di questi ultimi : nei territori dell’Oceania il Dingo ha occupato la nicchia ecologica tipica del Tilacino, la cosiddetta "tigre marsupiale" ( Thylacinus cinocephalus ), oggi ritenuta estinta.

 

Dalla Puzzola al Furetto, ovvero come un sanguinario animale selvatico divenne un docile animale da compagnia

 Per i due Mammiferi considerati in questo paragrafo la storia non dovrebbe essere differita sensibilmente rispetto a quella che ha portato al Cane a partire dal Lupo, se non per il fatto che il Cane è sicuramente molto più diffuso del Furetto, variante domestica della Puzzola.
 Anche per questi due Mustelidi, per i quali si distinguono due categorie tassonomiche con tanto di nome scientifico distinto ( Mustela putorius o Putorius putorius la Puzzola, Mustela putorius furo il Furetto ). La prima è un Mustelide selvatico, vivente in Europa, caratterizzato da una spiccata attitudine per gli ambienti palustri, in cui preda pesci, rettili, micromammiferi, ecc. ; il secondo è un Mustelide domestico utilizzato in passato nella caccia al coniglio grazie alle sue ridotte dimensioni, che ne permettono l’intrufolarsi nelle anguste tane. Colpisce la docilità del Furetto, specie se messa a raffronto con la "ferocia" della Puzzola, che non esita a decapitare le proprie prede, uccidendole a volte senza mangiarle completamente.
 La genesi della nuova specie, il Furetto ( ma si tratta davvero di una nuova specie ( 44 ) ? ) è avvolta dal mistero più fitto. Un’ipotesi forse non troppo lontana dalla realtà potrebbe essere proposta ricalcando quella già proposta a proposito del Cane, e magari in maniera neanche troppo dissimile.
 I contatti con la Puzzola in quanto mammifero specializzato nella predazione di pesci, micromammiferi ed altri animali legati all’acqua devono essere stati relativamente frequenti, da parte delle primitive popolazioni umane palafitticole stanziate a ridosso dei bacini idrici ; è possibile che degli individui di Puzzola possano aver acquisito una maggior familiarità con l’Uomo dopo essersi resi conto del vantaggio a predare, ad es., esemplari avicoli appartenenti a specie allevate dallo stesso Uomo per scopi alimentari.
 L’Uomo, dopo averne catturato qualche esemplare, potrebbe averlo impiegato validamente come animale in grado di mantenere sotto controllo i Topi ( che sicuramente infestavano gli accampamenti umani ) e forse, successivamente, come aiuto per cacciare in tana un Mammifero affine agli stessi Topi ( il Coniglio, la cui caccia ha previsto l’utilizzo del Furetto fino ad epoca recente ).
 Nel corso della sua progressiva domesticazione il Mustelide avrebbe perduto, in seguito a selezione operata dall’uomo, le caratteristiche più ferine, al punto da diventare al giorno d’oggi un animale docile e di solito del tutto mansueto.

 

Fig. 12 - Puzzola ( Mustela putorius ) ( illustrazione tratta da A. SPAGNESI – A.M. DE MARINIS, – << Mammiferi d’Italia >> op. cit. )

 

 La cosa che è interessante notare è che, allo stesso modo di ciò che avviene fra Cani domestici inselvatichiti e Lupo, la Puzzola ed il Furetto possono "incrociarsi" dando origine a prole feconda.

 

Bos primigenius e Bos taurus

 Considerando una delle categorie animali maggiormente impiegate dall’uomo, ossia i Bovini, colpisce la estrema varietà di dimensioni, colorazioni, caratteristiche morfologiche ( non riportate nella tabella esposta di seguito per brevità ) ed attitudini.
 Accanto alla figura "tipica" di Bovino che possiamo avere in mente ( ed in questo caso la varietà di scelte è estrema, in quanto in ogni regione del mondo occidentale esistono svariate razze oggetto di allevamento ), con tutti gli attributi tipici della categoria, ci sono dei casi di difformità anche molto notevoli, sia quantitativi ( altezza al garrese, lunghezza e colorazione dei peli che formano il mantello, peso, ecc. ) che in alcuni casi qualitativi ( esistono ad es. delle razze completamente prive di corna, come la Aberdeen-Angus, originaria della Scozia ).

 

Specie capostipite : Uro ( Bos primigenius + )

 

razza colore di fondo del mantello peso ( kg )
T = tori
V = vacche
attitudine
PEZZATA ROSSA FRIULANA ( SIMMENTHAL ) Pezzato rosso, con tonalità dal fomentino al rosso mogano. T 1100
V 700
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
RAZZA BIANCA DELLA VAL PADANA Bianco latteo nelle vacche, bianco con gradazioni grigie al collo nei tori T 700-1000
V 480-600
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
BRUNA ALPINA Uniforme castano con variazioni nei toni individuali T 800-1200
V 500-700
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
REGGIANA Fromentino uniforme T 950
V 650
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
BIGIO ALPINA Grigio con presenza di peli rossicci T 700-800
V 450-550
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
PIEMONTESE Nei tori grigio con peli neri, nelle vacche grigio chiaro T 750-850
V 500-570
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
MODICANA Rosso vinoso con sfumature nere T 750
V 500
Triplice attitudine ( carne, latte, lavoro )
MAREMMANA Grigio T 750-850
V 550-650
Duplice attitudine ( da lavoro e da carne )
CHIANINA Bianco porcellana T 1200
V 700
Duplice attitudine ( da lavoro e da carne )
ROMAGNOLA GENTILE Grigio chiaro T 1000-1150
V 600-700
Duplice attitudine ( da lavoro e da carne )
MARCHIGIANA Bianco T 1100-1200
V 550-630
Duplice attitudine ( da lavoro e da carne )
FRISONA ITALIANA Bianco e nero a larghe pezzature T 900-1300
V 550-900
Duplice attitudine ( da latte e da carne )
BURLINA Pezzato nero lucente T 600
V 400
Duplice attitudine ( da latte e da carne )
VALDOSTANA Rosso carico o pezzato nero ( rispettivamente var. pezzata rossa o pezzata nera ) T 650-850
V 400-575
Duplice attitudine ( da latte e da carne )

Tab. 7 - Caratteristiche differenziali fra alcune delle razze bovine allevate in Italia ( dati ricavati da G. TASSINARI – << Manuale dell’Agronomo >>, op. cit. )

 Nel caso delle razze bovine, il capostipite, l’Uro ( Bos primigenius ), è estinto da secoli, essendo morto l’ultimo esemplare nel 1627.

 

Fig. 13 - Uro ( Bos primigenius ) - da R. MICHELI, op. cit.

 

 Quanta fosse la variabilità genetica dell’Uro non è dato sapere. Ma sappiamo molto bene quale sia oggi la variabilità di forme, colori, proporzioni, delle specie bovine che vengono attualmente allevate con svariate finalità : lavoro, produzione di latte, produzione di carne.
 Pochi animali sono entrati così incisivamente nella nostra cultura, sia come animale oggetto di vera e propria venerazione ( Induismo ) che come animali fornitori dei primi alimenti della nostra vita ( essendo spesso il latte vaccino il primo alimento che viene somministrato ai neonati e, sempre, quello che fornisce in maniera preponderante il sostentamento nei primi mesi di vita ).
 Da un essere vivente appartenente ad una specie si sono venuti a selezionare esseri viventi, anch’essi appartenenti ad un’unica specie, ma quanto mai differenziati per caratteristiche, indoli, attitudini, dimensioni, ecc.
 Una vacca di razza burlina pesa mediamente 400 kg ; Donetto 1777, considerato il più granda Bovino mai esistito, era un toro di razza chianina che giunse a pesare addirittura 1777 kg.

 

********************************************************************************

 

Appendice 3 - L’ "arcipelago" sistematico del Pino nero

 

 Il Pino nero è un albero forestale la cui complessa variabilità di forme geografiche è stata fonte di successive rivisitazioni a livello sistematico ; sotto il nome collettivo di Pinus nigra sono comprese numerose entità spesso considerate sottospecie, ma a volte elevate al rango di specie vere e proprie ed altre volte ritenute varietà, razze geografiche, biotipi ed ecotipi la cui distribuzione gravita in un’area molto vasta intorno al bacino del Mediterraneo.
 I caratteri comuni a tutte queste entità sono, secondo il Debazac ( 1964 ), i seguenti :

  • fusto diritto, con ritidoma dapprima scaglioso bruno-grigiastro, poi screpolato, infine suddiviso in grandi placche grigiastre nei soggetti più vecchi ;
  • aghi riuniti in fascetti di 2, lunghi da 8 a 18 cm., gemme ovoidali appuntite, a squame più o meno appressate, resinose ;
  • Giovani strobili ovoidi, drizzati su un peduncolo. Strobili conico ovoidi, lunghi 4-8 cm, scudo bruno-chiaro lucente, unghia nera.
  • plantule con 6-8 cotiledoni.

 Il riconoscimento delle diverse entità è difficoltoso, per la presenza di tutta una gamma di forme di passaggio che hanno creato confusione fra gli studiosi, al punto che i pareri non sono concordi in merito al valore sistematico da assegnare a tali variazioni della specie, al punto che si hanno a tutt’oggi delle interpretazioni arbitrarie.
 La gamma dei nomi scientifici che sono stati nelle varie epoche impiegati per designare la specie è davvero ampia, chiaro segnale di come la sua classificazione abbia creato difficoltà in varie epoche :

1576 - Pinus pinaster altera Clusius
1768 - Pinus marittima Miller
1785 - Pinus nigra Arnold
1804 - Pinus laricio Poiret
1816 - Pinus nigricans Host
1818 - Pinus clusiana Clemente
1818 - Pinus pyenaica Lapeyrouse
1826 - Pinus austriaca Hoss
1834 - Pinus hyspanica Cook

 Della confusione classificatoria fra i vari Autori che si erano occupati della specie si accorsero in molti.

 Nel 1931 il Pavari cercò di semplificare le cose attribuendo a tali specie il valore di varietà, delle quali distinse due gruppi fondamentali :

  • Gruppo del tipo "Pino nero" ( Pino d’Austria, Pino del Tauro e di Crimea )
  • Gruppo del tipo del "Pino laricio" ( Pino di Calabria, di Corsica, delle Cevenne e di Spagna )
  • "Pino di Villetta Barrea" : forma considerata di transizione fra il tipo "Pino nero" ed il tipo "Pino laricio"

 Nel 1937 il Giacobbe propose una frammentazione dell’antica specie Pinus nigra, a partire dalla quale avrebbero avuto origine delle razze distinte per le caratteristiche degli aghi e dei coni, come dallo specchietto riportato di seguito :

razza franco-iberica
razza italiana
razza balcanica
razza asiatica
razza africana

.....................
.....................
.....................
.....................
.....................

Pinus salzmanni
Pinus laricio
Pinus austriaca
Pinus pallasiana
Pinus mauritanica

 

 Nel 1957 il De Philippis riconobbe nel Pino nero cinque provenienze geografiche :

Denominazione del gruppo Specie di Pino nero Areale di distribuzione
Gruppo orientale Pinus pallasiana =
P. nigra var. caramanica
Crimea, Cipro, Asia Minore
Gruppo balcanico-austriaco P. austriaca Penisola Balcanica, Austria meridionale, Alpi orientali
Gruppo tirrenico-calabro corso P. laricio var. calabrica,
P. nigra var. corsicana
Calabria, Sicilia orientale, Corsica
Gruppo occidentale P. salzamanni =
P. nigra var. cebennensis =
P. hispanica
Francia meridionale e Spagna
Gruppo Algeria-Marocco P. nigra var. mauritanica  

Tab. I - Classificazione del De Philippis

 

 Una proposta di fare completamente a meno della ripartizione in entità specifiche e/o sottospecifiche fu quella espressa nel 1957 dal Rohrig, il quale ritenne sufficiente che si indicasse la provenienza geografica del P. nigra indifferenziato.

 Sulla scia di quanto proposto dal Rohrig il Gathy riconobbe nel 1961 tre grandi gruppi di Pinus nigra :

  1.  - Gruppo occidentale ( Spagna, Corsica, Calabria, Marocco )
  2.  - Gruppo orientale ( austriaca, caramanica )
  3.  - Villetta Barrea ( forma di passaggio )

 

Foto n° 19 - Pino di Villetta Barrea : portamento

 

 Nel 1958 il Fukarek credette di dover comunque assicurare un riconoscimento a livello specifico o varietale, oltre che esclusivamente di provenienza

Nome della "piccola specie" e delle varietà sottospecifiche Areale
Pinus clusiana Clem ex arias ( 1818 )
P.hispanica Cook ;
P.salzamanni D.
( = P.laricio var. cebennensis Gre. et Godron )
Africa del Nord, Spagna e Francia meridionale
Pinus laricio Poiret ( 1804 )
P. nigra Arn., Poiretiana Asch e Graebn ;
P.nigra var. calabrica
Forme di Corsica, di Sicilia e di Calabria
Pinus nigricans Host ( 1826 )
P.nigra var.austriaca ( Hoss ) Novak
= P. austriaco,
P.nigra ssp. Dalmatica Visiani,
P.nigra ssp. illirica Vidakoviic,
P.nigra ssp. Indica Formanek,
P.nigra ssp.italica Hochesetter
Forme d’Austria, Jugoslavia, Balcani, Grecia ed Italia centrale
Pinus pallasiana Lamb.
P.pall.var.pontica Koch = taurica Hort ;
P.pall.var.caramanica Loud ;
P.pall.var.Fenzlii Ant., et Ky.
Forme della parte orientale dell’areale : Crimea, Anatolia, Tauro

Tab. II - Classificazione del Fukarek ( 1958 ) : la grande specie Pinus nigra Arn. viene divisa in quattro "piccole specie", le quali a loro volta comprendono altre sottospecie.

 

Foto n° 20 - Pino di Villetta Barrea : particolare degli aghi e dello strobilo.

 

 Fra le varie forme di Pinus nigra, tre vivono in Italia : Pino austriaco, Pino laricio e Pino di Villetta Barrea. Mentre fra le prime due i caratteri distintivi sono rilevanti, fra il Pino di Villetta Barrea e le altre due forme il riconoscimento è molto difficoltoso e può essere effettuato senza pericolo di errore solo basandosi su caratteri microscopici.

 

  Pino austriaco Pino laricio Pino di Villetta Barrea
Caratteri
distintivi
macroscopici
Aghi di colore verde cupo, lunghi 8-14 cm, rigidi, quasi perpendicolari al ramo, cadenti al 4° o 5° anno. Gemme molto resinose.
Rami grigio-bruni.
Coni piuttosto piccoli ( 4-5 cm di lunghezza su 2.5-3 cm di larghezza massima ), bruno-giallastri, sessili o quasi, con squame nero-brune sulla faccia inferiore, a scudo convesso, fortemente carenato, ambone corto, acuto, caduco.
Seme lungo da 6 a 8 mm, con ala lunga 2 cm.
Albero alto 25-35 m, con chioma densa e piramidale, corteccia spessa, grigia, poi nerastra e profondamente screpolata ma a placche evidenti.
Albero che può raggiungere fino a 40-50 m con chioma più leggera e slanciata del P. austriaca.
Rami di un anno grigio-chiari un po’ lucenti.
Aghi meno rigidi e più chiari di quelli del P. austriaca, lunghi 12-15 cm, cadenti al 3° anno.
Coni lunghi 5-9 cm con carena delle squame meno rilevata.
Altezza massima 15 m, diametro massimo a petto d’uomo 20-25 cm.
Aghi notevolmente più rigidi e più pungenti all’estremità e soprattutto più brevi del P. laricio e del P. austriaco, lunghi circa 5.5-10 cm.
Inserzione degli aghi verso l’estremità dei rametti.
Coni lunghi 4-8 cm.
Nel portamento si avvicina al P. austriaco con la chioma piramidale, fusto, più o meno diritto, quasi mai biforcato.
La corteccia è invece più chiara e si avvicina a quel la del laricio.
Caratteri
distintivi
microscopici
Epidermide : cellule più o meno isodiametriche a parete poco ispessita.
Ipoderma : 1-2 file di cellule non molto ispessite e disposte generalmente in bande lineari.
Canali resiniferi : 3-10 ( più spesso 7-9 ).
Epidermide : cellule rettangolari a parete molto ispessita.
Ipoderma : 3-4 file di cellule molto ispessite e disposte generalmente in bande triangolari.
Canali resiniferi : 9-15 ( più spesso 11-13 ).
Epidermide : cellule isodiametriche e rettangolari a parete molto ispessita.
Ipoderma : 2-3 file di cellule con bande lineari e con bande triangolari.
Canali resiniferi : 3-11 ( più spesso 6-8 ).

Tab. III - Rconoscimento delle forme di Pinus nigra vegetanti in Italia in base a caratteri macroscopici e microscopici.

 

*************************

 

B I B L I O G R A F I A

 

AA.VV. « Bosco dei Lucci »
- ( http://www.boscodeilucci.it/pagine/Home.htm )

AA.VV - « Genetica » - Atlanti Universali Giunti, Prato 1997

AA.VV. « Gli animali e la loro vita » - Vol. 9 ( "Australia e isole" ) - Istituto Geografico de Agostini, Novara 1973

AA.VV. - « Il concetto di specie in biogeografia - corso in zoogeografia »
– ( http://biocenosi.dibpsf.uninsubria.it/didattica/Biogeografia_Va/lez02.pdf )

A. ANDREOTTI, N. BACCETTI, A. PERFETTI, M. BESA, P. GENOVESI, V. GUBERTI – « Mammiferi e Uccelli esotici in Italia : analisi del fenomeno, impatto sulla biodiversità e linee guida gestionali » - Quaderni di Conservazione della Natura, n° 2 – Ministero dell’Ambiente - Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, 2001

Giovanni BERNETTI - « Selvicoltura speciale » - Collana "Scienze Forestale e Ambientali" - ed. UTET, Torino 1995

Cesare BRIZIO - « Uccelli, dinosauri e paradigmi scientifici »
– ( http://xoomer.alice.it/cebrizio/Uccelli.htm )

Marcello BUIATTI - « La Biodiversità » - Società Editrice il Mulino, Bologna 2007

Giuseppe COGNETTI, Michele SARA’, Giuseppe MAGAZZU’ - « Biologia marina » ed. Calderini, Bologna 2006

Elio CORTI - « Il Dodo »
- ( http://www-scricciolo.com/dodo.htm )

Sandro D’ALESSANDRO - « La Quercus suber a Brindisi : una presenza anomala, un’ecologia di confine » - "Silvae" n° 5
– ( http://www2.corpoforestale.it/c/document_library/get_file ?repository_id=1&file_path=%2FSilvae%2FannII_num5&file_name=229_246.pdf )

Sandro D’ALESSANDRO - « La selezione naturale alla luce dei fatti dell’ecologia » - in : "I Quaderni di Avallon" n° 56 – Il Cerchio Iniziative editoriali, Rimini 2007

Sandro D’ALESSANDRO - « La Vallonea, Quercia di Chaonia » – Ed. Salentina, Galatina 2002

Sandro D’ALESSANDRO - « Un indice della diversità animale in Terra d’Otranto : i Mustelidi » – tesina discussa al termine del Corso di Perfezionamento in "Gestione della fauna in ambiente urbano ed agro-silvestre : tutela, recupero, legislazione" tenutosi presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Bari nell’Anno Accademico 2002-2003

Alessandro DE PHILIPPIS, Giovanni BERNETTI « Lezioni di Selvicoltura speciale » - ed. CUSL, Firenze 1990

Charles DARWIN - « L’origine delle specie » - Ed. Newton, Roma 1995

François DE SARRE - « Homo floresiensis  : le petite dame de Flores redonne son "sens" à l’évolution »
– ( http://perso.orange.fr/initial.bipedalism/24g.htm#7 )

ELIANO - « La natura degli animali » - Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2004

Romano GELLINI - « Botanica Forestale » - Ed. CEDAM, Padova 1985.

René LAURENCEAU - « Negres blancs »
– ( http://perso.orange.fr/initial.bipedalism/22_nb.htm#4 )

Ezio MAGINI - « Metodi di miglioramento delle piante forestali » - Clusf Cooperativa Editrice Universitaria, Firenze

John MAYNARD SMITH - « L’Ecologia e i suoi modelli » - EST Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondatori, Milano 1975

Roberto MICHELI - « L’origine dell’Agricoltura - gli animali »
– ( http://www.interware.it/tsr/ambiente/micheli/animali.htm )

Angelo MOJETTA, Andrea GHISOTTI - « Flora e fauna del Mediterraneo » Ed. Mondadori, Milano 2005

Giovanni MONASTRA - « Le origini della vita » - Ed. "Il Cerchio", Castel Bolognese 2000

Giovanni MONASTRA - « Natura archetipica : vincoli morfologici e gerarchici in biologia » – in "Seppellire Darwin ? dalla critica al darwinismo agli albori di una scienza nuova" – in : "I Quaderni di Avallon" n° 56 - Il Cerchio Iniziative editoriali, Rimini 2007

Charles E. MORTIMER - « Introduzione alla chimica » - Ed. Piccin, Padova 1983

NATIONAL GEOGRAPHIC - « A caccia con le Orche » in : Enciclopedia degli animali - Mammiferi V

Daniele OLSCHKI - « La caccia subacquea » - Il Subacqueo libri – Editrice "La Kalesa" Coop. r. l., Roma 1973

Pietro PIUSSI - « Selvicoltura generale » - Collana "Scienze Forestale e Ambientali" - ed. UTET, Torino 1994

David REILLY - « The tragedy of Dodo »
– ( http://www.davidreilly.com/dodo/ )

Gianni ROGHI - « Uomini e Pesci » - Sperling & Kupfer Editori, Milano 1973

Aldo SPAGNESI, Anna Maria DE MARINIS ( a cura di ) - « Mammiferi d’Italia » – Quaderni di Conservazione della Natura, n° 14 – Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio - Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, 2002

Franco TASSI - « La Criptozoologia, Scienza degli animali misteriosi » – Conferenza tenuta il 4 dicembre 2006 nell’ambito del ciclo di seminari di Criptozoologia organizzato presso il Museo Provinciale di Storia Naturale di Foggia

Giuseppe TASSINARI - « Manuale dell’Agronomo » - REDA Edizioni per l’agricoltura - V Ristampa, Roma 1991

Alessandra TERZAGHI, Andrea BRAMBILLA - « Biologia 1 », Alpha Test, Milano 1999

WIKIPEDIA - "Funzione di ripartizione della variabile casuale normale"

Vinzenz ZISWILER - « Animali estinti e in via di estinzione » - Oscar Mondadori, Milano 1975.

 

*************************

 

 

Si ringraziano i Proprietari del "Bosco dei Lucci"

 

 

********************

NOTI

********************

 

1 - Tali manifestazioni si evidenziano in un territorio solitamente circoscritto e delimitato, oltre che caratterizzato da caratteristiche ecologiche il più delle volte differenti dallo standard richiesto dalla specie. Non è intenzione dello scrivente darne una spiegazione in chiave "adattativa" secondo il senso corrente del termine, in quanto una tale spiegazione parrebbe carente di alcuni punti fondamentali. Secondo detta ipotesi ad ogni variazione ambientale rilevante e di lunga durata corrisponderebbe automaticamente una variazione degli esseri viventi finalizzata ad ottimizzarne l’efficienza nell’habitat così modificato, indipendentemente dalla possibilità o meno di sopravvivenza nell’ambiente di organismi meno "raffinatamente" adattati ad esso. Un tale processo, in seguito al quale gli esseri viventi si troverebbero nelle condizioni di sfruttare le mutate situazioni ambientali ritraendone il massimo del beneficio, non definisce infatti il modo con cui ciò possa avvenire. Tale rapporto di cause ed effetti, che si tradurrebbe in affinamenti progressivi delle caratteristiche della specie in relazione all’ambiente in cui vivono, non è infatti così scontato come si potrebbe credere, almeno fino a che non ne siano svelati gli effettivi meccanismi. Ben diversa è l’opzione cui l’organismo si trova davanti quando le modifiche dell’ambiente si traducono in nuove caratteristiche che lo rendono incompatibile con la stessa esistenza della forma vivente : in questo caso, l’organismo ha ben poca scelta. O è in grado di fornire una risposta adeguata, oppure... soccombe ! Ciò non va visto tanto in relazione al singolo individuo, quanto al complesso degli individui che sono stati in grado di produrre quella risposta e di quelli che, al contrario non ne sono stati in grado : i primi saranno in grado di generare la progenie dotata delle loro caratteristiche favorevoli, mentre i secondi non persisteranno più su quel dato territorio.

 

2 - Alla base della comparsa di "modelli" nuovi da proporre all’ambiente, la teoria della selezione naturale prevede infatti eventi casuali che, come tali, possono andare in qualsiasi direzione, sia in senso favorevole che in senso sfavorevole o indifferente alle pressioni ambientali.

 

3 - in realtà, l’"idoneità" di cui si parla è qui vista nel senso di un adattamento all’ambiente meno rigoroso di quello che si è portati comunemente a pensare : venendo a mancare quel rapporto deterministico di causa/effetto - da cui qui si prescinderà - appare evidente che le uniche variazioni ambientali in grado di apportare modifiche saranno quelle che avranno ripercussioni significative sulla vita, e/o la riproduzione, degli individui al punto tale da pregiudicarne l’efficienza e la competitività. A rigor di logica le caratteristiche della specie, per quanto questa possa risultare non perfettamente in grado di trarre il massimo vantaggio dalle nuove condizioni vitali, dovrebbero restare infatti inalterate, a meno che le condizioni stesse dell’ambiente non si rivelino tali de determinare la soppressione di alcuni individui e di conseguenza l’impossibilità di questi a "proporre" alla specie i caratteri indotti dal loro patrimonio genetico.

 

4 - La sua indole di specie generalista è ravvisabile anche, forse con maggiore immediatezza, dallo spettro trofico estremamente vario che caratterizza la specie, la quale non disdegna di predare, accanto a grandi Ungulati selvatici, anche piccoli Roditori, Insettivori, ecc.

 

5 - Eliano narra che anche lungo le coste del Mediterraneo aveva luogo una cosa del genere, parlando dei "montoni di mare" che nelle coste antistanti lo Stretto di Bonifacio dal mare salivano sulle coste per predare le "pecore di mare" ( probabilmente le Foche monache ).

 

6 - Una evenienza del genere, a quanto pare, si verifica fortunatamente a carico della Lepre italica ( Lepus corsicanus ) che avrebbero la possibilità di incrociarsi con le Lepri di provenienza nordeuropea ( Lepus europaeus ), tuttora importate in Italia a fini venatori. L’importazione di tale specie estranea alla nostra fauna selvatica deriva dall’errata posizione tassonomica attribuita fino a poco tempo fa alla Lepre italica, considerata fino a pochi anni fa una sottospecie del Lepus europaeus, che come tale è stato - ed è tuttora - attivamente importato a fini venatori ( in Italia sono infatti consentiti l’importazione ed il rilascio in natura di animali omeotermi solo se questi appartengono a specie autoctone ). Ora, l’incrocio fra le due specie – i cui ibridi, ancorché non fecondi, potrebbero avere nefasti effetti a livello di concorrenza e/o nel disturbare la riproduzione della specie autoctona -, sembra che non si verifichi a causa di barriere di ordine etologico, che la sfavoriscono, a tutto favore dell’accoppiamento fra individui della nostra specie autoctona.

 

7 - A proposito dell’incidenza delle modificazioni ( intendendo per esse le mutazioni ) rimando all’appendice 1 ( liberamente tratta da : AA.VV. "Genetica", op. cit. ), che fa il punto sulle attuali conoscenze scientifiche in merito. A proposito dell’incidenza delle modificazioni favorevoli sul totale delle modificazioni intervenute, essa è molto bassa, - parrebbe di poter dire che si tratta di un’evenienza che ha probabilità molto scarse di verificarsi -. Quando poi queste debbano avvenire "su comando", in pronta risposta ad una variazione dell’ambiente, è probabile che la percentuale di dette variazioni possa ritenersi trascurabile, forse teorica, anche se tuttavia non si può escludere a priori l’eventualità che in evento del genere possa verificarsi "al momento giusto". Resta da vedere fino a qual punto una possibilità ritenuta, a livello scientifico, talmente remota come quella esposta, possa accordarsi con una teoria che prevede il progressivo affinamento dei caratteri degli organismi in risposta a variazioni anche di poco conto nel loro ambiente.

 

8 - Tali modificazioni possono essere legate a disparati motivi, quali successioni delle fasi serali, variazioni in qualsiasi senso delle condizioni meteorologiche, pullulazioni improvvise e subitanee o decadimento di alcuni organismi, instaurazione di nuovi rapporti di concorrenza, ecc.

 

9 - Sembrerebbe che il carattere di "tropicalità" sia mediterraneo, in quanto, mentre la distribuzione extramediterranea dello Scaro va dal Portogallo al Senegal, quella del Pesce balestra comprende anche le ben più fredde acque del Mare del Nord.

 

10 - A tale variabilità ambientale è stato dato in questa sede lo stesso nome a suo tempo dato ai danni provocati dalle piogge acide nel recente passato, che, denominati "danni di nuovo tipo", erano conseguenza dell’inquinamento atmosferico dell’epoca. La variabilità ambientale cui ci si intende riferire nel presente lavoro è quella legata alla mutazione repentina delle condizioni meteorologiche, provocate anch’esse dall’inquinamento atmosferico ( che in un periodo come quello attuale determina concentrazioni di anidride carbonica in epoca storica mai verificatesi prima d’ora ), si prestano quanto mai bene ad essere definite con un termine analogo.

 

11 - << I pesci che vivono alle alte latitudini hanno nel sangue sostanze anticongelanti che impediscono la formazione di cristalli di ghiaccio. Si tratta di alte concentrazioni di proteine che, abbassando il punto di congelamento del plasma che è di - 0.8° C, lo portano in equilibrio con quello delle acque marine ( - 1.7° C ). In un pesce antartico ( Trematomus ) vi è una glicoproteina ad alto peso molecolare costituita da una serie di due amminoacidi ( alanina 23% e treonina 16% ). Ciascuna treonina è legata ad un polisaccaride derivato dal galattosio attraverso un legame glucosidico. >> ( da COGNETTI - SARA’- MAGAZZU’, Biologia marina, op. cit. ).

 

12 - La tipologia ti tali sostanze, fra l’altro, dovrebbe essere quanto di più aspecifico si possa immaginare, dato che l’abbassamento del punto di congelamento di una soluzione, ben noto in fisica, rientra fra le cosiddette "proprietà colligative", che sono caratterizzate dal dipendere esclusivamente dalla quantità di ioni presenti in una soluzione, indipendentemente dal tipo degli ioni stessi. Una tale presenza all’interno del liquido sanguigno influisce in effetti, a causa della semplice presenza di ioni, su diverse proprietà del fluido, come il punto di congelamento - la cui temperatura viene abbassata -. Difficile dire se la presenza di un soluto di qualsiasi natura nel sangue dei Pesci possa risultare controproducente, qualora questo non risulti funzionale ai fini della sopravvivenza ; sta di fatto che di tale presenza, descritta nei pesci che vivono nei mari freddi, non c’è menzione a proposito dei pesci dei mari temperati, tropicali ed equatoriali.

 

13 - Ovviamente, gli schematismi esasperati, oltre ad avere il vantaggio di costituire un primo modello di facile approccio, portano a delle semplificazioni eccessive che rare volte si adattano completamente alla realtà : vanno forse bene per estrapolare una regola, ma di solito non dicono niente di più quando le si voglia applicare al caso concreto. Le varianti che esistono in natura sono infatti molte di più di quante un rigido "slogan" possa sperare di inglobarne : le poche parole dell’enunciato di una regola non sono che ben poca cosa, di fronte alla smisurata complessità degli esseri viventi e delle relazioni che essi instaurano reciprocamente.
 Per questo motivo, quanto segue non intenderà rappresentare una elencazione di tutte le variabili che possono intervenire, ma semplicemente una prima serie di considerazioni, "in soldoni", su un discorso estremamente complesso, considerazioni che lasciano il campo aperto a tutta una serie di distinguo da farsi ambiente per ambiente, specie per specie, caso per caso.
 Ad es., un superpredatore non lascerà un’impronta troppo rilevante in un territorio : la sua rarità ecologica, nei vasti territori di cui esso dispone, non gli consente di modificare significativamente un ambiente, ed i prelievi che questo compie a carico di ogni specie saranno ben poca cosa, anche in ragione del suo spettro trofico diversificato.
 Un predatore avrà sicuramente più chanches di condizionare un ambiente in cui esso si è trovato a vivere senza farne originariamente parte. Ma anche qui insorgono delle eventualità che impongono di considerare separatamente ogni caso, a seconda della variabilità del suo spettro trofico, della sua incidenza sulle singole popolazioni degli animali oggetto di caccia, ecc. : così un superpredatore, un predatore, un pascolatore o anche un organismo vegetale immesso sconsideratamente in un determinato ecosistema ed in seguito rivelatosi molto aggressivo potrà anzi costituire spesso, con facilità, un fattore di impoverimento del sistema stesso e della sua diversità.
 Un ruolo maggiore nel condizionare l’ambiente sarà assunto da animali pascolatori, o, a maggior ragione, onnivori, i cui contraccolpi sulla disponibilità delle risorse per le altre specie potranno essere anche molto rilevanti nei casi di pullulazione o anche solo per la semplice competizione apportata dal novo elemento dell’ecosistema.
 Per quanto riguarda gli effetti apportati al nuovo territorio da una specie vegetale, è possibile che nel nuovo ambiente essa riveli un’inaspettata competitività, al punto da divenire un’aggressiva concorrente delle altre specie vegetali già presenti.
 Come si vede, secondo lo schema riportato sopra, sono molto frequenti i casi in cui l’introduzione di esseri viventi estranei si traduce in un impoverimento dell’ecosistema, mentre è ben raro il caso opposto, ossia quello in cui tale operazione si traduca in arricchimento del sistema.
 Se però il vegetale - o più raramente l’animale - di nuova importazione si dimostra in grado di fornire alimento fruibile per diversi altri esseri già presenti nel sistema, coniugando tale aspetto con una limitata capacità competitiva, con l’assenza o quasi di concorrenza nei confronti degli altri elementi del sistema, oltre che di prodotti che in qualsiasi maniera possano determinare effetti biologici negativi, esso potrebbe giungere a rivelarsi un vero toccasana per il sistema stesso, con vantaggio di tutti i membri della comunità.
 Sotto il punto di vista della competizione con altri elementi dell’ecosistema per un qualsiasi fattore ecologico, essa è sotto certi aspetti inevitabile ; tuttavia, non esistendo in uno stesso ecosistema due esseri viventi che ne occupino la medesima nicchia, la presenza nell’ambiente di un nuovo organismo non in grado di effettuare un’azione competitiva eccessivamente tenace per gli altri esseri potrà tradursi, in definitiva, nella creazione di nuove possibilità per individui di altre specie sia appartenenti al sistema che esterne ad esso, in direzione di un arricchimento globale.

 

14 - Si deve tale classificazione al Pavari, selvicolture vissuto nel secolo scorsi, il quale sulla base di parametri legati al regime termici ed a quello pluviometrico definì delle zone caratterizzate da aspetti ambientali omogenei per la vita delle specie vegetali. Tali zone, denominate sulla base del nome latino della specie arborea più rappresentativa, furono indicate come "Lauretum" ( dall’Alloro, Laurus nobilis ), "Castanetum" ( dal Castagno, Castanea sativa ), "Fagetum" ( dal Faggio, Fagus sylvatica ), "Picetum" ( dall’Abete rosso, Picea abies ) ed "Alpinetum" ( in cui vivono i consorzi tipici della zona alpina ).

 

15 - Tale è il caso delle specie della macchia mediterranea, il cui particolare periodo di riposo vegetativo - l’estate ! - è ben noto in letteratura.

 

16 - Per la verità, il processo di acidificazione delle acque di pioggia, determinata dalla presenza dell’anidride carbonica, dovrebbe risultare più favorito nei periodi invernali, piuttosto che nei periodi estivi. Nella determinazione dei prodotti della reazione che, a partire dall’acido carbonico e dal calcare ( insolubile o scarsamente solubile ) porta a bicarbonato di calcio ( solubile e pertanto destinato ad essere allontanato con l’acqua piovana ), assume infatti un non indifferente rilievo anche la temperatura, in quanto, al diminuire di quella dell’acqua, aumenta la quantità di anidride carbonica solubilizzata in essa. Ciò non toglie tuttavia che un apporto maggiore di acqua – tutta, in misura minore o maggiore acidificata dall’acido carbonico venutosi a determinare dalla presenza della CO2 - determini un maggior dilavamento.

 

17 - Detta collocazione si presta inoltre ad essere in linea con un altro ordine di argomentazioni in accordo con l’esigenza di precipitazioni nel periodo estivo : le perturbazioni estive provengono infatti classicamente dall’Oceano Atlantico e raggiungono il Mediterraneo con un percorso verso Est : è pertanto chiaro che le coste occidentali saranno le prime ad essere incontrate lungo il tragitto delle perturbazioni, e come tali saranno tali settori ad usufruire del maggior rilascio di acqua piovana.

 

18 - Con tali termini si intende rispettivamente la propensione per i terreni calcarei, la tolleranza ( o la propensione ) per un ridotto regime idrometeorico e la propensione per scarse intensità luminose. Esigenze ecologiche opposte sono indicate, rispettivamente, con i termini : calciofobia, idrofilia, eliofilia. Si rileva che detti caratteri non sono assoluti, ma relativi, potendo variare di intensità a seconda dell’età, dell’individuo, delle condizioni ambientali, ecc.

 

19 -Ossia nella direzione di un’intolleranza nei riguardi dei terreni calcarei,in cui la Sughera, qualora in grado di vegetare, sarebbe sopraffatta dal Leccio e pertanto esposta ai rischi di estinzione, non potendo più assicurare una durata di vita sufficiente per il raggiungimento della fase adulta e riproduttiva.

 

20 - Le leccete dense sono talmente fitte che si riducono a volte ad essere dei popolamenti monospecifici, in cui il Leccio sopprime qualsiasi altra specie vegetale. Questa è una condizione in netto contrasto con le successioni delle fasi serali dell’ecosistema, in quanto queste per definizione dovrebbero portare, con il loro progredire, ad un incremento della complessità del sistema stesso. Paradossalmente, un incremento del numero delle specie presenti nella lecceta è legato a fattori che, come incendi, schianti, ecc., sono correlati a regressioni ecologiche che vanno in direzione opposta a quella che consentirebbe il raggiungimento della fase climax. Il caso delle leccete è, insieme a quello di altri climax coincidenti con ambienti caratterizzati dalla dominanza di una specie arborea fortemente sciafila, un caso in cui la maggior complessità è riferita alla formazione di nicchie ecologiche in numero maggiore di quello di ognuna delle fasi serali precedenti, il o che si verifica grazie alla maggiore complessità strutturale del popolamento arboreo.

 

21 - Non è usato, in questo caso, il condizionale, perché ciò non rientra fra le ipotesi dello scrivente : questo è un dato di fatto, come dimostra la stessa presenza della specie in provincia di Brindisi.

 

22 - Nei passaggi ipotizzati si potrebbe intravedere una progressività, quasi secondo un gradiente di differenziazioni più graduali che subitanee, in direzione delle caratteristiche attuali della specie, come risposta ad una sua progressiva "colonizzazione" dei terreni silicei. A causa forse della sua fortissima competitività, alla quale le Sughere non avrebbero avuto la minima possibilità di resistere, il Leccio potrebbe aver determinato un progressivo allontanamento della Sughera dagli ambienti calcarei. Gli individui di Quercus suber inizialmente "confinati" su terreni silicei ( nei quali il Leccio non prospera ) avrebbero volta per volta eliminato o comunque "zittito" i geni alla base dell’eventuale designazione della specie come calciofila, mentre gli esemplari di Sughera azzardatisi a vegetare in terreni calcarei avrebbero trovato nel Leccio un competitore imbattibile ed estremamente aggressivo. La "selezione" si sarebbe pertanto in tal caso manifestata attraverso la soppressione degli individui portatori di determinate caratteristiche ( ved. nota n° 1 ), e, con loro, dell’informazione genetica di cui sarebbero stati l’espressione. Ciò avrebbe impoverito il genoma della specie con criterio selettivo, lasciando lo spazio agli individui provvisti di geni codificanti ben altre informazioni ; tali geni sarebbero in seguito divenuti preponderanti, se non proprio gli unici in grado di esprimersi. Gli individui così "selezionati", trovandosi in ambienti in cui l’iniziale concorrenza intraspecifica era praticamente nulla, vi avrebbero pertanto prosperato ed avrebbero dato il via a "popolazioni" in possesso di esigenze ecologiche ben differenti dalle originarie. Il successivo favore incontrato da questi individui nei nuovi territori, unitamente al costante svantaggio determinato dal Leccio nei territori tipici di questo a sfavore delle sughere nate in possesso delle caratteristiche della calciofilia, avrebbero nel tempo ridotto all’estremo le possibilità di vedere manifestate nella specie "Quercus suber" quelle caratteristiche che interessano oggi, con ogni probabilità, le sole Sughere del Brindisino.

 

23 - A voler essere precisi, ciò non è del tutto vero, dato che esistono dei nuclei isolati di importanza più o meno grande che ben difficilmente si prestano ad avere uno scambio genetico con la restante popolazione di massa ; ciò sarà oggetto di una trattazione più accurata in seguito.

 

24 - Tale collegamento appare, per la verità, più virtuale che reale. L’inevitabile "volano" costituito dalle distanze che separano i vari individui della specie sarebbe infatti, ipoteticamente, in grado di consentire un contatto fra gli estremi in un tempo eccessivamente lungo, nel corso del quale è più che probabile che mortalità insorte in seguito all’inasprirsi di una determinata condizione ambientale, o viceversa una più alta percentuale di sopravvivenza provocata da condizioni favorevoli, determinino significative variazioni a livello locale della frequenza dei singoli geni. In altre parole, il patrimonio genetico a livello regionale verrebbe a costituire delle "sacche" in cui si ravviserebbero dei caratteri in qualche misura differenti dallo standard della specie. Ciò sarebbe più manifesto in individui di specie dotate di poca mobilità ( animali sedentari o piante ), in cui le sole possibilità di "proporre" la rispettiva informazione genetica è legata alla mobilità dei rispettivi propagali ( nel caso della Sughera, essenzialmente al polline, essendo il seme oltremodo pesante e tale da non prestarsi al trasporto su distanze appena superiori a pochi metri ).

 

25 - Per quanto riguarda gli organismi arborei, fatta eccezione per condizioni particolarmente sfavorevoli ed estremamente rare ( ad es. annate estremamente siccitose ) o localizzate ( eruzioni vulcaniche o incendi ), è ben difficile che variazioni ambientali possano risolversi a scapito della sopravvivenza degli individui adulti. Un’eccezione a ciò si ebbe negli anni ’70 ed ’80 dello scorso secolo con i "danni di nuovo tipo" ( ved. anche nota n° 11 ) determinati dall’acidificazione delle acque di pioggia in seguito all’inquinamento, i quali portarono dapprima ad una moria dell’Abete bianco ( fu coniato a tale proposito il termine "Tannersterben", moria dell’Abete ) ed in seguito alla moria generalizzata di molte specie forestali ( "Waldsterben", moria del bosco ). Si trattò comunque di un evento eccezionale, che mai si era manifestato prima di allora e che in seguito, grazie all’innalzamento del pH delle precipitazioni, non si è più verificato. È bene ricordare a tale proposito che un simile evento è dovuto all’opera antropica, e pertanto non rientrerebbe, a rigore, nei fattori "naturali".

 

26 - Una prima netta decurtazione si ha nella presenza di Latifoglie sempreverdi : tutt’altro che frequenti, esse si limitano a poche specie che vivono nel solo piano basale mediterraneo ; un altro fattore di riduzione è nel carattere di "arboreo" : altre specie, quelle tipiche della macchia mediterranea, sono anch’esse sempreverdi, ma solo in pochi casi giungono all’habitus arboreo. Meno che meno, poi, si prestano a costituire "boschi" nel vero senso della parola, in quanto una delle loro specificità si evidenzia nella costituzione di macchie : "macchia bassa", "macchia alta", "macchia foresta", ecc. Cosa rimane quindi ? Sgombrato il campo da specie quercine in possesso di una più o meno spiccata semipersistenza fogliare o, in alcuni rari casi, di un netto permanere di poche foglie ancora verdi per l’intero periodo invernale fino all’emissione delle foglioline del nuovo anno, resta veramente molto poco. Resta l’Olivo ( che non costituisce boschi ), resta la Quercia spinosa ( i cui boschi sono però molto localizzati ), resta il Leccio, resta la Sughera...

 

27 - Sembrerebbe che l’importazione delle Sughere nel territorio dell’attuale provincia di Brindisi sia avvenuta ad opera dei Romani, le cui attività nel corso del II o del I secolo a.C. erano fiorenti nelle località del Brindisino in cui prospera oggi la Sughera. A tale proposito, l’ipotesi più plausibile è per lo scrivente che l’importazione sui avvenuta per mezzo delle ghiande, dalle quali avrebbe tratto origine le prime sugherete brindisine.

 

28 - In alcuni casi le differenze morfologiche si verificano già a livello della prima generazione dei nuovi nati, senza che si siano verificate selezioni in un senso o nell’altro.

 

29 - Un esempio a tale proposito è rappresentato dal Pino nero ; per quanto riguarda la sua complessa posizione sistematica si rimanda all’appendice riportata in alla fine del testo.

 

30 - Una prova di ciò, qualora ne fosse richiesta l’esistenza, è data dalle sperimentazioni condotte allo scopo di verificare l’insussistenza delle teorie lamarkiane ( ma anche darwiniane, per quanto questo sia un aspetto poco noto del pensiero dello studioso inglese ) in merito all’ereditarietà dei caratteri acquisiti : il taglio della coda, effettuato a carico dei topolini per diverse generazioni successive, non portò mai alla nascita di topolini spontaneamente privi di coda !

 

31 - A leggere l’inciso fra parentesi, sorge il dubbio che Darwin volesse annoverare anche la Volpe ( Vulpes vulpes ) fra i capostipiti del Cane domestico - stante magari anche la somiglianza sia morfologica che ... terminologica con i cani della razza dei volpini -. Ora sappiamo che tale possibilità non esiste in alcun modo, in quanto la Volpe appartiene al genere Vulpes e non già al genere Canis, cui appartengono Lupo e Cane domestico, e pertanto non ha la possibilità di dare alla luce prole feconda ibridandosi con essi, per quanto si tratti di animali appartenenti alla medesima famiglia dei Canidi.

 

32 - Nelle sue "Varianti alla sesta edizione" Darwin sostituì all’ultima frase riportata la frase seguente : " Come vedremo fra breve, io non credo che tutte le differenze fra le varie razze di cani siano state prodotte nell’addomesticamento ; io credo che una piccola parte delle differenze sia dovuta al fatto che discendono da specie distinte. Nel caso di razze nettamente definite in altre specie domestiche, si danno indizi, o addirittura prove evidenti, del fatto che tutte le razze sono discese da un unico ceppo selvatico ".

 

33 - In Europa nella zona in cui vive il Canis lupus esiste solo un’altra specie appartenente allo stesso genere, ossia lo Sciacallo dorato, Canis aureus, specie molto localizzata ed i cui rapporti con il Lupo non sono stati peraltro chiariti a sufficienza : non appare infatti chiaro se possa configurarsi come occasionale partner riproduttivo del Lupo, o piuttosto come suo competitore ( se non proprio come preda... ).

 

34 - Nello stesso libro "L’origine delle specie" Darwin afferma di aver potuto constatare la fecondità delle varietà di piccione domestico : quello relativo alla verifica dell’interfecondità era pertanto un campo di osservazioni che l’autore inglese compiva regolarmente. Fu forse proprio ciò che gli fece rettificare l’ardua affermazione delle cinque edizioni precedenti, in cui era giunto a definire "abbastanza probativi, o addirittura notevoli" gli indizi a favore dell’opinione che potessero discendere "da parecchie specie originarie". O forse fu la consapevolezza che la derivazione di tutte le altre specie domestiche, purché divise in "razze ben definite", era riconducibile ad "un unico ceppo selvatico", come lui stesso ebbe a dire.

 

35 - Si prescinde qui da altre caratteristiche che configurano la specie.

 

36 - Rilevo appena, a tale proposito, che l’uccello in questione è l’esempio classico, "da manuale", dell’organismo vivente in un ambiente privo di pericoli naturali, che pertanto non aveva nessun bisogno di rendersi sgradevole ad eventuali predatori ( cfr. par. 5 "Fuga nel tempo, fuga nello spazio" ), i quali assolutamente non esistevano nel suo ambiente.

 

37 - In situazioni di abbondanza alimentare anche il sovraffollamento non determina situazioni di stress, come è ben evidente nelle popolazioni di Gazza ( Pica pica ), la cui consistenza entità numerica si è accresciuta a vista d’occhio negli ultimi anni ; mentre in passato la formazione di piccoli gruppi era classicamente descritta nei periodi precedenti a quello riproduttivo, ora questa specie è spesso visibile in gruppi anche cospicui praticamente in qualsiasi periodo dell’anno.

 

38 - Louis Dollo fu un ingegnere minerario ( 1857 - 1931 ) che propose la seguente enunciazione : "Gli organismi specializzati per evoluzione non possono essere il punto di partenza per organismi privi di tale specializzazione". Sulla base di tale affermazione, sarebbe interessante valutare la posizione dell’Uomo, essere vivente privo di qualsiasi specializzazione.

 

39 - Anche la Cernia ha modificato considerevolmente il proprio comportamento, senza tuttavia cambiare radicalmente abitudini : questo pesce è rimasto una specie di tana, ma, anziché dimostrarsi curioso e fiducioso come nel passato nei confronti dell’uomo immerso, è diventato sempre più elusivo ed irraggiungibile, scegliendo come propria dimora dei rifugi volta per volta più profondi ed inaccessibili. Il comportamento confidente di molte delle giovani Cernie che popolano ancora in un certo numero i bassi fondali mediterranei dimostra che la maggiore diffidenza che oggi caratterizza il comportamento della Cernia non deriva da un apprendimento ricevuto dai consimili, né tanto meno da basi genetiche. Il fatto che non solo nelle Cernie, ma in tutti i Pesci in generale, si riscontri una maggior tendenza alla fuga da parte degli esemplari di grosse dimensioni, parrebbe deporre per una qualche forma di strategia di conservazione che l’animale sviluppa nel corso della sua vita.

 

40 - Va detto che anche nei casi in cui ci si trovi davanti a Saraghi di presumibile provenienza "profonda" – riconoscibili per le loro attitudini meno diffidenti, presentando, rispetto ai Saraghi "stanziali", una maggiore disponibilità a lasciarsi avvicinare dall’uomo immerso -, si vede come anche questi siano poco inclini ad cercare rifugio in tana. Il carattere "tanaiolo" del Sarago parrebbe pertanto essere strettamente genetico, e per nulla legato a "tradizioni" o "modelli culturali" del popolamento cui tali Saraghi appartengono. Non ci sarebbe infatti alcun motivo per cui tali esemplari, i quali così poco timore hanno dell’uomo - che magari non hanno neanche mai visto -, possano aver elaborato una così ingegnosa e radicale strategia di conservazione. Tutto sembrerebbe deporre invece a favore di una progressiva eliminazione dei Saraghi con indole "tanaiola" da interi tratti di costa e di mare, con conseguente eliminazione, da interi settori del loro ambiente liquido, del patrimonio genetico che sarebbe alla base di tale comportamento. Tali Saraghi potrebbero infatti derivare da popolazioni locali che per un motivo o per un altro avrebbero scelto di inabissarsi ( la loro riproduzione avviene infatti a limitate profondità ), per cui la loro componente genetica potrebbe essere rappresentativa di quella dei Saraghi "di superficie".

 

41 - Ovviamente, tale popolamento sarà teatro di una fortissima selezione, che inizierà immediatamente dopo il suo insediamento e si faràpiùrigorosaall’aumentaredell’etàedelledimensioniraggiuntedagli alberelli di Pino, fino a portare in pochi annialla drastica riduzione del numero di individui vegetanti sull’unitàdi superficie, che saranno ricondotti entro ambiti più consoni alla specie ; nel caso del Pino marittimo,la densità massima verificabile in popolamenti dell’altezza di 2 metri corrisponde a 20.000-30.000 pianteper ettaro che, estremamente esili e filate, riducono lentamente e progressivamente il loro numero finché un inevitabile vento meteorico, come un forte vento o una cospicua nevicata, ne riducebruscamenteilnumeroa 500-600 per ettaro irregolarmente distribuite.

 

42- Non di dimentichi che si tratta di un errore nella replicazione del DNA, un errore che permette la manifestazione di caratteri nuovi, ma pur sempre un errore, che cometalehaben poche probabilità di portare a risultati favorevolinella straordinaria complessità degli esseri viventi ( gli esempi relativi a mutazioni accertate d’altra parte lo dimostrano molto bene ). Lesostanze che si rivelano avere effetti mutageni sono annoverate fra quelle considerate tossico-nocive ed assoggettatead una normativa che prevede sanzioni penali molto severe, in casodi trasgressione, in ogni fase del loro processo produttivo, utilizzo e smaltimento.

 

43- Per lungo tempo si è pensato che le mutazioni fossero alla base di un ipotizzato aumentodi resistenzadelle popolazioni microbiche agli antibiotici, ma ciò sembrerebbe sconfessato dal ritrovamento nel ghiaccio di cadaveri di marinai,morti nel secolo scorso, l’analisi dei cui tessuti ha permesso di rilevare nel loro sangue la presenza di ceppi batterici resistenti agli antibioticidell’ultima generazione. In questo caso, pertanto, la resistenza ditali microrganismi sembrerebbe l’espressione di caratteri già insiti nel loro patrimoniogenetico, piuttosto che l’inaspettata "creazione" di nuovi geni in grado dideterminare caratteristiche idonee in organismi "sotto attacco" da parte di sostanze deltutto incompatibili con la loro stessa esistenza !

 

44 - A tale proposito si rileva come in alcuni casi i due organismi siano citati come specie distinte, indicate con il nome scientifico di Mustela putorius la Puzzola e come Mustela furo il Furetto ; in altri casi il Furetto viene indicato con il nome di Mustela putorius furo, ossia come sottospecie della Puzzola.

 

Documents liés
  BIPEDIA 26-5 : ALL’OMBRA DELLE SUGHERE
PDF - 1.5 Mo
 

Répondre à cet article


Envoyer l'article à un ami
Destinataire  :
(entrez l'email du destinataire)

De la part de 
(entrez votre nom)

(entrez votre email)


afficher une version imprimable de cet article Imprimer l'article
générer une version PDF de cet article Article au format PDF

DANS LA MEME RUBRIQUE :
-STRANI TAXA DI TERRA D’OTRANTO
-La théorie de la Bipédie Initiale : avancées récentes et perspectives.
-Révélations sur le manuscrit de Voynich
-Nain Homo alaouite
-Das sogenannte Voynich-Manuskript
-Hybridation, spéciation, et évolution parallèle chez les carabes


Précédent Haut de page Suivant
 
Copyright CERBI © 1998-2013 All rights reserved François de Sarre
Site officiel : http://perso.wanadoo.fr/initial.bipedalism/,
Site miroir : http://cerbi.ldi5.com
 admin  -  webmaster  -