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BIPEDIA N° 26-7
STRANI TAXA DI TERRA D’OTRANTO
DI SANDRO D’ALESSANDRO

mardi 26 août 2008


I N D I C E

Parte I

A) - Esseri viventi in grado di giungere alle sponde opposte dell’Adriatico : la Foca monaca ( Monachus monachus )

B) - Esseri viventi non in grado di giungere sulle sponde opposte dell’Adriatico

1. L’attraversamento dell’Adriatico

2. Il ponte di collegamento

3. Il raggiungimento della sponda opposta per diffusione “circumadriatica” lungo le terre emerse

La Testuggine comune ( Testudo hermanni )

Il mito di Taras : come una terra si collega ad un’altra

Leucasia, la Sirena del Capo di Leuca

 

Parte II

ESSERI VIVENTI “D’IMPORTAZIONE” - Gli antichi “Popoli del Mare” e gli organismi alloctoni del Salento : tracce di un’importazione sconosciuta

Il Fragno ( Quercus macedonica Webb. )

La Vallonea ( Quercus macrolepis kotschyi )

Il Camaleonte ( Chamaeleon chamaeleon, Ch. spp. )

Il Geco di Kotschy ( Cyrtodactylus kotschyi )

La Cynips tintoria e la Quercus infectoria

 

Parte III

ESSERI VIVENTI “D’ESPORTAZIONE” - il ruolo degli antichi Romani nella distribuzione attuale di alcune specie

La Sughera ( Quercus suber )

 

BIBLIOGRAFIA

 


 

STRANI TAXA DI TERRA D’OTRANTO

Ai miei Genitori

 

“ Il vero, identico al divino, non si lascia mai conoscere da noi direttamente :
lo scorgiamo nel riflesso, nell’esempio, nel simbolo
 ”

W. GOETHE, - Saggio di meteorologia )

Le foto, quando non diversamente specificato, sono dell’autore.

 

 

P A R T E I

 

 Nel territorio noto sotto il nome di Terra d’Otranto, nell’estrema porzione orientale d’Italia, esistono alcuni esseri viventi la cui presenza sembra prestarsi ad essere spiegata solo con la storia passata del territorio.

 

Fig. n°1 - La Terra d’Otranto in un’antica rappresentazione ( da www.otrantopoint.com )

 

 Molte sono state infatti le vicende storiche che hanno collegato questa terra all’Oriente più che all’Occidente, con alterne fasi di immigrazione, emigrazione, dominazione, e con queste di esportazione e, soprattutto, di importazione....
 Tutto ciò ha portato a plasmare in maniera esclusiva l’ambiente biologico di questa terra, facendo di essa un panorama unico in tutto il territorio nazionale, caratterizzata com’è da specie altrimenti assenti in qualsiasi parte d’Italia e dell’Europa centro-occidentale.
 Per la precisione, il territorio che un tempo veniva chiamato “Terra d’Otranto”, dal nome della cittadina più orientale d’Italia, comprendeva le province di Lecce, di Brindisi, Taranto e, fino al 1835, quella di Matera. È particolare il fatto che tuttora proprio in queste province sia possibile rilevare alcune peculiarità che a livello di specie ne differenziano significativamente gli ambienti e li caratterizzano in maniera peculiare rispetto a tutto il territorio nazionale.
 Per quanto poco noto dal senso comune, la componente faunistica e floristica di questo territorio si presenta infatti, in termini di endemismi, tuttora sorprendentemente omogenea.
 A tale proposito va detto che, con poche eccezioni, tali organismi sono costituiti significativamente da piante e da animali che trovano nel territorio di Terra d’Otranto l’estremo limite occidentale della loro distribuzione, provenendo dai territori greci ed albanesi del Mediterraneo orientale.
 Una sparuta parte di organismi trova invece in Terra d’Otranto l’estremo limite occidentale della sua distribuzione.

 

Foto n° 1 - il faro del Capo d’Otranto, estremo lembo orientale d’Italia, in una foto di alcuni anni fa.

 

 Questa particolare collocazione geografica ha fatto sì che questo territorio sia caratterizzato da elementi faunistici e floristici tipici sia dell’Europa Occidentale che dell’Europa orientale. Non esiste terra in nessun’altra parte del mondo in cui si verifichi una tale composizione specifica, che fa del Salento un avamposto di flora e fauna di provenienza orientale che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo.
 In conseguenza di una tale combinazione di forme viventi il Salento è configurabile come una terra estremamente complessa, a dispetto dell’antropizzazione che da lunga data ha interessato questo territorio ben più di altri in Italia.

A ) Esseri viventi in grado di giungere alle sponde opposte dell’adriatico : la Foca monaca ( Monachus monachus )

 Proprio grazie alla sua caratteristica collocazione geografica, ovviamente, la Terra d‘Otranto è partecipe della distribuzione di quegli organismi in grado di raggiungerne i territori con i propri mezzi di spostamento. È questa un’osservazione talmente scontata che potrebbe sembrare superflua ; tuttavia sarà il caso forse di esaminarla, sia pure con un solo un esempio, al fine di dare la sua giusta collocazione all’ipotesi di un raggiungimento “autonomo” della Terra d’Otranto, esaminando le potenzialità che un organismo ha e che possono ovviamente non essere pari a quelle di altri organismi meno idonei al superamento di ampie distanza in ambiente marino.
 A tale proposito, sono ovviamente privilegiati gli animali marini capaci di superare grandi distanze, essendo essi organismi che non hanno barriere di sorta nel giungere a siti favorevoli, a patto ovviamente che la loro biologia li renda idonei ad attraversare anche i tratti di mare a caratterizzati da una profonda batimetria oltre che da notevoli distanze dalla costa.

 


Fig. 2 - Areale attuale della Foca monaca
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/1a/Monachus_monachus_distribution.png

 

 Così, un animale che ha interessato il Salento nel recente passato e che ancora continua in maniera sporadica ad interessarlo, è senza dubbio la Foca monaca ( Monachus monachus ), un Pinnipede che viveva in passato lungo le nostre coste e che, di tanto in tanto, sembra essere tuttora avvistato. Dalla cartina di distribuzione della specie a livello mediterraneo si vede come esso sia presente qua e là nel Mediterraneo, con un centro di diffusione principale nel Mediterraneo Orientale, non troppo distante dalla Puglia meridionale, in un territorio la cui collocazione geografica gli permette di superare senza troppe difficoltà la distanza che lo separa dalle nostre coste.

 

Foto n° 2 - Salento, cavità carsica. La cavità si prolunga in uno stretto cunicolo a gomito e si amplia dopo alcuni metri in una vasta stanza sotterranea parzialmente sommersa provvista di fondo sabbioso che degrada e permette la presenza di una spiaggia sotterranea. E’ in formazioni come questa, che sono tutt’altro che rare in Terra d’Otranto, che la Foca monaca trovava rifugio.

 

 La caratterizzazione geolitologica del Salento, a natura schiettamente calcarea, determina la presenza di grotte in toto o in parte sommerse, nelle quali l’animale era pronto a trovare rifugio in caso di pericolo. La necessità di rifugiarsi sempre più frequentemente in grotte è stata una concausa che ha provocato la scomparsa dell’animale dai tratti costieri salentini sempre più antropizzati : il maggior disturbo arrecato dall’uomo ha determinato un rifugio sempre più frequente, da parte dell’animale, all’interno di tali anfratti ed una sempre maggiore necessità di ricorrere alla protezione da essi offerta nel corso del periodo riproduttivo.  La conseguenza è stata che i piccoli nati nell’ultimo periodo, obbligati a vedere la luce in spazi oscuri, non sono stati in grado di fissare adeguatamente il calcio, con conseguente deperimento della popolazione che, quando non veniva sterminata, era soggetta a rachitismo, il che ne rendeva evidentemente molto difficile la sopravvivenza.

 


Fig. 3 - Foca monaca ( Monachus monachus )
http://nature.ca/notebooks/english/medmonk.htm

 

 Il significativo resoconto che segue si riferisce all’avvistamento - seguito, neanche a dirlo, dall’uccisione - di un individuo di grandi dimensioni avvenuto in prossimità del porto di Brindisi nel 1905. Il libro da cui è tratto è “Esclusi dall’Arca - animali estinti e in via d’estinzione” di Fulco Pratesi edito da Arnoldo Mondatori nel 1978.

<< Brindisi, 30 settembre 1905. ieri, fuori il porto esterno, due pescatori si accorsero che un formidabile pesce tentava con salti di guadagnare la terra. Ma sia pel continuo sbattere contro i sassi che per lo stato in cui si trovava l’animale, dopo un’ora cominciò a perdere lena. Fu allora che i due marinai, procuratisi un’accetta ed un piccone gli furono addosso e poterono ammazzare una grandissima foca marina lunga 2 metri e pesante oltre 250 chili ( ! ). legatala ad una corda la trascinarono in porto e, squartatala, si rinvenne nel ventre un figlio che avrebbe dovuto vedere la luce. Madre e figlio sono esposti in una baracca. >>

 Il resoconto si riferisce ad una situazione comune, in cui l’uomo si poneva evidentemente come uccisore dei malcapitati esseri viventi meno comuni che dopo essere stati avvistati venivano puntualmente uccisi, sia che da ciò derivasse un qualsiasi guadagno in qualsiasi termine - commerciale o alimentare -, sia che da ciò non derivasse alcun guadagno. Era un periodo in cui l’animale era per così dire “terra di nessuno”, res nullius che diventava automaticamente di proprietà di chi lo uccidesse. Al giorno d’oggi queste cose non si verificano più, almeno sulla carta, in quanto ci sono trattati, leggi e convenzioni che tutelano ai massimi livelli molte forme di vita. Almeno sulla carta.

 

Foto 3 - Carcassa di un mammifero marino in avanzato stato di decomposizione, molto probabilmente una Foca monaca ( più difficilmente un Cetaceo ), fotografata dall’autore lungo la spiaggia di Frigole, in provincia di Lecce, nel 1986.

 

 

 L’esempio della Foca monaca rende conto di come organismi marini - per lo più di grandi dimensioni - in grado di muoversi senza problemi nel loro ambiente per svariate decine di chilometri, possano giungere autonomamente nei territori salentini. Appartengono a questa categoria di organismi viventi sia Pesci, che Mammiferi marini, che Rettili, oltre che, ovviamente, Uccelli. Per tali animali non si rende evidentemente necessaria alcuna teoria che ne giustifichi la presenza sia sulle coste adriatiche orientali che su quelle adriatiche occidentali : la loro capacità di movimento, in quanto notoriamente riconosciuta nell’animale, non richiede ovviamente alcuna spiegazione alternativa.
 Non sempre, però, le cose sono andate così. Le possibilità di attraversare autonomamente lunghe distanze non possono infatti in alcun modo essere invocate quando si tratta di rendere conto della distribuzione di altri organismi non solo animali ma anche vegetali.
 E gli organismi appartenenti sia all’una che all’altra categoria sopra accennata non mancano davvero, se si esamina il carteggio di specie comuni all’uno ed all’altro versante dell’Adriatico !

 

 

Foto n° 4 - La cosiddetta “Grotta delle Monache” ; in tale grotta sarebbe stata avvistata in passato una o più Foche monache che avrebbero dato origine, oltre che al nome della grotta, anche a quello della località in cui la grotta è ubicata, chiamata “Torre dell’Orso” per la presenza di un “Orso marino” che sarebbe stato avvistato in passato.

 

  

B) - Esseri viventi non in grado di giungere sulle sponde opposte dell’Adriatico

 Nell’esempio prima considerato della Foca monaca si ha a che fare con un animale, con un essere vivente, cioè, capace di movimento proprio ; tuttavia, se si escludono le propensioni, le caratteristiche e le possibilità che possono rendere alcune specie in grado di attraversare spazi marini, la semplice appartenenza al regno animale non basta di per sé a rendere un organismo in grado di superare distanze rilevanti attraverso il mare Adriatico.
 Esistono infatti, come si vedrà nei casi che saranno esaminati in seguito, animali non legati in alcun modo all’ambiente marino e meno che meno in grado di attraversare l’Adriatico, che pure popolano le opposte sponde di questo mare.
 A maggior ragione non lo sono le specie arboree, che comprendono proprio quelle in possesso di seme eccezionalmente grande ( le ghiande prodotte dalle Querce ), che non si presta pertanto in alcun modo ad attraversare il Mare Adriatico per trasporto passivo legato a fattori meteorologici, a trasporto ad opera di animali, ecc. Fra queste, la Quercia in possesso della ghianda di maggiori dimensioni a livello mondiale : la Vallonea.
 Come hanno potuto tali organismi, di sicuro non legati all’ambiente acquatico e meno che meno a quello schiettamente marino, giungere sulle coste salentine a partire dalla Grecia ?
 Si rende pertanto necessaria una spiegazione che consenta di giustificarne validamente la presenza su entrambe le sponde adriatiche.

  

1. L’attraversamento dell’Adriatico

 Essendo gli animali degli organismi viventi in grado di diffondersi in nuovi territori, è ovvio che i primi fattori da considerare, al fine di valutare la loro possibilità di un attraversamento autonomo del mare Adriatico, siano quelli legati alle loro capacità di espansione. Tali capacità, che vanno sempre vagliate a seconda di ogni singola specie, limitano comunque l’attraversamento della barriera adriatica a poche Famiglie : Pesci, Uccelli, Mammiferi marini, Rettili marini, Insetti volatori.
 La possibilità di un attraversamento fortuito legato alla presenza di oggetti galleggianti appare quanto mai remota, perché la distanza da superare è notevole. Si verifica inoltre, a livello di erpetofauna, un’interessante differenziazione che delimita nettamente le specie dell’una e dell’altra costa ( ved. tabella n° 1 ), la cui evidenza permette di sfrondare il campo da ipotesi non veritiere.
 Per le piante il discorso è ovviamente diverso : venendo, come si è detto, a mancare qualsiasi possibilità di trasporto attivo che consenta loro il superamento della “barriera adriatica”, si rende necessaria la formulazione di una qualsiasi ipotesi che ne giustifichi il trasporto passivo : capacità di disseminazione a distanza come possibilità legata a fattori naturali esterni all’organismo, possibilità di trasporto involontario dovuto ad animali sulla cui peluria o sul cui piumaggio potrebbero essersi attaccati dei semi, ecc.
 Evidentemente, nessuna di tali possibilità è percorribile, in quanto la pur esigua distanza fra le coste opposte non permette ad un meccanismo come uno di quelli sopra descritti di trasportare gli esseri viventi sopra accennati ( le Querce ) o i loro semi lungo un percorso così lungo come quello che sarebbe necessario per attraversare il mare Adriatico.  Si rendono pertanto necessarie spiegazioni alternative che contemplino altre possibilità.

  

2. Il ponte di collegamento

 A questo punto si richiede di considerare e di ammettere l’esistenza passata di condizioni, diverse da quelle attuali, le quali possano aver permesso una tale “emigrazione”. In altri termini, se le specie non sono in grado, né con i loro mezzi peculiari, né per opera di altri organismi, di superare una barriera ecologica ( in questo caso il Mare Adriatico ), la loro presenza sull’uno e sull’altro versante della barriera stessa deve necessariamente spiegarsi con.... un’assenza della barriera. E con l’ipotesi che, sebbene al giorno d’oggi tale barriera sia ben presente e visibile, essa potrebbe non essere esistita in passato.
 È questo un altro filone di ipotesi tese a giustificare la presenza di tali specie su entrambi i versanti del Mare Adriatico : la “migrazione” dei continenti, che nel suo progressivo incedere avrebbe col tempo separato con distanze incolmabili quelle che un tempo potevano essere forse facilmente percorribili dagli organismi, che restano oggi a testimoniare con la loro stessa esistenza la presenza di un collegamento esistente in passato.
 Secondo tale teoria, che prende in prestito i dinamismi acquisiti dalla teoria wegeneriana della deriva dei continenti, in passato i territori salentini e quelli delle corrispondenti regioni greche ed albanesi avrebbero costituito un continuum di terre emerse, la cosiddetta Adriatide, che avrebbe reso possibile l’attraversamento di spazi un tempo emersi che sarebbero in seguito stati interessati dalle profondità del mare Adriatico.
 A questa ipotesi sorge un primo dubbio relativo ai tempi necessari al verificarsi di un tale spostamento, tempi che, essendo dell’ordine dei tempi geologici - ben più lunghi dei tempi normalmente assegnati all’evoluzione biologica - sembrerebbero mal accordarsi con la relativa omogeneità delle popolazioni sia animali che vegetali viventi su entrambe le opposte sponde adriatiche.
 Per definire la differenziazione avvenuta a livello dei singoli organismi sono infatti di norma invocati periodi di tempo ben minori del periodo che sarebbe stato necessario a determinare un tale allontanamento delle coste adriatiche.
 Sì, sarebbe stato necessario.... Perché in realtà tale allontanamento non c’è mai stato ! Secondo la teoria della tettonica a zolle, infatti, ad essere in corso non è un processo di progressivo allontanamento della Puglia dalla Grecia - il che dovrebbe portare ad un allargamento del Mare Adriatico -, bensì il processo opposto, ossia quello progressivo avvicinamento - il che porterà invece, alla lunga, alla scomparsa dello stesso mare - !

 

Fig. 4 - I movimenti delle placche accertati dalla geodinamica

 

 Di fatto, i territori delle attuali Puglia e Grecia non sono mai stati mai uniti, se non ai tempi della Pangea, ossia del blocco unico di terre emerse ( circa 180 - 200 milioni di anni fa ).
 È evidente che un tale arco temporale non si accorda con la presenza nei due territori di alcune delle specie considerate, tanto più che 200 milioni di anni fa, secondo la cronologia universalmente riconosciuta nella comparsa degli esseri viventi, tali specie non esistevano ancora !
 A ciò si aggiunge una serie di rilievi di carattere distributivo relativi agli areali di diffusione di quelli che, fra gli organismi animali, appaiono meno di tutti in grado di attraversare il mare dell’Adriatico : i Rettili e gli Anfibi.
 La distribuzione di tali Classi di fauna potrebbe essere, stante la ridotta mobilità che ne contraddistingue in maniera quasi esclusiva le specie, un indice di eccezionale rilevanza per determinare la storia passata di blocchi geologici. Nessuna Classe di organismi del Regno animale comprende individui così legati alla terra, non potendovisi allontanare neanche di poco nel corso dei loro movimenti ( con l’eccezione delle specie arboricole, che rientrano appieno nella casistica sopra riportata per quanto riguarda le loro possibilità di attraversare il Mare Adriatico, e delle specie marine come i Cheloni dei generi Caretta, Chelonia e Dermochelys, che non sono qui riportati e che si presterebbero ad essere collocati fra le specie in grado di raggiungere autonomamente le sponde opposte dell’Adriatico, a pieno titolo insieme alla Foca monaca ).
 Nessuno dei Rettili e degli Anfibi è capace di volare, nessuno è in grado di raggiungere notevoli velocità e di mantenerle per molto tempo, nessuno ( con l’eccezione delle specie marine che non rientrano, perché non significative, nei casi contemplati in questa trattazione ) presenta quella tendenza alla migrazione che caratterizza in ambiente terrestre gli Uccelli ed i Mammiferi. Nessun Rettile o Anfibio non schiettamente marino, in altre parole, si presta ad essere collocato fra gli organismi in possesso di spiccata mobilità, e ciò sia per motivazioni che dipendono dalla sua etologia ( nessuna di tali specie effettua migrazioni di ampia portata ), che per le possibilità offerte dalle caratteristiche della specie di appartenenza ( le loro caratteristiche anatomico-fisiologiche non li rendono, a differenza di altri animali appartenenti ad altre Classi, in grado di superare grandi distanze in breve tempo ).
 Le classi dei Rettili e degli Anfibi, sono pertanto quelle che più di qualsiasi altra sembrano prestarsi a testimoniare la storia passata di un isolamento, di un collegamento, di una barriera ecologica o di una discontinuità di qualsiasi tipo fra terre emerse.
 Come si vede nelle tabelle sotto riportate, esiste un’importante discontinuità a livello di specie di erpetofauna ( sia Rettili che Anfibi ) ad est e ad ovest del mare Adriatico.
 La prima tabella si riferisce alla distribuzione delle specie di Rane verdi nei due settori di seguito indicati con a) e b). Per queste specie sono considerati solo i due gruppi di seguito meglio specofocati, la cui linea di demarcazione è costituita appunto dal Mare Adriatico :

 

 Rane verdi

Europa Occidentale - Europa Nord-Orientale Balcani ed Europa Sud-Orientale
   
Rana perezi Rana shqiperica
Rana kl. grafi Rana epeirotica
Rana bergeri * Rana balcanica
Rana kl. Ispanica * Rana cerigensis
Rana catesbeiana * Rana cretensis
Rana ridibunda * Rana bedriagae
Rana lessonae * Rana ridibunda *
Rana kl. esculenta * Rana lessonae *
  Rana kl. esculenta *

Tab. 1 - Distribuzione delle specie del genere Rana ad ovest e ad est del Mare Adriatico. Le specie con carattere in grassetto sono esclusive del settore geografico in cui sono elencate, quelle asteriscate vivono in Italia ma non necessariamente in Terra d’Otranto ( da A. ROMANO, op. cit., modif. ).

 La tabella che segue si riferisce invece alla distribuzione delle lucertole brune nei territori situati ad ovest e ad est del Mare Adriatico. Nel caso delle Lucertole brune la demarcazione non è esclusiva come nel caso precedente, in quanto, oltre a quelli considerati, si distinguono ulteriori due settori ( Penisola Iberica, Baleari, Pirenei e Europa Settentrionale, Occidentale, Centrale ) ; si rileva tuttavia in ogni caso la presenza di una forte discontinuità a livello specifico fra le specie viventi ad Ovest e ad est del Mare Adriatico.

 Lucertole brune

 Italia, Corsica ed Isole Maltesi  Balcani ed Europa Sud-Orientale
   
 Archaeolacerta bedriagae  Lacerta mosorensis
 Podarcis tiliquerta  Lacerta oxycephala
 Podarcis wagleriana  Lacerta praticola
 Podarcis raffonei  Podarcis taurica
 Podarcis filfolensis  Lacerta graeca
 Lacerta horvathi  Podarcis peloponnesiaca
 Zootaca vivipara  Podarcis erhardii
 Podarcis muralis  Podarcis milensis
 Podarcis sicula  Podarcis gaigeae
 Podarcis melisellensis  Lacerta saxicola
   Lacerta anatolica
   Zootaca vivipara *
   Podarcis muralis *
   Lacerta horvathi *
   Podarcis melisellensis *
   Podarcis sicula *

Tab. 2 - Distribuzione delle Lucertole brune ovest e ad est del Mare Adriatico. Le specie con carattere in grassetto sono esclusive del settore geografico in cui sono elencate, quelle con carattere normale vivono in entrambe le zone ; quelle asteriscate vivono in Italia ma non necessariamente in Terra d’Otranto. ( da A. ROMANO, op. cit., modif. ).

 La seguente tabella indica le specie di Colubridi viventi ad ovest e ad est del Mare Adriatico. Nel caso dei Colubridi la demarcazione è basata sulla sola presenza del Mare Adriatico, non esistendo, come già visto per le Rane, ulteriori zone di distribuzione dei Colubridi oltre a quelle indicate nella tabella sotto riportata.

Colubridi

 Europa Occidentale - Europa Nord-Orientale  Balcani ed Europa Sud-Orientale
   
 Hemorrhois algirus  Platyceps najadum
 Hemorrhois hippocrepis  Platyceps collaris
 Elaphe lineata  Hierophis caspius
 Elaphe scalaris  Coluber nummifer
 Natrix maura  Eirenis modestus
 Coronella girondica  Malpolon mospessulanus
 Macroprotodon cucullatus  Hierophis viridiflavus
 Malpolon mospessulanus  Hierophis gemonensis
 Natrix natrix  Elaphe situla
 Natrix tessellata  Elaphe quatuorlineata
 Coronella austriaca  Elaphe longissima
 Telescopus fallax  Natrix natrix
 Hierophis viridiflavus  Natrix tessellata
 Hierophis gemonensis  Coronella austriaca
 Elaphe situla  Telescopus fallax
 Elaphe longissima  
 Elaphe quatuorlineata  

Tab. 3 - Distribuzione dei Colubridi ad ovest e ad est del Mare Adriatico. Le specie con carattere in grassetto sono esclusive del settore geografico in cui sono elencate ( da A. ROMANO, op. cit., modif. ).

 Le tabelle precedenti sono esplicative riguardo alla diffusione dell’erpetofauna nei territori che confinano con una e con l’altra sponda del Mare Mediterraneo, ma non fanno nessuna distinzione fra territori interni e territori immediatamente prospicienti il Mare Adriatico, e tanto meno in maniera specifica della Terra d’Otranto. In questa regione dell’Italia sudorientale non esistono infatti molte delle specie precedentemente elencate.
 Nella tabella che segue, desunta dai dati cartografici relativi agli areali allegati nel libro “Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa” ( op. cit. ), si vede come esista una separazione netta fra Sauri ed Ofidi viventi in Terra d’Otranto e nei territori greci ed albanesi alla stessa latitudine.

 SPECIE  FAMIGLIA  VERSANTE
 Nome scientifico  S = Sauri
O = Ofidi
 Italia  Grecia o
Albania
 Tarantola mauritanica  S  X  
 Hemydactylus turcicus  S  X  X
 Agama stellio  S    X
 Chamaeleo chamaeleon  S  X  X
 Algyroides nigropunctatus  S    X
 Ophisops elegans  S    X
 Lacerta viridis  S  X  X
 Lacerta trilineata  S    X
 Podarcis muralis  S  X  X
 Podarcis sicula  S  X  
 Lacerta greca  S    X
 Podarcis taurica  S    X
 Podarcis erhardii  S    X
 Podarcis peloponnesiaca  S    X
 Podarcis milensis  S    X
 Anguis fragilis  S  X  X
 Ophisaurus apodus  S    X
 Ablepharus kitaibelli  S    X
 Chalcides ocellatus  S    X
 Chalcides chalcides  S  X  
 Ophiomorus punctatissimus  S    X
 Typhlops vermicularis  O    X
 Eryx jaculus  O    X
 Malpolon monspessulanus  O    X
 Coluber najadum  O    X
 Coluber viridiflavus  O  X  
 Coluber gemonensis  O    X
 Coluber jugularis  O    X
 Elaphe situla  O  X  X
 Elaphe quatuorlineata  O  X  X
 Elaphe longissima  O  X  X
 Natrix natrix  O  X  X
 Natrix tassellata  O  X  X
 Coronella austriaca  O  X  X
 Coronella girondica  O  X  X
 Telescopus fallax  O    X
 Vipera aspis  O  X  
 Vipera ammodytes  O    X

Tab. n° 4 : distribuzioni delle specie di Ofidi e di Sauri sulle terre adriatiche dell’Ovest e dell’Est. Tali distribuzioni sono state desunte dalla cartografia allegata al libro “Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa, modif., op. cit. ; per quanto riguarda la diffusione in Salento di Elaphe longissima, Natrix tassellata e Coronella girondica, la presenza di tali specie, benché riportata negli areali sopra indicati, non è riconosciuta nella zona ( in cui peraltro si ammette oggi la presenza di un Ofide affine all’Elaphe longissima : l’Elaphe lineata o Saettone occhirossi, non riportato nella cartografia considerata al fine della realizzazione della tabella ). Viceversa, la presenza del Camaleonte non è indicata per il Salento ( da “Cyrtodactylus kotschyi - il piccolo Geco dei muretti a secco” - pubblicato su Criptozoo - http://www.criptozoo.com/absolutenm/templates/ominologiatemplate.asp ?articleid=193&zoneid=16 ), modif..

 Appare chiaro che, se un tempo vi fosse stata una continuità di terre emerse fra le attuali sponde dell’Adriatico, le differenze sarebbero ridotte al minimo anziché essere evidenti a tal punto.
 Non solo : all’evidente differenziazione a livello di specie si aggiunge una altrettanto evidente differenziazione a livello di nicchie ecologiche, differenziazione che si rileva in vicarianze a livello di genere, di specie ed anche di entità sottospecifiche, come è riportato nella tabella che segue.

 Italia  Grecia  Note
Coluber ( Hierophis ) viridiflavus subsp. carbonarius Malpolon monspessulanus Rispettivamente Biacco, presente in Puglia nella sua sottospecie melanica, e Colubro lacertino : si tratta di specie diverse di Ofidi che appartengono a generi diversi, ma che occupano nicchie ecologiche simili se non identiche, essendo entrambe caratterizzate da spiccate attitudini alla predazione di altri Rettili ( Sauri ed ofidi ), oltre che da una spiccata mordacità.
Emys orbicularis Mauremys caspica Tartaruga palustre europea, Clemmide : specie diverse appartenenti a generi diversi che occupano la medesima nicchia ecologica.
Vipera aspis Vipera ammodytes Vipera comune, Vipera dal corno : specie diverse appartenenti allo stesso genere. Costituiscono gli unici Ofidi velenosi solenoglifi ( ossia con denti veleniferi in posizione avanzata ) presenti nelle regioni che si affacciano sui due versanti adriatici considerati.
Testudo hermanni subsp. hermanni Testudo hermanni subsp. boettgeri Testuggine comune : sottospecie diverse, caratterizzate da differenze quantitative a livello di conformazione e colorazione : habitat, etologia ed esigenze ecologiche delle due sottospecie sono identici, se si esclude una maggiore montuosità dei territori ellenico-balcanici.

Tab. n° 5 - Rettili affini presenti sui versanti greco e pugliese dell’Adriatico : vicarianze ( da “Oriundi d’Oriente”, modif. - Silvae http://www2.corpoforestale.it/web/guest/areastampa/rivistasilvae/anno3num8

 

Foto n° 5 - Tartaruga palustre europea ( Emys orbicularis )

 

 Anche la possibilità che una o più delle glaciazioni alle quali è stata soggetta l’Europa nel corso del Quaternario abbia provocato, con la glaciazione delle acque, un abbassamento delle acque dell’Adriatico tale da consentire il passaggio di specie prettamente terrestri dall’una all’altra sponda, è improbabile, in quanto si valuta che un tale abbassamento sia stato relativo a circa 200 metri, mentre la profondità raggiunta dall’Adriatico al largo del Salento supera i 1000 !

 Nell’ultimo dei casi riportati nella tabella n° 2, si vede come anche organismi appartenenti ad una medesima specie possano presentare differenze degne di nota, come è il caso della Testuggine comune ( Testudo hermanni ), rappresentata sui due diversi versanti italiano e greco rispettivamente dalla sottospecie hermanni e dalla sottospecie boettgeri.
 Proprio il caso della Testudo hermanni, in quanto una delle poche specie di Rettili presenti su entrambe le coste, è a tale proposito emblematico.
 Non si verifica infatti fra le entità occidentali e quelle orientali un’eguaglianza assoluta, ma una serie di differenziazioni dovute a quei processi microevolutivi che si verificano a livello di popolazioni isolate e che consistono, nel caso in esame, in differenze nelle colorazioni del piastrone ventrale, nella conformazione delle placche, ecc.
 Ora, per questa specie si realizza tuttora quasi completamente ( fatto salvo un settore di discontinuità nella zona più interessata dalle attività umane, venutosi a determinare probabilmente in epoca storica, che va dalla provincia di Trieste a quella di Pescara ) una situazione di “continuum distributivo” lungo le coste adriatiche : la Testudo hermanni vive infatti lungo le coste e, per quanto riguarda la zona balcanica, anche in tutte le zone interne ( ved. Fig. 6 ), in settori in corrispondenza dei quali essa evidenzia differenziazioni a livello sottospecifico.
 La distribuzione della Testudo hermanni ad ovest delle sponde dell’Adriatico orientale non si limita infatti alla sola Terra d’Otranto, ma interessa gran parte delle coste italiane sia adriatiche che tirreniche, facendone fra le specie considerate un caso a parte che sarà esaminato più dettagliatamente più avanti.

 

Fig. 5 - Carta dei fondali marini mediterranei : come si vede, fra il Salento e le coste greche e albanesi si stende una profonda depressione ; in essa, le profondità marine superano i 1000 metri. L’abbassamento delle acque dell’Adriatico nel corso delle glaciazioni ha provocato il ritiro del mare in corrispondenza della sua porzione più settentrionale, determinando l’emersione del fondo là dove la profondità non era rilevante, ma sicuramente ciò non ha provocato l’emersione del fondo marino fra le coste salentine e le corrispondenti coste greco-albanesi.

 

  

3. Il raggiungimento della sponda opposta per diffusione “circumadriatica” lungo le terre emerse

 Alla luce di tale dato di fatto, è forse possibile ipotizzare una serie di mutamenti di altro tipo, ossia non più geologico ma climatico e distributivo, per giustificare in termini naturali la distribuzione “greco-otrantina” e sfrondare il campo da ulteriori supposizioni fantasiose.
 Si potrebbe forse ritornare ad una delle ipotesi precedentemente fatte, ossia alla possibilità che le specie possano essere giunte autonomamente sulle due coste, a partire da una delle due o da un luogo estraneo ad entrambe, ed ipotizzare che il raggiungimento delle coste opposte sia avvenuto procedendo sulla terraferma anziché essere realizzato mediante l’attraversamento dell’Adriatico.
 Ciò sarebbe possibile a livello teorico ipotizzando una serie di progressivi lenti spostamenti verso località emerse contigue, fino a coprire nel lungo termine la distanza che separa le due regioni.
 Il motore di un tale ipotetico processo potrebbe essere di vario tipo : dalla semplice presenza di territori da colonizzare a mutamenti climatici che avrebbero determinato la salita lungo i meridiani in corrispondenza dei periodi freddi e l’abbassamento in quelli più caldi, o ancora la locale presenza di organismi a maggior efficienza competitiva che avrebbero costretto le specie considerate all’allontanamento lungo rotte “migratorie” pena il progressivo decadimento delle loro popolazioni.
 Si potrebbe immaginare un tale processo secondo due direttrici : verso nord o verso sud, con processi temporalmente differenti a seconda che il passaggio sia avvenuto a partire dalla Grecia o dalla Puglia.

  1. - Si ipotizzi che - a differenza di ciò che suggerisce le logica, oltre che di quanto considera il senso comune - le specie siano originarie della Puglia e che siano migrate seguendo i territori emersi lungo un processo di risalita lungo le coste italiane verso latitudini maggiori e successiva ridiscesa lungo le coste balcaniche una volta raggiunto il limite settentrionale del Mare Adriatico.
     Molte sono le obiezioni che si possono fare ad una tale ipotesi.

    1. - In primo luogo, la distribuzione eminentemente orientale di tali specie non rende conto di una diffusione a così ampio raggio avvenuta in direzione dei territori dell’est e, di contro, ad una mancata diffusione nella direzione opposta, ossia nei territori italiani ubicati ad ovest della Puglia.
    2. - In secondo luogo, anche se tale processo di risalita potrebbe essere ipotizzato per spiegarne l’eventuale migrazione attraverso l’Italia meridionale e centrale grazie alla presenza di una catena montuosa - gli Appennini - che si snoda in direziona dei meridiani, esso non è altrettanto adeguato per spiegare l’attraversamento delle Alpi, che sono situate in direzione trasversale ai meridiani e richiedono necessariamente, per essere attraversate, la possibilità da parte degli organismi di valicarne le montagne.
    3. - Inoltre, resterebbe da spiegare come mai lungo tutto il tragitto di “salita”, lungo la penisola italica ed in quello successivo di “discesa” ( sempre in termini di latitudine ), una volta doppiato il margine settentrionale del Mar Adriatico verso l’Albania e la Grecia, non sia rimasta traccia del passaggio di tali organismi : né esemplari vivi, né testimonianze storiche e/o fossili, niente di niente. Eppure, a latitudini maggiori o minori, le caratteristiche ambientali non mutano in maniera tanto rilevante da pregiudicare la sopravvivenza di organismi viventi. Soprattutto, poi, se questi sono in possesso di spiccate doti adattative, come è d’obbligo per organismi in possesso di un areale tanto vasto e differenziato, il che si verifica per ognuno degli esseri viventi che saranno a breve esaminati !

  2. - processo di “migrazione” a partire dall’Europa Orientale : è questa l’opinione comunemente accettata, per la quale valgono tutte le obiezioni fatte a proposito del punto precedente, con la sola eccezione di quella formulata al precedente punto a ).

  3. - processo di discesa lungo i meridiani a partire da un ipotetico punto di diffusione situato a nord della Grecia e della Puglia - e della stessa Italia -, da cui gli organismi sarebbero discesi magari in risposta ad un abbassamento delle temperature. Si tratta di un processo puramente ipotetico, in quanto presupporrebbe la primitiva presenza, in ambito continentale, di organismi in possesso delle caratteristiche idonee per vivere in ambienti mediterranei. Configurerebbe un processo di migrazione avvenuto in un primo momento esclusivamente verso sud ed inseguito verso oriente, a partire dai territori albanesi e greci.
     
     Sembrerebbe pertanto che i mezzi offertici a disposizione dalle scienze naturali non siano adeguati per spiegare in maniera convincente la distribuzione attuale di tali forme di fauna e di flora.
     Occorre forse fare riferimento a qualche fattore non precedentemente considerato, e cioè l’influsso dell’opera umana nel determinarne le attuali diffusioni. A ben vedere, una tale possibilità è ampiamente suffragata da elementi di ordine antropologico, storico e culturale, oltre che geografico.
     A tale proposito è bene considerare che la sua posizione di territorio di confine ha fatto del Salento un luogo in cui si svilupparono fiorenti commerci con le popolazioni che abitavano lungo le coste mediterranee orientali. Non solo : il territorio della Terra d’Otranto fu sede della Magna Grecia. Ciò portò all’importazione, volontaria o involontaria, di diversi esseri viventi che costituivano all’epoca una fonte di materie prime e, con questi, anche dei “clandestini” più o meno indesiderati.

  

La Testuggine comune ( Testudo hermanni )

 Una delle specie considerate, la Testudo hermanni o Testuggine comune, presenta una distribuzione che non interessa in maniera esclusiva il Salento rispetto al resto d’Italia, e per essa si può forse configurare un processo diffusivo avvenuto secondo quanto ipotizzato al punto precedente, ossia via terra lungo le sponde del Mediterraneo. Come si può vedere dalla cartina riportata ( fig. 3 ), l’areale della specie comprende gran parte dell’Europa orientale in un continuum che interessa Albania, Grecia, Bulgaria e Turchia e che presenta un’importante discontinuità in Italia lungo un tratto costiero di circa 1.000 km.
 Con la importante premessa che i Rettili del genere Testudo sono stati impiegati come preziosa fonte di carne fresca dai navigatori di ogni epoca storica, e come tali portati pertanto sulle navi ed eventualmente esportati nelle terre di approdo - e che quindi la loro diffusione attuale può essere ascritta in misura anche notevole all’opera umana -, la distribuzione della Testudo hermanni si presta a diverse considerazioni.
 In primo luogo, la Testudo hermanni non disdegna di salire su montagne fino ad una certa quota, come testimoniano le Testudo hermanni subsp. boettgeri che popolano le montagne dell’Epiro fino ad oltre i 1.000 metri di quota, per cui la catena trasversale delle Alpi non dovrebbe aver rappresentato alcun ostacolo ( come dimostra peraltro il continuum distributivo a livello del territorio montenegrino ).
 Stante la vastità dell’areale riconosciutole, la forma originaria può forse essere individuata nella Testudo hermanni subsp. boettgeri, che si sarebbe diffusa fino a raggiungere territori in cui, isolata dal resto della popolazione, avrebbe sviluppato forme dalle caratteristiche peculiari : la T. h . peloponnesiaca, la T. h. hercegovinensis e la T. h. hermanni. Ma, mentre i limiti alla distribuzione della Testudo hermanni boettgeri, della T.h. hercegovinensis e della T.h. peloponnesiaca potrebbero essere stati determinati dall’orografia del territorio, che avrebbe imposto dei confini invalicabili, quelli fra la T.h. boettgeri e la T. h. hermanni sono stati di natura geografica, in quanto legati alla separazione fra le terre emerse dovuta al Mare Adriatico.
 Non è da escludere che il lungo tratto costiero in cui la Testudo hermanni è assente sia stato determinato dall’eccessiva antropizzazione dell’area, che comprende al suo centro il bacino del delta del Po.


Fig. 6 - Distribuzione delle sottospecie di Testudo hermanni
(da wikimedia )
 Si noti come in corrispondenza del delta del Po coesistano, secondo la cartografia riportata, ben tre sottospecie : la hermanni, la boettgeri e la hercegovinensis, in una coesistenza che dà luogo a molteplici perplessità. Insieme all’interrogativo legato a come questa “convivenza” si sia potuta verificare in tale zona, non si comprende come mai gli esemplari di tali sottospecie siano ancora riconoscibili, anziché aver dato origine ad “ibridi intraspecifici” nei quali le caratteristiche delle rispettive sottospecie di appartenenza dovrebbero risultare stemperate per gli apporti degli altri patrimoni genetici.

 Questo isolamento reciproco potrebbe aver determinato le condizioni idonee per lo sviluppo del cosiddetto “collo di bottiglia”, processo in cui si evidenziano le peculiarità di cui a livello genetico sono portatori sottocampioni di individui, i quali, messi in condizione di riprodursi separatamente, possono far emergere caratteristiche peculiari rispetto allo standard della specie.
 È questo il motore ideale per quel processo microevolutivo che porterà alla differenziazione di forme, varietà, predisposizioni, ecc. che non rappresentano una novità assoluta rispetto alle caratteristiche della specie e che evidenziano morfologie o attitudini che di norma sono riconducibili alla plasticità genetica della specie, sulla quale può avere anche agito una selezione naturale che procedeva in direzioni diverse a seconda delle eventuali caratteristiche del posto. Nel caso in cui agisca una forma di “selezione naturale”, essa, anziché portare alla manifestazione di caratteri “indifferenti” alla sopravvivenza della specie, favorisce gli individui in possesso delle caratteristiche ben più sostanziali, come ad es. le dimensioni, che possono in determinati ambiti geografici risultare maggiori o minori rispetto allo standard della specie. È il principio della “Regola di Bergman” : in ambienti freddi saranno privilegiate le forme animali di maggiori dimensioni, mentre in ambienti caldi lo saranno quelle di dimensioni minori, per via della dispersione di calore che appare minore in organismi di grandi dimensioni e maggiore in organismi di piccole dimensioni. Come si vedrà, le caratteristiche distintive fra le popolazione orientale e quella occidentale di Testudo hermanni sono di tutt’altro tipo, legate a caratteri morfologici secondari e pertanto non essenziali ai fini della sopravvivenza in ambienti diversi.
 Per quanto riguarda la sua presenza nelle isole grandi e piccole del Mediterraneo, la Testudo hermanni potrebbe esservi stata introdotta dall’uomo per i motivi di ordine alimentare prima indicati.
 A questo proposito è estremamente indicativa la presenza della specie nel gruppo insulare sardo-corso, costituito da isole la cui genesi geologica deriva da una migrazione a partire dall’Africa e non dall’Europa, da territori, cioè, che non si accordano in alcun modo con l’ipotesi di una presenza della specie avvenuta in seguito a movimenti di ordine tettonico. Restano invece, a testimonianza di tale processo di “migrazione” delle placche, alcune specie animali che collegano a titolo esclusivo la Sardegna all’Africa : il Gatto selvatico sardo ( Felis lybica ) e la Pernice sarda ( Alectoris barbara ), assenti nel restante territorio italiano e vicarianti rispettivamente, rispetto al territorio nazionale, il Gatto selvatico ( Felis sylvestris ) e la Pernice rossa o la Coturnice ( Alectoris rufa, Alectoris graeca ).

 Considerando l’assenza della specie nel continente africano, la presenza della Testudo hermanni in Sardegna ed in Corsica non può che indicare quindi una sua importazione avvenuta per opera dell’uomo in epoca remota.
 Non è invece detto che la cosa si sia svolta allo stesso modo per la Testudo hermanni hermanni che vive in Italia, in quanto questa avrebbe potuto agevolmente raggiungere l’Italia in modo autonomo e qui dare origine alle differenze che la individuano in maniera peculiare rispetto alle altre sottospecie che vivono più ad oriente.
 Ipotizzando che la specie sia pervenuta con i suoi mezzi in Italia a partire dai territori balcanici, si rileva come la sua distribuzione presenti un’importante discontinuità che va dai confini nordorientali dell’Italia fino all’altezza di Pescara, con l’eccezione di un piccolo nucleo all’altezza del delta del Po che coabita con due nuclei altrettanto piccoli, anch’essi isolati, di T.h. boettgeri e di T.h. hercegovinensis. Molto probabilmente la presenza contemporanea delle tre sottospecie nello stesso ambito geografico è da ascriversi all’attività umana, per quanto in questo caso sia possibili invocare, in questo caso a proposito, l’abbassamento del livello del Mare Adriatico a causa delle glaciazioni del Quaternario. Quello che non si spiega è come, a prendere per buona l’esattezza della cartina riportata, nella stessa zona siano presenti ben tre varietà sottospecifiche senza che esse si siano riprodotte le une con le altre, fatto questo che avrebbe provocato inevitabilmente la perdita delle caratteristiche distintive peculiari delle tre sottospecie e la genitura di esemplari “ibridi” in possesso di caratteristiche intermedie a quelle dei genitori.
 Nelle foto che seguono è possibile confrontare le differenze che si rilevano a livello ventrale fra la Testudo hermanni subsp. hermanni ( a destra ) e la Testudo hermanni subsp. boettgeri ( a sinistra ) : il piastrone è caratterizzato nella prima da due fasce nere pressoché continue, mentre nella seconda il colore nero appare frammentato, con intersezioni più o meno ampie di colore giallastro ( il colore base del guscio ) ; inoltre, la sutura pettorale ( in rosso nelle foto ), che nella susbp. hermanni è più piccola della sutura femorale ( colorata in blu ), è più grande della femorale nella subsp. boettgeri.

 


Foto 6 - Testudo hermanni subsp hermanni ( da Wikipedia )


Foto 7 - Testudo hermanni subsp. boettgeri ( da Wikipedia )

 

 

 

Il mito di Taras : come una terra si collega ad un’altra

 

Foto 8 - “Uomo marino”, probabilmente Taras, visibile sulla facciata di una chiesa salentina

 

 La foto sopra evidenzia una strana mescolanza di religione cattolica e paganesimo ; scattata sulla facciata di una Chiesa salentina, mostra un personaggio, di chiara derivazione mitologica, dotato di scaglie sulle spalle e sui capelli con dei delfini al posto delle gambe ; ai suoi lati due Angeli cavalcano altri Cetacei, probabilmente delle minuscole Balene.
 È notevolissima nel personaggio l’evidenza dell’accostamento al mare, un mare che circonda il Salento da tre direzioni e che ha segnato la naturale via di comunicazione con popolazioni provenienti da altre coste. Di tale stretta correlazione è possibile avere una prova nella leggenda della sirena Leucasia, che sarebbe vissuta nell’attuale capo di Leuca.

 

Leucasia, la sirena del Capo di Leuca

Fig. 7 - Sirena

 << Nella parte estrema del tacco d’Italia, ai confini della Terra, viveva una volta una fanciulla di straordinaria bellezza che si chiamava Leucasia. La Natura oltre ad averle regalato tanta bellezza, l’aveva dotata di una voce divina, che penetrava nel cuore e incantava chiunque l’ascoltasse. Il suo modo di porsi nei confronti della vita era travolgente, unico, originale e creativo in tutte le sue scelte. La fanciulla del mare, come la chiamavano gli abitanti del borgo, aveva un cuore grande ed inquieto.. Le piaceva nuotare più di qualsiasi altra cosa nelle acque di quel mare che ogni mattina come le braccia di un uomo l’avvolgeva teneramente e la coccolava con carezze di onde piene di spuma.. Tutti gli dei dell’Olimpo seguivano i progressi di quella fanciulla così determinata ed intraprendente. Athena era molto orgogliosa di lei, Afrodite, con un pizzico d’invidia, preferiva ignorarla, Poseidone, ne era perdutamente innamorato e, quando la vedeva comparire da lontano, calmava le onde, placava i venti e la cullava dolcemente nel suo mare. In seguito, la fama di Leucasia giunse anche alle orecchie del re di Creta, Melisseo, un giovane dagli occhi color del cielo e dai capelli lucenti come il sole, che appena vide Leucasia se ne innamorò perdutamente, scatenando inconsapevolmente la gelosia e l’ira di Poseidone la cui vendetta non tardò ad arrivare. Egli fece liberare dalle profondità della terra, dove era rinchiuso, il terribile Ristòs, il quale dopo aver attaccato l’imbarcazione del giovane re cretese s’avventò sul suo corpo colpendolo mortalmente. Leucasia, che prima aveva assistito impotente dal molo alla terrificante scena, raggiunse Melisseo, nuotando a perdifiato. Con l’aiuto dei suoi fedelissimi delfini, cercò di trasportarlo a riva e, disperata, invocò l’aiuto di Athena. Ma fu tutto inutile. La saggia dea pietrificò il mostro marino, ma non riuscì a salvare Melisseo. Giunta ai piedi del promontorio japigio Leucasia adagiò delicatamente il corpo esanime del suo adorato re tra le bianche rocce, che si aprirono, lo accolsero pietosamente e si richiusero su di esso. Ma Leucasia non si rassegnò. Con tenacia e coraggio decise di scendere nel Regno degli Inferi per riprendersi Melisseo. Poseidone, intanto, tentò ulteriormente di impedire la ricongiunzione dei due innamorati : rapì la fanciulla con un’onda poderosa e la portò nelle profondità degli abissi del suo regno. Athena intervenne ancora una volta a favore di Leucàsia e, avvolgendola in una luce divina, la trasformò in una splendida sirena. >>

da : Anna ROSA POTENZA - “La trama della leggenda di Leucasia, Sirena di Leuca”, op. cit.

 

 La divinità rappresentata dalla statua riportata nella foto n° 8 è con ogni probabilità Taras, figlio di Poseidone dio del mare e della ninfa Satyria protettrice della acque, che secondo il mito approdò lungo le coste ioniche dell’attuale Puglia. La comparsa di un delfino dai flutti, da Taras interpretato come un segno divino, lo convinse che lì egli dovesse toccare terra e che nel luogo dell’approdo dovesse fondare una città. Così fece, fondando la città cui diede il nome di Saturo, e che nel II millennio a.C. assunse l’attuale nome di Taranto, in ricordo del mitico fondatore.

 Taras divenne anch’egli un dio, classicamente rappresentato come un uomo che cavalca un delfino, a simboleggiare la stretta connessione al mare cha da sempre ha caratterizzato la città di Taranto ed in generale tutta la Puglia centro-meridionale.
 Dal mare vennero infatti le popolazioni greche destinate a lasciare un’impronta così peculiare sul paesaggio e sugli organismi che abitano nei territori.
 E, a testimoniare da un punto di vista naturalistico gli scambi con le popolazioni del Mediterraneo orientale, è rimasta, esclusivamente nel territorio salentino, proprio la presenza di popolazioni di esseri viventi di diverse specie tipiche delle coste mediterranee orientali.
 Della possibilità di connettere tali presenze anomale con l’opera antropica, poco o nessun conto si è tenuto nell’analizzarne le distribuzioni, lasciando irrisolti, come si è visto, considerevoli dubbi e punti interrogativi.

 

Fig. 8 - Cartina che mostra gli areali di diffusione di tre specie quercine dalla distribuzione anomala : in grigio quello del Farnetto ( Quercus frainetto ), quello contraddistinto con il numero 2 la Vallonea ( Quercus macrolepis, oggi Quercus ithaburensis subsp. macrolepis Hedg. & Yalth. ) e quello indicato dal numero 1 il Fragno ( Quercus troyana ). Con riferimento alla distribuzione riportata a proposito della Vallonea, c’è da dire che la specie è presente nell’isola di Creta ma non in quella di Cipro, ed è inoltre assente dalla Calabria. Il Fragno interessa una zona di maggiore estensione in territorio lucano. ( Da G. BERNETTI, op. cit. ).

 

 Proprio per spiegare la presenza della Vallonea fu da più parti adoperata la teoria della deriva dei continenti. In realtà però, come si è visto, la deriva dei continenti determina uno spostamento della Puglia “verso” la Grecia, e non “dalla” Grecia !
 Le due sponde dell’Adriatico non furono pertanto mai collegate se non al tempo della già menzionata Pangea, circa 180 milioni di anni fa. Si dice che le Querce siano comparse solo 70 milioni di anni fa, per cui quelle di questa e dell’altra sponda dell’Adriatico non ebbero mai modo di coesistere !
 Si consideri invece che le estreme regioni orientali d’Italia costituirono parte integrante del territorio della Magna Grecia, e che è pertanto più che ragionevole ritenere che in tali regioni i Greci avessero importato i loro usi, i loro costumi, le loro tradizioni e.... gli esseri viventi che in un modo o nell’altro rivestivano un ruolo significativo nella loro civiltà, sia da un punto di vista strettamente produttivo che da altri punti di vista.
 A quell’epoca risalgono infatti, con ogni probabilità, le importazioni di quegli organismi oggetto di questo lavoro, organismi che vivono ancor oggi in Italia e che contribuiscono all’arricchimento della biodiversità presente sul nostro territorio geografico ed alla caratterizzazione di alcuni suoi settori ben definiti.

 Allo stesso modo si rinvengono le tracce, particolarmente visibili nel territorio del Brindisino, dei passati commerci di merci provenienti dall’Italia che venivano esportate verso i Paesi del Mediterraneo dell’Est.
 A tale proposito la provincia di Brindisi riveste un rilievo di notevole spessore nel segnare con la sua longitudine l’estremo limite orientale della distribuzione mondiale di alcune specie.

 Molto spesso, quando le introduzioni di nuove specie sono avvenute in tempi remoti, si stende a considerarne l’attuale diffusione come un dato di fatto, senza tener conto dei processi di ordine antropico che hanno portato alla loro diffusione nelle loro zone.
 Molto più frequentemente di quanto non si creda, invece, le distribuzioni attuali degli organismi sono un risultato diretto o indiretto dell’opera dell’uomo.

 Èpossibile suddividere, a tale proposito, le specie che hanno in Terra d’Otranto l’estremo limite latitudinale della loro distribuzione in due gruppi distinti :

  1. - specie tipiche dell’Oriente, che trovano in Terra d’Otranto l’estremo limite occidentale del loro areale di distribuzione a livello mondiale ;
  2. - specie più tipiche dell’Europa o dell’Italia occidentale, che trovano nella terra d’Otranto l’estremo limite orientale del loro areale di distribuzione a livello mondiale..

 

 È significativo rilevare come le prime siano più frequenti nel basso Salento, mentre le seconde ( o per meglio dire la seconda : essenzialmente la Quercia da sughero, Quercus suber ), spesso separate da discontinuità di carattere orogenetico - la catena degli Appennini - oltre che da importanti soluzioni di continuità nella diffusione rispetto dai più vicini popolamenti di conspecifici, caratterizzano il medio Salento, ed in special modo il Brindisino. Il raggiungimento del Salento da parte di tali organismi sarebbe infatti avvenuto con modalità, cause, tempi e luoghi diversi e sarebbero correlati a popoli diversi ed epoche diverse.
 È infatti possibile distinguere, sulla base di tali distribuzioni, le tracce di un’importazione da Oriente avvenuta ad opera delle popolazioni stanziate lungo le coste orientale del Mediterraneo principalmente lungo i porti del Salento meridionale, ed un’esportazione verso Oriente, avvenuta ad opera dei Romani, che avrebbe visto come luogo principale il porto di Brindisi.
 Mentre gli organismi del primo gruppo comprendono fauna e flora alloctone in Italia, per quelli del secondo - la Sughera - l’Italia rientra ampiamente nell’areale distributivo della specie, la cui diffusione si limita però alle coste tirreniche.

 

Il Serpente Gigante della Torre di Otranto

 Alla città di Otranto, che dà il nome ad una terra così particolare per ciò che concerne le specie di esseri viventi che in essa vivono, non poteva mancare una creatura fantastica.
 A sud di Otranto svetta una torre, costruita nell’XI Secolo, che aveva la funzione di fungere da faro indicando la rotta ai naviganti. La tradizione narra di un gigantesco serpente che durante la notte risaliva dal mare e saliva lungo le pareti della torre per bere l’olio della lanterna, provocando lo spegnimento del faro e talvolta il naufragio delle imbarcazioni che si infrangevano sugli scogli.
 Poco prima dell’invasione di Otranto per mano dei Turchi, avvenuta nel 1480, la tradizione vuole che una notte le navi degli stessi Saraceni fossero alla fonda al largo di Otranto, in procinto di attaccare la città. Anche quella notte il Serpente Gigante risalì sulla torre e ne bevve l’olio, e quella notte la flotta, non trovando punti di riferimento per poter attraccare, andò oltre ed attaccò la città di Brindisi.
 Il simbolo di Otranto è tuttora il Serpente Gigante, che salvò in quell’occasione gli abitanti dall’invasione ottomana. Fu per quel motivo che gli Otrantini adottarono il gigantesco Ofide della Torre come effigie della città.

Fig. n° 9 - Stemma del Comune di Otranto

( da http://www.araldicacivica.it/Puglia/Comuni%20le/otranto.gif )

 Nella storia prima brevemente narrata sono state cercate da più parti le allegorie, i simbolismi e gli archetipi.
 Poco o niente è stato invece detto a proposito del Serpente Gigante che salvò la città, spesso sbrigativamente liquidato con significati che affondano le loro radici nell’inconscio o nel simbolo. Eppure, è possibile fare una serie di supposizioni prendendo la narrazione per quello che è, ossia non un resoconto di eventi fantasiosi o fantastici, ma una cronaca con un fondo di verità, sebbene inevitabilmente ingigantita e forse romanzata.
 Un animale è un animale, anche quando è un Serpente, non importa se gigante.
 Domande di un certo rilievo potrebbero essere fatte proprio a proposito del protagonista della vicenda, il Serpente gigante appunto, provando ad analizzare le implicazioni per un Serpente gigante che si fosse stanziato nei pressi della Torre di Otranto.
 Con la premessa che chi scrive è perfettamente a conoscenza del fatto che l’erpetologia e le osservazioni documentate non riconoscano per il Salento - come per tutta l’Italia e per l’Intera Europa - alcuna specie di Serpente gigante, né attuale né passata ( e con l’altrettanto doverosa premessa che appare semplicistico ricondurre la tradizione del Serpente gigante della Torre di Otranto al Cervone solo in quanto Ofide di maggiori dimensioni presente in zona ), non si ipotizzerà per il Serpente Gigante di Otranto Torre l’appartenenza a questa o a quell’altra specie ofidica. Si intenderà solo considerare alcuni aspetti della tradizione, cercando di cercando in essi le correlazioni con quelle che dovrebbero essere le effettive esigenze di un ipotetico Serpente Gigante vissuto in quel territorio.
 Era un Serpente marino che, come vogliono alcune versioni della tradizione, risaliva la notte dal mare in cui aveva trovato rifugio di giorno, magari in una grotta semisommersa in cui era solito andare ? O era un Serpente che aveva la sua tana presso il mare, fra le spaccature della riccia calcarenitica circostante il Faro ?
 È probabile che esso avesse eletto la sua tana, o che fosse stato visto spesso entrare, in una cavità. Avventurarvisi all’interno per stanarlo doveva essere ritenuto decisamente sconsigliabile, pena il rischio di trovarsi faccia a faccia con l’Ofide così spropositato e probabilmente pericoloso. All’atavico timore nei confronti di una tale creatura, per di più dalle dimensioni talmente anomale da risultare poi destinate ad essere ricordate per secoli, dovette unirsi un timore di altro tipo, incarnando la “bestia”, agli occhi della popolazione, un essere non dissimile dall’antico serpente tentatore che aveva indotto Eva al peccato originale.
 Un timore del genere non si presta ad essere spiegato con la logica o con la razionalità. Se è fin troppo facile rilevare l’attuale irrazionale timore nei confronti di piccoli Ofidi assolutamente innocui, figuriamoci quale e di che genere dovesse essere il terrore nei confronti di una creatura dalle dimensioni così spropositate !
 Un serpente di cui si conosceva poco, che probabilmente solo in pochi avevano visto, ma a proposito del quale dovevano circolare racconti e leggende più o meno fantastici che sconsigliavano vivamente di recarsi nei luoghi ormai intrisi di leggenda in cui esso dimorava.
 Un Serpente immenso, gigantesco, spropositato, i cui sibili dovevano essere avvertiti di sicuro da molto lontano e dovevano far raggelare il sangue di chi li avesse uditi. Un Serpente che dimorava in un luogo abbastanza lontano dall’abitato, così vicino a quel mare che sprofonda nell’abisso appena a pochi metri dalla costa, quel mare che era ritenuto culla di mostri marini come le Piovre e gli stessi Serpenti marini che si narrava fossero in grado di far affondare le navi e di nutrirsi dell’equipaggio.......

Fot. n° 9 - Immagine del Serpente della Torre in un supporto scultoreo nella Chiesa di Santa Maria dei Martiri di Otranto, ubicata al di fuori del centro abitato, a poca distanza dalla “Torre del Serpente”. Il Serpente raffigurato, più sottile ma più lungo di quello mostrato nello stemma cittadino, si inerpica sulla Torre nello stesso verso.

 Anomala, poi, l’idea che un Serpente si cibi di olio. Una credenza del genere è forse in relazione con la leggenda popolare del “Pasturavacche”, considerato dai più un altro nome del Cervone, Elaphe quatuorlineata, che le tradizioni vogliono sia solito attaccarsi alle mammelle delle vacche in lattazione per nutrirsi del latte, o addirittura alle mammelle delle puerpere, che succhia sostituendosi ai neonati. E’ probabile che la leggenda del Pasturavacche sia nata in seguito al ritrovamento del Cervone nelle stalle mentre esso era intento a riscaldarsi insieme ai Bovini domestici, supplendo con il calore degli animali omeotermi alle basse temperature autunno-invernali, insufficienti per l’attività di un animale a sangue freddo. Allo stesso modo, anche il Serpente Gigante di Otranto potrebbe essere stato visto scendere dal Faro o arrampicarvisi fino a giungere all’interno, a poca distanza dalla fiamma, allo stesso scopo di riscaldarsi.
 E, come per il Cervone, sarebbero sorte leggende legate all’alimentazione : latte per il primo, olio per il secondo. D’altra parte, le esigenze ecologiche di una specie non potevano che limitarsi, nell’immaginario collettivo delle popolazioni dei secoli passati, alle necessità alimentari - che riguardano tutte le specie viventi - senza che il particolare sistema di regolazione del calore corporeo, così diverso dal nostro negli Ofidi, potesse essere ragionevolmente preso in considerazione.
 Dallo stazionamento davanti alla fiamma per la necessità di riscaldarsi potrebbe quindi essere nata la leggenda che il Serpente gigante della Torre di Otranto salisse allo scopo di berne l’olio ; tale leggenda potrebbe in seguito aver dato adito all’attribuzione al Serpente della causa degli spegnimenti accidentali del faro.
 Perché nascesse una leggenda così articolata, che prevede che il Serpente non solo salga abitualmente sulla torre, ma si nutra anche dell’olio che contiene la lanterna, provocandone lo spegnimento e facendo naufragare nella notte le imbarcazioni alla fonda, tale animale deve essere stato visto spesso salire sulla torre ; di sicuro, non una volta sola. Ciò implica necessariamente una continuità, una ripetizione nell’azione, un’abitudine o una prassi, almeno agli occhi degli osservatori dell’epoca.
 Ora, in che modo un animale come il Serpente, tutto sommato poco sviluppato da un punto di vista intellettivo, potrebbe aver sviluppato una “cultura” del genere ? In che modo potrebbe aver associato stabilmente la salita sulla torre all’esposizione alla fiamma del faro e pertanto al riscaldamento ? Se pure si ammette che la “scoperta” del riscaldamento sia stata un caso, come associare ciò con la salita, abituale o per lo meno reiterata, sulla torre ?
 Potrebbe essere che il serpente fosse solito salire sulla torre al fine di procacciare il nutrimento, magari a caccia di rettili termofili che è tuttora frequente rinvenire sulle murature a secco : la Torre del Serpente, al pari delle altre torri costiere, doveva essere un vero ricettacolo di Ofidi e Sauri per la duplice funzione offerta di offrire un rifugio pressoché immediato nelle fessure fra le pietre e di assicurare un’esposizione al sole pressoché continua per tutta la durata delle ore di illuminazione, a patto ovviamente di spostarsi lungo il versante seguendo lo spostamento della porzione illuminata man mano che questa si spostava in seguito all’avanzamento del sole sull’eclittica.
 In passato, tali luoghi lontani dai centri abitati, in cui si realizzava contemporaneamente il triplice effetto di presenza di un substrato calcarenitico, idoneo per massimizzare il riscaldamento del sole, di anfratti e discontinuità fra il pietrame in cui potersi nascondere, ed ancora la disponibilità di radiazione solare in qualsiasi ora di luce, dovevano costituire per i Rettili un optimum difficilmente eguagliabile.

Fot. n° 10 - La “Torre del Serpente”, o per meglio dire ciò che ne resta, come si presenta attualmente.

 A ciò si aggiunge il fatto che, al pari delle altre torri costiere del Salento, la Torre del Serpente poggiava ( ed i suoi ruderi poggiano tuttora ) su un substrato roccioso che non permetteva né permette l’attecchimento di una vegetazione arborea potenzialmente in grado di produrre una qualsiasi forma di ombreggiamento.
 Sicuramente, quindi, il Serpente Gigante di nutriva di altri Rettili, ma con ogni probabilità anche di Uccelli e loro nidiacei, ed anche di Mammiferi ( Roditori, Insettivori, Mustelidi, ecc. ) che potevano trovare rifugio nella torre o un habitat idoneo nelle sue vicinanze.
 Dall’abitudine del Serpente di salire sulla torre al fine di predare gli esseri viventi eventualmente presenti fra le pietre della sua muratura, e forse, una volta salitovi, dal suo indugiare nei pressi della lampada alla ricerca di un calore che nei periodi più freddi gli permettesse di esercitare le proprie funzioni vitali, sarebbe nata la leggenda del Serpente del faro di Otranto che sale sulla torre per bervi l’olio.
 O forse, più semplicemente, a percepire il calore derivante dalla fiamma sulla Torre di Otranto ed ad indirizzare il Serpente Gigante verso di essa potrebbe essere stato il sensore termico, di cui sono dotati i Serpenti, il quale li dirige verso le fonti di calore in genere rappresentati dalle loro vittime e permette agli Ofidi di predare anche nell’oscurità delle tane. In tal modo la percezione di un calore alla sommità della torre sarebbe stata di per sé sufficiente ad indirizzare il Serpente gigante verso quella direzione, e questo specialmente nelle notti di tempesta, in cui più forte doveva essere il gradiente di temperatura fra l’ambiente circostante e la fiamma del faro. In tali notti, com’è prevedibile, dovettero verificarsi naufragi che non fecero altro che accrescere la fama del gigantesco Serpente della Torre.

Fot. n° 11 - Il tratto costiero immediatamente prospiciente la “Torre del Serpente”.

 Ora, non sono forse fuori luogo alcune considerazioni logiche sul metabolismo di un Serpente di grandi dimensioni nei riguardi della regolazione della temperatura corporea.
 Un Serpente di grandi dimensioni è dotato di un corpo allungato e di regola molto grosso nella sua porzione interna : non c’è la stessa simmetria presente in un Ofide di ridotte dimensioni, di norma molto più sottile rispetto alla lunghezza.
 Serpenti appartenenti a specie che raggiungono proporzioni ragguardevoli presentano un corpo che appare addirittura deforme, rispetto allo standard della Famiglia degli Ofidi : la grossezza del corpo nel tratto centrale appare, per un considerevole tratto, spropositata rispetto alla lunghezza dell’animale ed ai suoi diametri periferici.
 A ciò si aggiunge un “fattore di forma” che tiene conto della maggiore o minore rastremazione dell’animale, ossia della rapidità diminuzione della sua grossezza procedendo verso l’estremità.
 Il volume maggiore sarà ovviamente quello degli Ofidi il cui corpo conserva tratti di massime dimensioni diametriche per lunghezze maggiori.

Fig. n° 10 - Basilica Cattedrale di Otranto, Mosaico Pavimentale : enorme Serpente cornuto che divora una Lepre ( da : “Otranto - Il mosaico Pavimentale della Cattedrale” - Congedo Editore, Galatina 2001 ).

 Si aggiunga poi un importante fattore ulteriore di differenziazione, ossia le proprietà delle due dimensioni di “lunghezza” e “grossezza”. Mentre la prima è una misura lineare, la seconda è una misura quadratica che dipende dalla sezione del corpo dell’Ofide.
 Ancora, una coda troppo assottigliata sarà causa di una dispersione di calore ben maggiore, rispetto a quella determinata da una coda più tozza e rastremata. La presenza di appendici assottigliate è infatti uno dei mezzi impiegati dagli animali tipici delle zone caldo arido per disperdere un calore che sarebbe altrimenti eccessivo.
 Va da sé che un Serpente di grandi dimensioni possiederà un volume più che proporzionalmente maggiore, rispetto ad un Serpente di dimensioni ordinarie. Ed il volume è una misura cubica, che si riflette cioè in una misura elevata alla terza potenza...
 Da ciò deriva necessariamente che il volume di un Ofide di grandi dimensioni è molto maggiore di quello che ci si aspetterebbe rispetto ad un Ofide di medio-piccole dimensioni.
 Pertanto, il suo comportamento nei confronti della dispersione di calore ne risulterà profondamente condizionato, richiedendo un’esposizione maggiore ad una sorgente termica per riscaldarsi ed un periodo di raffreddamento più lungo o più intenso per cedere calore. È quello che si immagina sovente a proposito dei Dinosauri, i Rettili in possesso delle dimensioni maggiori fra tutti quelli vissuti sul nostro pianeta : si pensa che dovessero essere degli animali che richiedevano prolungate esposizioni a temperature favorevoli per potersi mettere in moto, al punto che si ritiene che molti Dinosauri effettuassero dei piccoli “letarghi” con cadenza giornaliera nelle ore notturne.
 Supposta la presenza nella Torre di un Serpente molto grande, in una stagione intermedia, per potersi riscaldare adeguatamente, esso avrebbe avuto pertanto bisogno di prolungate esposizioni ad una sorgente termica, e la presenza nel faro di una fiamma costantemente accesa avrebbe potuto essere molto favorevole al metabolismo del rettile nei periodi in cui la temperatura non ne avesse consentito una piena attività.
 Prendiamo per un attimo l’ipotesi che si trattasse di un serpente che si immergeva nel mare, come narrano alcune tradizioni orali ( benché un Serpente terrestre che si immerga all’occorrenza nell’acqua di mare sia un caso attualmente non contemplato nella letteratura erpetologica italiana ) : probabilmente solo un Serpente di grandi dimensioni potrebbe avere l’opportunità di resistere ad una dispersione di calore tale come quella derivante da una immersione prolungata nell’acqua di mare. Il mare non è un lago o una palude : la temperatura che esso raggiunge in prossimità delle coste - specie se profonde - nel periodo estivo è di norma inferiore a quella raggiunta da un altro bacino di acque interne non correnti. Benché i Rettili marini siano rappresentati nel Mediterraneo da diverse specie di Cheloni ( fra queste, la Caretta caretta, la Chelonia mydas, la Dermochelys coriacea ), i Serpenti di mare sono tipici delle zone tropicali e subtropicali.
 Il fattore di forma è diverso : mentre i Cheloni, presentando un’ampia superficie al sole, hanno una conformazione tale da potersi riscaldare al sole in maniera relativamente rapida nuotando a poco profondità, i Serpenti hanno invece una conformazione che al contrario sembra fatta apposta per disperdere calore.
 La regola di Bergman tiene conto del volume corporeo degli animali per spiegarne la distribuzione nelle zone a diverso regime termico. Tale regola spiega la presenza delle forme ( specie affini o sottospecie nell’ambito della stessa specie ) più grosse laddove l’ambiente è più freddo, proprio a causa del diverso esponente alla base delle dimensioni di superficie esterna degli organismi ( funzioni quadratiche ), attraverso cui avviene la dispersione di calore, e delle dimensioni di volume corporeo ( cubiche ) al cui interno viene mantenuto il calore.
 Poiché nel caso di un Rettile, e nella fattispecie di un Serpente, il calore non viene prodotto all’interno ma viene assorbito dall’esterno, ne consegue la necessità, per riscaldarsi, di un maggior periodo di esposizione al sole per i Serpenti di grandi dimensioni rispetto a quelli di piccole dimensioni ; per contro, un Serpente di grandi dimensioni avrà una maggiore “autonomia” termica rispetto ad uno di piccole dimensioni, ossia sarà in grado di trattenere più a lungo il calore assorbito prima di disperderlo.
 Non è forse un caso che i Serpenti di maggiori dimensioni non sono tipici delle zone più fredde, ma di quelle più calde !

 

 

 P A R T E I I

 

ESSERI VIVENTI “D’IMPORTAZIONE” - Gli antichi “Popoli del Mare” e gli organismi alloctoni del Salento : tracce di un’importazione sconosciuta

 

Foto n° 9 - L’insenatura di Porto Badisco. « E di vèr l’Orïente un curvo seno / in guisa d’arco, a cui di corda in vece / sta d’un lungo macigno un dorso avanti, / ove spumoso il mar percuote e frange. / Ne’ suoi corni ha due scogli, anzi due torri, / che con due braccia il mar dentro accogliendo, / lo fa porto e l’asconde ; e sovra al porto / lunge dal lito è ’l tempio. » Virgilio, Eneide, III Libro. L’insenatura descritta, in cui approdo Enea in fuga da Troia, è a detta dei più quella di Porto Badisco, pochi chilometri a sud di Otranto.

 

 Il fatto di essere stato sede della Magna Grecia fece del Salento un territorio in cui le popolazioni umane provenienti dall’attuale Grecia si stanziarono e diedero vita ad una civiltà della quale è tuttora possibile trovare le tracce nelle nostre regioni. In ambiente salentino i Greci, e prima di essi i popoli precedentemente stanziati nelle attuali Grecia, Albania e Turchia, importarono gli esseri viventi oggetto delle loro tradizioni e delle loro usanze.

 

Fig. n° 9 - I viaggi di Enea ( da www.sullacrestadellonda.it )

 

 Per quanto strano possa sembrare, gli organismi provenienti da oltremare trovarono in quello italiano un territorio relativamente uniforme rispetto a quello delle regioni di provenienza, a differenza di quelli provenienti dal versante tirrenico dell’Italia, che trovatono in Terra d’Otranto un severo fattore limitante costituito dal substrato calcareo.
 Si tratta di un aspetto paradossale, che rende conto di come ci siano a livello ambientale ( per lo meno di substrato ) maggiori analogie fra le due sponde opposte dell’Adriatico, piuttosto che fra i versanti opposti dell’Italia.
 Nella scelta delle specie rappresentative che permettono di collegare la nostra terra alle regioni dell’Adriatico orientale ed anche del Mediterraneo orientale è possibile rilevare che si tratta di alcuni fra gli organismi meno mobili, di quelli cioè che meno degli altri appaiono in grado di attraversare con i propri mezzi la barriera di mare che separa la Puglia dalle coste orientali dell’Adriatico e del Mar Mediterraneo : Rettili da un lato ed alberi con un seme particolarmente grosso e pesante dall’altro ( le Querce, qui rappresentate dalla specie che produce la ghianda più grossa in assoluto e da una che le è da meno solo per poco ).

 

IL FRAGNO ( Quercus macedonica Webb. )

 Nella foto che segue si vede un particolare della chioma di un Fragno appartenente ad un filare mai censito presente nel territorio comunale di Galatina, nel Leccese ; solo fino a pochi anni fa erano presenti in zona dei Fragni sicuramente plurisecolari, come era testimoniato dalle dimensioni raggiunte dai loro tronchi. Ora di questi alberi, alcuni dei quali erano davvero colossali, resta ben poco, perché soprattutto negli ultimi anni la maggior parte di essi è stata abbattuta.

 

Foto n° 10 - Foglie di Fragno, il cui nome scientifico ( Quercus macedonica, Q. troyana ) è fortemente indicativo della sua zona di origine.

 

 Il Fragno è l’unica specie per la quale si ammette correntemente l’importazione da parte degli antichi Greci allo scopo di fornire il legname per la costruzione di navi.
 Si tratta di una Quercia di non grandissime dimensioni, ma in possesso di tronchi che possono raggiungere diametri notevoli ; dagli antichi “Popoli del Mare” tali tronchi erano molto apprezzati, perché in grado di fornire legname idoneo per la costruzione delle travature delle navi.
 La specie è localizzata in Italia nelle sole province di Lecce, Brindisi, Taranto e Matera ( o, in altri termini, nella sola Terra d’Otranto ). In provincia di Brindisi vegetano importanti nuclei di Fragno a Ceglie, Cisternino, Ostuni.
 Il Fragno contribuisce in maniera sostanziale a fare della Puglia “la regione delle Querce”, così come essa era chiamata fino a non molto tempo fa. Tale denominazione era stata assegnata perché in Puglia sono presenti tutte le specie quercine presenti a livello nazionale, come risulta dalla tabella seguente :

nome comune Nome scientifico Impieghi
Leccio Quercus ilex Lavori di falegnameria grossolana, carbone
Sughera Quercus suber Utilizzo del sughero
Quercia spinosa Quercus coccifera, Q. calliprinos La presenza del Chermes vermilio sulle foglie determina la produzione di galle da cui si estraeva un colorante rosso ( ved. Quercus infectoria ) ; carbone
Fragno Quercus macedonica Assortimenti per costruzioni navali
Vallonea Quercus macrolepis Assortimenti per costruzioni navali, alimentazione, culto religioso
Roverella Quercus pubescens Assortimenti per costruzioni navali
Rovere Quercus petraea Assortimenti per costruzioni navali
Farnia Quercus robur Assortimenti per costruzioni navali
Cerro Quercus cerris Doghe da botti, paleria
Farnetto Quercus frainetto Assortimenti per costruzioni navali

• Tab. n° 6 – Specie di Quercia presenti in Italia e loro presumibili impieghi da parte degli antichi “Popoli del mare”. Qualche perplessità potrebbe essere legata all’utilizzo della Quercus suber, albero dall’areale a gravitazione tipicamente mediterranea-occidentale, da parte delle popolazioni provenienti da Oriente, ma è un dato di fatto che tali popoli siano approdati lungo le coste laziali, dove appunto la Sughera vive, come è peraltro indirettamente testimoniato dal mito di Enea ( si veda a tale proposito la fig. 9 ). E’ pertanto possibile che tali popoli abbiano tentato di importare questa specie fornitrice di un prodotto così tipico (il sughero) lungo le sponde mediterranee orientali, ma che in tali approdi la specie non si sia dimostrata in grado di vegetare, come invece sarebbe avvenuto in seguito alle ripetute importazioni in Terra d’Otranto che della specie fecero più tardi i Romani ( cfr. “PARTE III – Esseri viventi d’esportazione” ).

 A causa della loro possibilità di dare origine ad ibridi fecondi, le Querce italiane manifestano altre forme di difficile determinazione, riconducibili spesso ad incroci fra l’una ed un’altra specie, oppure a semplici varietà sottospecifiche, ma in alcuni casi classificati a lungo come specie a sé stanti.
 Fra queste : Quercus virgiliana, Q. toza, Q. crenata, Q. morisii ( a quest’ultima Quercia sarà fatto un breve accenno in seguito ).

 

LA VALLONEA ( Quercus macrolepis kotschyi )

 Come per il Fragno, anche per la Vallonea il Salento costituisce l’estremo lembo occidentale della sua distribuzione a livello mondiale.
 Benché alla specie sia oggi attribuito un altro nome scientifico ( Quercus ithaburensis subsp. macrolepis ), essa viene qui indicata con il nome con cui fu “battezzata” in onore al suo scopritore e primo classificatore, Theodor Kotschy.

 

Foto n° 11 - l’enorme Vallonea ( Quercus macrolepis ) cosiddetta dei Cento Cavalieri, che vegeta nei dintorni di Tricase e che è stata recentemente dichiarata albero simbolo della Regione Puglia.

 

 La Vallonea cosiddetta “dei Cento Cavalieri” è il più grande albero di Vallonea fra quelli vegetanti in Italia e forse uno dei più grandi in assoluto a livello mondiale. La circonferenza del suo tronco, misurata nel 1999 ad 1,30 metri dal suolo, risultò pari a m 4,24, pari ad un diametro di m 1.35 ; la superficie coperta dalla sua chioma, nello stesso anno, risultò essere pari ad oltre 766 mq.
 Le foglie della Vallonea sono caratterizzate da un numero variabile di denti. In passato si riteneva la specie sempreverde ( e non è detto che non lo fosse, almeno per alcune provenienze ) ; attualmente la si considera caducifoglia, per quanto alcuni esemplari siano in grado di conservare parte del fogliame verde per tutta la stagione invernale.

 

foto n° 12 “ Si ricava molto dal Velani ; è così che si chiama il frutto della più bella pianta del mondo ” ( Tournefort, 1717 ). A scorrere la bibliografia esistente sulla Vallonea, si rileva in effetti una quantità notevole di apprezzamenti che da parte di scienziati e studiosi come il Tournefort - per definizione asettici ed avvezzi a guardare la natura con occhio obiettivo e disincantato - è venuta nei confronti di questa specie, destinata davvero a non lasciare indifferente chiunque a qualsiasi titolo ne abbia trattato.

 

 La Vallonea è la specie che produce le ghiande più grosse in assoluto ; esse sono commestibili, e sono state fonte di prezioso alimento per le popolazioni umane in epoca protostorica. In Salento i tannini contenuti nella cupola permisero lo sviluppo dell’attività del “pelacane”, arte conciaria che prevedeva la concia delle pelli per mezzo dell’impiego dei tannini contenuti nelle cupole delle stesse ghiande.

 

IL CAMALEONTE ( Chamaeleon chamaeleon, Ch. spp. )

 Una specie che l’immaginario collettivo relega ad ambienti esotici, ben lontani a livello sia geografico che ecologico dai nostri territori, è il Camaleonte. Eppure questo animale è presente nel Salento, oggi localizzato in un territorio ristretto, per quanto sia possibile raccogliere testimonianze dirette ed indirette che testimoniano la sua presenza in un passato non troppo remoto in un’area di distribuzione ben più vasta.
 La foto che segue testimonia come in passato a Lecce dovevano conoscere bene la specie.

 


Foto n° 13 - Raffigurazione di Camaleonte su casa leccese del 1500

 

 “ Ha la cresta di gallo, il corpo di serpente, le mani e i piedi di una rana ed un piccolo corno sulla fronte ” : così un libro di diversi decenni fa descriveva il “Basilisco”, che i poco noti serpari salentini esibivano a volte nelle loro rappresentazioni itineranti, probabilmente allo scopo di esorcizzare i timori di una popolazione che nei luoghi rurali in cui si recava quotidianamente per lavorare e trarre i fondamenti per la sua sussistenza aveva modo di vedere molto frequentemente creature che erano considerate, a torto o a ragione, pericolose e che venivano ammantate di un’aura di leggenda. Ed il Camaleonte, al quale sembrerebbe potersi ascrivere in passato un areale salentino ben più ampio di quello occupato attualmente, era sicuramente fra questi.
 Con riferimento al Camaleonte, si può dire che il suo corpo non è proprio di serpente e che le “mani” non sono proprio quelle di una rana, ma c’è da rilevare che gli esseri viventi “insoliti” non erano ben conosciuti dalla popolazione, che accomunava tutti gli animali in possesso di caratteristiche appena appena coincidenti.

 

 Un esempio di ciò sta nell’aver paragonato alla Tarantola - il Ragno, la Lycosa tarantola - il Geco comune, che tuttora si chiama Tarantola mauritanica, con un nome di chiara derivazione dalla città di Taranto, nei cui dintorni la specie era in passato molto frequente - e lo è tuttora -.
 La radice dei due nomi è chiaramente quella della città di Taranto, nei cui dintorni sia il Geco che la Tarantola erano diffusi, o forse anche quello dello stesso Taras, considerato così strettamente legato alla città pugliese dell’arco ionico.
 Come la Tarantola - ragno che non costruisce la tela ma che cattura le sue vittime dopo un inseguimento - salta per balzare addosso alle sue prede, così anche il Geco salta per brevi tratti mentre percorre i muri ; come la Tarantola è grigiastra, così anche il Geco ha un colore tendente al marroncino o al grigiastro, a seconda dell’ora della giornata e della colorazione del substrato ( la specie appare infatti in grado di dare origine ad un certo mimetismo ). Entrambi sono a sangue freddo, entrambi sono in grado di spostarsi con movimenti molto rapidi, entrambi vivono ( o vivevano : la Tarantola è stata probabilmente ridotta ai minimi termini, se non addirittura eradicata dal Salento ) in ambienti pietrosi provvisti di fessure e anfratti in cui potersi nascondere.
 Ecco come si è verificata questa macroscopica confusione fra due categorie di animali appartenenti a categorie sistematiche quanto mai lontane fra loro ; la denominazione ha interessato a raggiera molti altri animali affini rispettivamente al Geco comune ed alla Tarantola. Così, in passato si distinguevano 13 ragni che venivano chiamati indifferentemente “Tarantola”, mentre lo stesso nome è rimasto a tutt’oggi ad indicare un’altra specie di Geco nella terminologia italiana un’altra specie di Geco : il Tarantolino ( Euleptes europaeus ).

 

 

Foto n° 14 - Uno dei primi rinvenimenti “ufficiali” di Camaleonti in Salento, datati attorno al 1987 ; la foto è tratta dal testo di Roberto Basso e Claudio Calasso “I rettili della Penisola Salentina”, edito nel 1991 dalle Edizioni del Grifo di Lecce.

 

 Nel periodo in cui il Salento costituiva parte integrante della Magna Grecia, l’importazione di legname di grandi dimensioni si dovette rendere necessaria al fine di sopperire alle esigenze della flotta di una civiltà che aveva fatto della sua supremazia sui mari uno dei suoi punti di forza.
 La zona da cui proveniva gran parte del legname da importare era l’Isola di Creta, in cui il Camaleonte era ben presente ( e lo è tuttora ). Forse i Greci erano ben consapevoli della possibilità di importare insieme ai tronchi anche eventuali “clandestini”, ma trattandosi di un’eventualità probabile e magari prevista, la cosa non doveva essere considerata di particolare rilievo.
 Non si trova infatti traccia dell’avvenuta importazione in nessun documento, mentre resta traccia del “basilisco” nelle tradizioni delle antiche popolazioni salentine, e qualche Camaleonte raffigurato come un basilisco fa capolino qua e là fra gli stemmi e le architetture dei comuni del Salento.
 Probabilmente la storia del Camaleonte in Salento e dei suoi rapporti con l’uomo si è svolta attraverso quattro fasi :

  1.  - una prima fase in cui i Greci, importando legname, erano probabilmente ben consapevoli della possibilità di importare anche eventuali esseri viventi che, come il Camaleonte, vivevano nei loro boschi che essi dovevano sicuramente conoscere bene. Forse per questo motivo non c’è traccia della presenza del Camaleonte insieme ai legnami di importazione.
    E’ pertanto possibile ipotizzare che, se si ammette l’a ipotesi qui proposta di importazione a partire dall’Isola di Creta, le specie potenzialmente pervenute in Salento potrebbero essere state due, caratterizzate da diverse esigenze ecologiche.
    Per quanto riguarda queste ultime, una delle due specie potrebbe aver trovato in Salento condizioni ambientali favorevoli quando il territorio era interessato da vasti ristagni d’acqua - fino a meno di un secolo fa, ossia prima delle bonifiche che ebbero luogo negli anni ’20 -. È possibile che tale specie sia stata in seguito svantaggiata, a favore dell’altra specie che appare invece maggiormente idonea a vivere in zone più aride.
    Entrambe, ovviamente, sarebbero state svantaggiate dalla riduzione degli areali a disposizione e dalla sempre maggiore antropizzazione del territorio.

  2.  - una seconda fase in cui, venuta meno l’influenza greca e con essa la necessità di approvvigionamento di legname di grandi dimensioni da adibire alla costruzione di navi, la popolazione salentina non ha avuto modo di entrare in contatto con il Camaleonte - che fra l’altro non è un animale facile da vedere -, anche a causa dell’allontanamento delle popolazioni dai boschi ; in questo periodo deve essersi persa la memoria di questa specie, che potrebbe essere stata sporadicamente osservata, senza che di ciò sia rimasta traccia alcuna.


    Fig. n° 10 - Il “Basilisco” ( da Wikimedia )


  3.  - una terza fase in cui, sia per l’aumentata pressione demografica che per la necessità di disboscare per mettere a coltura nuovi terreni, la gente ha ripreso a frequentare le zone boschive e di macchia in cui era presente il Camaleonte, non fosse altro che per dissodare terreni interessati dalla copertura boschiva al fine di coltivarli.
    Come la stessa maggior frequentazione dei territori rurali, e con questi anche quelli sui quali era stata allontanata la vegetazione arborea o arbustivo sulla quale aveva dimorato per millenni il Camaleonte, aveva fatto sì che aumentassero gli avvistamenti dell’animale. Probabilmente proprio da questa “riscoperta” ha avuto origine il mito del Basilisco, in cui si riconobbe “ la cresta di gallo, il corpo di serpente, le mani e i piedi di una rana ed un piccolo corno sulla fronte ”.
    Un animale fantastico, come fantastica è qualsiasi cosa non ben conosciuta, che si ammanta di mistero e si arricchisce di particolari per lo più surreali che derivano a volte da esagerazioni, a volte da un’errata interpretazione di ciò che è stato effettivamente osservato. Lo stesso “uccidere con il soffio” di cui il Basilisco sarebbe stato capace potrebbe così derivare dall’osservazione della rapidità dello spostamento della sua lingua, che ghermisce la preda ( di solito Insetti ) con una velocità tale da non risultare a volte visibile.
    A tale proposito riporto quanto mi è stato riferito in merito alla presenza di “strani animali”, in tutto e per tutto compatibili con il Camaleonte, che sarebbero stati ripetutamente avvistati fino a circa 60 anni fa nelle campagne di un comune salentino, a distanza rilevante dalla località in cui sono avvenuti tutti i ritrovamenti ufficiali in provincia di Lecce. La presenza di tali animali sarebbe restata un fatto isolato e privo di qualsiasi eco futura, se, una volta a conoscenza della presenza effettiva del Camaleonte nel Salento, non si fossero potute fare le debite correlazioni fra questa specie e quella osservata sugli alberi nel secondo dopoguerra.
    Ancora, in un’epoca più recente, sarebbe avvenuto che il primo dei Camaleonti rinvenuti nell’abituale zona di rinvenimento in Salento sarebbe stato decapitato in quanto lo scopritore, ignaro della natura dell’animale, dopo averlo rinvenuto avrebbe provveduto a mozzargli la testa in gesto scaramantico.
     
    Riporto a tale proposito quanto già scritto su quella “terra di nessuno”, in cui si relegavano tutti gli animali selvatici fino a non moltissimo tempo fa, e di cui ho fatto un breve accenno a proposito della Foca monaca uccisa all’esterno del porto di Brindisi. Se per alcune categorie di animali la concezione corrente si è modificata - grazie anche, è il caso di dirlo, alla rilevanza delle sanzioni penali che vengono comminate a chi si rende responsabile dell’uccisione di specie oggi considerate spesso particolarmente protette ! -, le cose non sembrano essere cambiate in modo rilevante per quanto riguarda gli animali a sangue freddo.
    Nel caso specifico del Camaleonte, si viene ad aggiungere quell’aura di mistero che ha sempre accompagnato, nel Salento forse più che in altri luoghi, la concezione di “rettile”. Se qualsiasi animale non conosciuto è ritenuto potenzialmente pericoloso, qualsiasi rettile non conosciuto è considerato sicuramente velenoso ; nel caso specifico del Camaleonte, poi, la correlazione con il Basilisco, essere leggendario che si reputava in grado di uccidere con il solo soffio, le cose dovevano essere ritenute di ben maggiore livello, magari anche per i consigli dei vecchi “pratici” che ricordavano di aver sentito parlare da giovani di questi animali fantastici, così orridi e così infidi !
    Con la fine dei serpari salentini è forse possibile aggiungere in altro capitolo alla successione di concezioni che ha riguardato i rapporti fra Salentini e Camaleonti.

    Di tali storie - vere o supposte che siano entrambe -, ancorché avvenute non troppo addietro nel tempo, si potrebbe non sapere niente : basti pensare a quanti avvenimenti simili, e di ben maggior rilievo, sono sicuramente avvenuti in un passato più remoto, quando non si conosceva nulla della presenza del Camaleonte in Salento, né era nata la sensibilità nei riguardi di questi esseri viventi così anomali e, a detta dei più, così ripugnanti !

  4.  - una quarta fase, quella odierna, in cui la presenza della specie in Salento è stata accertata ed in cui i divulgatori di cose ambientali, non conoscendo il mito del Basilisco, si perdono dietro mille considerazioni relative alla possibilità dell’introduzione recente della specie o della fuga da terrari, mentre gli studiosi del folklore dal canto loro, non conoscendo il Camaleonte, attribuiscono il mito del Basilisco alla fervida fantasia delle genti del passato...

 

 

IL GECO DI KOTSCHY ( Cyrtodactylus kotschyi )

 

Foto n° 15 - Cyrtodactylus kotschyi ( da Wikimedia ) : si noti la grande capacità che l’animale ha di mimetizzarsi, quasi un Camaleonte in miniatura !

 

 Si tratta di una specie “minore” a tutti gli effetti : un rettile poco conosciuto e poco appariscente, sicuramente meno vistoso del Camaleonte, tanto che di esso non è rimasta traccia in alcuna tradizione popolare : il geco di Kotschy.
 Benché il suo nome scientifico attualmente riconosciuto non sia più “Cyrtodactylus”, ma Cyrtopodion, come per la Vallonea questo organismo viene qui indicato con il primo nome che gli fu attribuito, quello conferitogli dal suo scopritore, Theodor Kotschy.

 

Fig. n° 11 - Areale di distribuzione europeo del Camaleonte ( da Arnold-Burton, “Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa”, op. cit. )

Fig. n° 12 - Areale di distribuzione europeo del Geco di Kotschy ( da Arnold-Burton, “Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa”, op. cit. )

 

 Rilevai le analogie fra il Camaleonte e questo Geco analizzandone le relative cartine di distribuzione riportate dal libro di Arnold e Burton “Guida dei rettili e degli Anfibi d’Europa”, da cui sono tratte queste tavole. Con la precisazione che sono carenti : per il Camaleonte non è riportata la distribuzione nella Grecia continentale, nè in Salento, nè quella nei dintorni di Palermo - che pure rientrava nei territori della Magna Grecia - in cui la specie è anche presente, mentre per il Geco di Kotschy non è riportata la distribuzione in Albania. Per entrambe le specie la diffusione è comunque sia greca che salentina.
 Ancor oggi, a circa 2500 anni dalla supposta importazione da parte dei Greci, gli areali italici di Fragno e Vallonea da un lato, e di Camaleonte e Geco di Kotschy dall’altro, coincidono quasi perfettamente.

 

Fig. n° 13 - La distribuzione italiana del Geco di Kotschy - dal sito del Ministero dell’Ambiente. Si noti la distribuzione estremamente localizzata di questo piccolo Rettili e la si confronti tale distribuzione con quella riportata nella Fig. 3 a proposito di Fragno e Vallonea. La porzione meridionale dell’areale comprende i territori comunali di Tricase, in cui vive la Vallonea, e di Nardò, in cui vive il Fragno.

 

 E’ stupefacente rilevare fino a quale punto gli areali italiani delle tre specie coincidano : il Geco di Kotschy è presente in porzioni delle province di Matera, Taranto e Brindisi - le stesse in cui è presente il Fragno o, in alternativa, la Vallonea ! -, poi sparisce nei settori meridionali della provincia di Brindisi ( dove il Fragno non è presente ) e ricompare infine con un nucleo isolato nel basso Salento, proprio dove vive la Vallonea. Un altro nucleo isolato, ancora più piccolo, è poi presente molto significativamente nella zona di Nardò, in cui vive il Fragno....

 

Foto n° 16 - Dintorni di Matera : qui sono presenti il Fragno ed il Geco di Kotschy, e molto probabilmente era presente fin a non troppi anni fa anche la Vallonea, descritta dal Gavioli nel 1935 ( 1 ).

( 1 ) - non è del tutto da scartare la possibilità che il Gavioli possa aver visto, anziché la Vallonea, il Fragno dalla ghianda grossa, ossia la Quercus macedonica var. macrobalana, come lo stesso Gavioli la indicò.

 

 Ma questa non è una peculiarità della Terra d’Otranto : stando alle cartine di distribuzione di Vallonea e Fragno, non esiste zona al mondo, nella distribuzione di una di queste due Querce, in cui non sia presente anche il Geco di Kotschy ! Al mondo esistono zone, nell’areale di questo Geco, in cui non è presente né il Fragno né la Vallonea, ma non c’è zona, nell’areale di una di queste due Querce, in cui non esista anche il Geco di Kotschy...
 L’unica soluzione plausibile a questa strettissima correlazione è che il Geco abbia seguito le ghiande nel corso della diffusione di queste due specie quercine da parte dell’uomo.
 La maturazione delle ghiande avviene in autunno, quando il Geco di Kotschy si appresta intorpidito ad andare in letargo : non è escluso che l’animale possa avere scelto di appartarsi proprio nei sacchi usati dai Greci per il trasporto delle ghiande !

Nomenclatura del Kotschy Attuali nomenclatura e posizione sistematica
Quercus graeca Kotschyi Probabilmente estinta dopo non essere stata più riconosciuta come specie “buona” a partire dal 1936 da Aimee Antoinette Camus.
Quercus macrolepis Kotschyi Quercus ithaburensis subsp. macrolepis Hedg. & Yalth” indifferenziata
Quercus vallonea Kotschyi Quercus ithaburensis subsp macrolepis Hedg. & Yalth” indifferenziata
Quercus pyrami Kotschyi Quercus ithaburensis subsp macrolepis Hedg. & Yalth” indifferenziata
Quercus ungeri Kotschyi Quercus ithaburensis subsp. macrolepis Hedg. & Yalth” indifferenziata
Quercus look Kotschyi Quercus ithaburensis subsp. ithaburensis Hedg. & Yalth” indifferenziata
Quercus oophora Kotschyi Annessa alla Quercus brantii Lindsley
Quercus hypoleuca Kotschyi Quercus ithaburensis subsp. macrolepis Hedg. & Yalth” indifferenziata
Quercus ehrembergi Kotsch. Quercus ithaburensis subsp. macrolepis Hedg. & Yalth” indifferenziata

Tab. n° 7 - Le Querce del gruppo “Pachyphlonys”, che il Kotschy creò per comprendere le specie affini alla Vallonea, individuate e classificate dallo stesso Autore fra il 1862 ed il 1864.

 

 O forse il motivo potrebbe essere ben diverso. Il geco di Kotschy prende il nome di Theodor Kotschy, il suo classificatore, che legò il suo nome alla sistematica di numerose specie vegetali ; in particolare, all’insigne studioso spetta il merito di aver classificato per primo la Vallonea e tutta una serie di altre specie di Quercia che fece rientrare nel gruppo delle Vallonee. Oggi di alcune di tali specie non rimane niente : in un periodo in cui si privilegia la biodiversità e se ne riconoscono i valori, si è preferito ricondurre l’immensa diversità biologica individuata dal Kotschy a poco più di niente, in quanto la Vallonea “tipica” ( la Quercus macrolepis ) è stata declassata a semplice sottospecie, mentre tutte le altre Querce classificate dal Kotschy, che le descrisse minuziosamente, sono state depennate.
 Colpisce il fatto che il grande classificatore abbia legato il suo nome, insieme a quello di tante specie quercine, anche ad un piccolo Geco : potrebbe forse essere che nel corso di suo lavoro di ricerca sulle Querce, egli si sia trovato ripetutamente davanti questo piccolo animale che evidentemente a tali Querce era legato, forse perché si nutre dei parassiti di tali piante...
 Ed è forse di questo che potrebbero aver tenuto conto i Greci nell’importare, insieme alle Querce, anche il predatore naturale dei loro parassiti e dei loro agenti di malattie... in una lotta biologica ante litteram !

 

La Cynips tinctoria e la Quercus infectoria

Una eventuale giustificazione - ma questa è veramente solo un’ipotesi - della presenza del Cyrtodactylus potrebbe essere cercata nel possibile tentativo da parte dei Greci di eliminare qualche parassita delle Querce.
Il pensiero potrebbe andare ad es. alla Cynips tinctoria, che parassitizza la Quercus infectoria determinando sulla lamina fogliare di questa delle galle dalle quali si estraeva in antichità una sostanza colorante rossa.
Ora, esiste una strana “vicarianza”, forse anch’essa dovuta a cause antropiche, fra la Quercus macrolepis e la Quercus infectoria, in quanto nell’Isola di Cipro la prima è sostituita dalla seconda. È evidente che l’attacco di un parassita come la Cynips - le cui conseguenze non sono sfruttate per la produzione di una qualsiasi cosa utile - non ha nessuna utilità nella Vallonea, che non produce tali galle. Per la Vallonea ( ma anche per il Fragno ), pertanto,le conseguenze dell’attacco da parte dell’Afide si limiterebbero a quelle provocate da una qualsiasi attacco parassitario, con conseguente deperimento della crescita e della produttività in termini quantitativi o anche qualitativi. In ultima analisi, ciò porterebbe ad una minore efficienza nel fornire gli assortimenti legnosi e/o i prodotti di altro tipo che si potrebbero ritrarre.
Sulla base di tale ipotesi, l’introduzione di un organismo in grado di nutrirsi del Cinipide in questione appare più che giustificata. E, fra i possibili predatori, si potrebbe inserire appunto il Cyrtodactylus.

 

 Il discorso fatto a proposito del Cynips può essere fatto ovviamente a proposito di qualsiasi altro Insetto parassita delle Querce in questione.
 In tal modo si potrebbe giustificare l’ipotesi di un’importazione volontaria del Cyrtodactylus, avvenuta contestualmente all’importazione di una o di entrambe le specie di Quercia considerate. Il Cyrtodactylus dal canto suo, trovando alimento sufficiente nelle vicinanze di tali Querce, avrebbe continuato a vivervi “affiancato”.

 

 

P A R T E I I I

 

ESSERI VIVENTI “D’ESPORTAZIONE” - il ruolo degli antichi Romani nella distribuzione attuale di alcune specie

 Nel caso qui considerato, non si ha a che fare con organismi tipici di altri ambienti geografici, e neanche di altri habitat ecologici alieni alla nostra collocazione centro-mediterranea ed al nostro territorio nazionale ( un caso fra questi potrebbe essere quello del Camaleonte, il quale, se inteso nella sua specie tipica, il Chamaeleon chamaeleon, è presente in ambienti desertici che in Italia sono assenti ). Abbiamo invece a che fare con un organismo che vede l’Italia fra i maggiori produttori al mondo del suo prodotto tipico, un organismo bel noto nella sua caratteristica peculiare di fornire un particolare materiale.
 La specie in questione è la Sughera ( Quercus suber ), che vede nei popolamenti del Brindisino l’estremo limite orientale della sua distribuzione a livello mondiale.
 Con le premesse fatte all’inizio del paragrafo, non c’è dunque niente di strano che essa sia presente in Terra d’Otranto ?
 Tutt’altro, perché da un punto di vista ecologico una specie non è “esotica” solo quando essa proviene da ambiti geografici estranei al territorio nazionale : da un punto di vista ecologico essa può essere considerata “esotica” in un dato ambiente quando la sua diffusione interessa altre zone caratterizzate da ben altri parametri ecologici. Ed il caso della Sughera è fra questi.

 

LA SUGHERA ( Quercus suber )

 

Foto n° 17 - Sughere in territorio di Brindisi : sono evidenti, sui tronchi, i segni delle utilizzazioni effettuate per prelevare il sughero.

 

 A lungo non considerata fra le specie arboree del Brindisino, le sue caratteristiche e le sue esigenze ecologiche ne fanno una specie fra quelle che, in base alle esigenze ecologiche, potrebbero apparire le meno idonee a vegetare in Terra d’Otranto.
 Colpisce a tale proposito che essa, descritta come calciofuga ( o comunque, nei fatti, caratteristica di ambienti a substrato litologico caratterizzato dall’assenza di calcare ), sia presente con popolamenti rigogliosi in provincia di Brindisi, in cui il terreno è essenzialmente calcareo.
 È però un dato di fatto che la Sughera sia presente in territorio di Brindisi, e che vi vegeti senza problemi.

 

Foto n° 18- Sughereta brindisina : si noti come l’eliofilia della specie, consentendo un notevole afflusso di luce al suolo, permetta il rigoglio del sottobosco, costituito essenzialmente da arbusti della macchia mediterranea.

 

 Pochi sono i testi specialistici che riportano la presenza della Sughera in un territorio così orientale.
 Sarebbe stato quanto meno difficoltoso ammettere la presenza della specie, con ogni probabilità impiantata in epoca antica, in un territorio ad essa classicamente descritto come inadatto : bisognava ammettere che essa avesse “inventato” la resistenza al calcare proprio mentre era “sotto attacco” da parte dei fattori ecologici sfavorevoli !
 Forse la spiegazione sta non tanto nella possibilità che la specie abbia acquisito una nuova tolleranza, precedentemente assente, ai terreni calcarei, ma più semplicemente che l’ambiente abbia selezionato gli individui di per séinpossesso di una meno marcata intolleranza ( 2 ).Nelcorso delle generazioniè stato pertanto questoil carattere chesi è andato tramandando nella zona, al punto che le Sugheredi Brindisi possonoforse essere consideratedegli “ecotipi”particolari, ossiadegli esseri viventi in possessodi caratteristiche che adessi sono proprie nell’ambitodella specie di appartenenza.
 È un dato di fatto,inoltre, che in taleanomala distribuzione acentinaiadichilometridaipiùviciniterritoricaratterizzati dalla presenza, separati dalla Terra d’Otranto da confini di ordine fisiografico ( la catena appenninica ) decisamente invalicabili per la specie, oltre che da distanze che costituiscono una incolmabile discontinuità nella sua distribuzione, la Sughera vegeti nel Brindisino.
 E lo fa da migliaia di anni.
 Non solo : tentativi di impianto con esemplari provenienti dalle coste italiane occidentali, delle quali la specie è caratteristica, sono stati seguiti dalla morte generalizzata di tutti gli individui piantati, proprio in linea con quanto ci si aspetterebbe da una specie calciofuga.

(2) - Sarebbero stati cioè favoriti gli individui in possesso di caratteristiche e temperamenti ecologici, quale quello caratterizzato da una ridotta intolleranza nei riguardi del calcare, preesistenti nel patrimonio genetico della specie, ma relegati in un settore del genoma poco rappresentato nella specie, il cui carattere principale nei riguardi di tale tipo di substrato è quello di una marcata intolleranza.

 

Foto n° 19 - Particolare del tronco di una Sughera di Brindisi.

 

 Da ciò deriva quindi che Sughera brindisina è in possesso di caratteristiche peculiari, che ne fanno una provenienza a parte, in possesso di esigenze ben definite, che probabilmente non ha eguali in nessun’altra provenienza della stessa specie.
 Quello della è un caso ben differente da tutti gli altri precedentemente esaminati.
 Fra l’altro, non esiste al proposito alcuna teoria che miri a spiegare in quale maniera tale organismo sia potuto pervenire alla Terra d’Otranto.
 Allo stesso modo di quanto precedentemente considerato a proposito degli organismi importati da Oriente, anche in questo caso di organismi esportati “verso” Oriente valgono le stesse supposizioni, relative alla possibile autoctonia della specie nella zona, alla sua importazione effettuata ad opera di organismi dell’ambiente naturale, alla sua migrazione spontanea oppure ancora ad una sua importazione da parte dell’uomo.
 In primo luogo, la catena appenninica, qualora si supponga una sua migrazione a partire dalle zone di diffusione poste ad occidente dell’Italia, fungerebbe da ostacolo invalicabile per la specie, impedendone necessariamente l’espansione verso oriente.
 L’autoctonia della specie in territorio brindisino non si accorda con il limitato e circoscritto areale che essa occupa nel versante adriatico. Anche la peculiarità ecologica delle Sughere del Brindisino contrasta con una tale ipotesi : non si prevede una variante della specie in grado di vegetare sui terreni calcarei, ma una popolazione, una sola, che vegeta su tali terreni : quella che vive e costituisce boschi unicamente in provincia di Brindisi !
 Ancora, non esistono esseri viventi che trasportino un seme così grande come la ghianda della Sughera dall’Italia centro-occidentale fino alle coste meridionali adriatiche : non c’è alcun motivo che giustifichi un trasporto per una simile distanza ( diverse centinaia di chilometri ), ed inoltre nessuno degli organismi viventi in Italia sarebbero in grado di effettuare il trasporto di un seme così grosso per tale distanza.
 L’unica ipotesi plausibile è pertanto quella di prevedere che il trasporto della specie sia avvenuto ad opera dell’uomo, nella fattispecie dagli antichi Romani, per i quali Brindisi fu un importante porto commerciale verso Oriente. L’importanza di tale porto e la sua relativa facilità di accesso è tuttora testimoniata dalla Via Appia, che collegava Roma a Brindisi : è proprio lungo tale via che sarebbe avvenuto il trasporto della specie dagli ambienti maremmani laziali fino alle coste meridionali pugliesi.

 

Fig. n° 14 - La Via Appia, che collegava Roma con Brindisi
( da www.rome-roma.net ).

 

 A tale proposito, c’è da dire che i Romani sarebbero stati, a detta dell’opinione corrente, gli artefici della diffusione di diverse specie di interesse agroforestale, come il Castagno ( Castanea sativa ) ed il Pino domestico ( Pinus pinea ) che sarebbero stati importati dai Romani a partire dall’Asia Minore per motivi di diverso tipo, legati alla produzione di sostanze alimentari, alla produzione di legname validamente impiegabile, o ancora per la capacità di attecchire in territori particolari.
 La naturalizzazione di tali specie è evidente, al punto che il Pino domestico interessa diversi settori dei litorali italiani, mentre il Castagno dà il nome alla fascia fitoclimatica del Castanetum.

 

Foto n° 20 - La colonna romana che a Brindisi segna il termine di Via Appia.

 

 Sembrerebbe lecito ritenere che l’importazione della Sughera sia legata proprio all’attività ed alla struttura dell’antica società romana.
 Brindisi fu infatti un fiorente porto commerciale romano, ed è pertanto probabile che gli stessi Romani abbiano fruito dei servigi offerti della pianta anche in una zona come quella, caratterizzata da condizioni ecologiche così poco confacenti alle esigenze della specie.
 Senza analizzare in profondità le motivazioni che avrebbero portato i Romani ad importare questa specie nel Brindisino, mi limiterò qui ad indicare che il sughero, opportunamente sbriciolato, era un materiale idoneo per evitare la frantumazione delle anfore trasportate dalle navi nel corso dei viaggi via mare ( 3 ).

(3) - per tutte le notizie riguardanti l’uso dei prodotti della Sughera da parte degli antichi Romani ringrazio l’intuizione e la grande disponibilità di alcuni amici che hanno effettuato ricerche storiche sulla Sughera presente nel Brindisino, ricerche che hanno permesso loro di avanzare l’ipotesi della prima importazione della specie nel territorio di Brindisi ad opera dei Romani, i quali avrebbero impiegato il sughero prodotto per i motivi sopra accennati. Il risultato delle ricerche suddette, di cui sono stato portato a conoscenza, mi ha consentito di delineare il percorso storico supposto in queste pagine, oltre che fungere come primo impulso per ipotizzare il tipo di adattamento cui sarebbero andate incontro le Sughere una volta importate nei nuovi territori.

 

Foto n° 21 - porzione di tronco di Sughera mai sottoposto ad utilizzazione, riconoscibile dal “sugherone” o “sughero maschio”, dalle caratteristiche ben diverse dal sughero che viene prodotto dopo la prima decortica.

 

 A partire dal 500 a. C. circa Brundisium, in precedenza città etrusca, divenne una colonia latina ; i Romani, considerata la posizione geografica della città oltre che il porto naturale che la caratterizzava, la elessero ovviamente a città preferenziale per i traffici con i popoli del Mediterraneo Orientale.
 Ad esempio, attorno al 100-200 d.C., era fiorente l’importazione di ceramiche provenienti dalla città di Efeso, nell’attuale Turchia ; la rilevanza di tale commercio e la sua importanza nello sviluppo della civiltà dell’epoca è desumibile dall’ipotesi che i vasi e gli orci dovessero servire in gran parte a trasportare via mare l’olio d’oliva, ossia uno dei prodotti alimentari di cui da sempre i paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo sono stati grande produttori.
 Ora, tutti i traffici con l’oriente passavano, in epoca romana, dal porto di Brundisium ; da qui partivano le navi che veleggiando sulla rotta di Efeso si rifornivano di vasi, i quali, una volta importati in Italia, venivano impiegati per contenere acqua, vino ed olio, oggetto a loro volta di imponenti traffici :

<< Le legioni, le colonie, l’inurbamento dei provinciali più abbienti crearono nell’Europa occidentale e nei Balcani una vasta domanda di beni di consumo introdotti dal costume romano : vino, olio d’oliva, armi, oggetti d’arte in metallo, in ceramica fine o in vetro. Al principio del I secolo d.C. l’Italia esportava vino, olio, manufatti metallici campani (...) >>

( da “Grande Atlante Storico Mondiale”, op. cit. )

 Come si vede, le usanze delle popolazioni confinanti furono profondamente influenzate dagli usi di Roma, al punto da cambiare anche le abitudini alimentari, fatto, questo, che permette di dar conto delle entità delle esportazioni.
 Roma si caratterizzò pertanto come una grande esportatrice di prodotti alimentari come il vino e l’olio che per essere trasportati richiedevano l’impiego di anfore che, per evitare di cozzare l’una contro l’altra frantumandosi nel corso degli spostamenti, venivano con ogni probabilità inserite in sughero finemente sminuzzato.

 

Foto n° 22 - Settore di tronco interessato dalla recente asportazione del sughero.

 

 Da rilevare a questo proposito che l’importanza di tali commerci non era solamente economica, ma aveva una rilevanza pressoché assoluta, in quanto essi interessavano prodotti alimentari, ossia i beni di sussistenza, i quali giustificavano quindi ampiamente l’impiego di materiale che, come il sughero, potesse impedire la frantumazione dei contenitori in cui essi venivano riposti. Ciò rendeva pertanto molto conveniente l’impianto della specie Quercus suber in prossimità del porto di Brundisium, in cui giungevano i vasi provenienti dalle coste mediterranee orientali e da cui detti vasi ripartivano riempiti degli alimenti detti.
 Il periodo storico fino al quale detti commerci continuarono ad essere fiorenti può essere fissato al II secolo d.C., in quanto successivamente iniziò il loro declino per motivi di vera e propria concorrenza economica :

<< La Spagna divenne una forte produttrice di olio di oliva, vino e altre derrate, ivi compresa una deliziosa ( per i Romani ) pasta di pesce detta garum che veniva riposta in anfore e spedita a Roma in grandi quantità ; il garum giungeva anche in Britannia. Più tardi l’Africa settentrionale cominciò a produrre ed esportare su larga scala olio d’oliva e ceramica di pregio in tutto il bacino del Mediterraneo. Alla fine del II secolo le esportazioni italiane erano in declino, poiché vaste regioni dell’impero erano divenute autosufficienti. >>

 Non è poi del tutto fuori luogo ritenere, inoltre, che lo stesso sughero prodotto dalle sugherete di Brindisi rappresentasse esso stesso una materia prima oggetto di scambi commerciali con le altre popolazioni.
 Da quanto sopra, sembrerebbe che le prime importazioni di Sughere possano esser fatte risalire ad un periodo che andrebbe dal 500 a.C. al I sec. D.C. : è proprio nell’intervallo di questi seicento anni che apparirebbe più probabile, a parere dello scrivente, che siano avvenute l’attecchimento e la proliferazione delle Sughere di Brindisi.
 I Romani avrebbero proceduto ad importare la specie ricorrendo a plantule appositamente trasportate o, più probabilmente, a ghiande : gli accorgimenti richiesti sono in quest’ultimo caso notevolmente inferiori, e la conservabilità delle ghiande è ben maggiore rispetto alle giovani piantine, tanto più se si considera, per il loro trasporto, la necessità di un viaggio di diverse centinaia di chilometri attraverso gli Appennini, effettuato con i mezzi dell’epoca.

 

Foto n° 23 Sughere brindisine : ghiande.

 

 La maturazione delle ghiande avviene in autunno, per cui è scontato che la raccolta debba essere avvenuta in tale stagione ; considerando poi il limitato periodo di tempo in cui la ghianda conserva le proprie proprietà germinative, il loro trasporto e la successiva messa a dimora possono essere ipotizzate in un periodo di tempo abbastanza ravvicinato.
 E’ facile immaginare che a carico delle prime Sughere brindisine si sia verificata una moria generalizzata o quanto meno un deperimento della grande maggioranza delle piante, il che avrebbe permesso la sopravvivenza solo di pochi individui in grado di resistere alle nuove condizioni ambientali.
 Si tenga conto a questo proposito che la variabilità genetica delle ghiande a suo tempo importate nel Brindisino ben difficilmente potrebbe ritenersi rappresentativa di tutta la diversità della specie che, pur avendo degli ambiti preferenziali ben definiti, rivela una certa plasticità a livello di esigenze ecologiche ( senza in questo eguagliare altre specie dello stesso genere Quercus, le quali dimostrano senza alcun dubbio una più poliedrica valenza in tal senso ).
 Un punto fisso nell’ecologia della Quercus suber è rappresentato dalla sua netta preferenza per i terreni tendenti all’acido o al subacido e quella per un regime idrometeorico con precipitazioni soprattutto nel periodo estivo. Se, a tali propositi, parlo di “netta preferenza” e non di “necessità” è solo per la presenza della specie in territorio di Brindisi, in quanto tutte le altre indicazioni in tal senso sembrerebbero lasciare ben poco spazio a possibilità di adattamenti diversi per quanto riguarda i due fattori ambientali citati.
 Con queste premesse, appare ben chiaro che, fra le varie specie di alberi forestali il cui impianto potrebbe essere previsto per un territorio come quello brindisino, la Sughera apparirebbe quella meno di tante altre in possesso delle caratteristiche idonee a prosperarvi, almeno in teoria.
 I fatti, come spesso accade, sono un’altra cosa.

 

Foto n° 24 : Monumentale esemplare di Quercus morisii. La Quercus morisii, un tempo ritenuta specie a sé stante ed oggi riconosciuta come l’ibrido naturale fra Leccio e Sughera. La presenza di alberi plurisecolari di tale Quercia in alcuni boschi della provincia conferma ulteriormente l’antichità della presenza della Sughera nel Brindisino.

 

 

 Per eventuali approfondimenti dal punto di vista ecologico sulla Sughera del Brindisino rimando ai lavori “La Quercus suber a Brindisi : una presenza anomala, un’ecologia di confine”, pubblicato su Silvae n° 5 o in “All’ombra delle Sughere”, in cui l’argomento è trattato in maniera più specifica ed approfondita.

 

I N D I C E

STRANI TAXA DI TERRA D’OTRANTO

Parte I

A) - Esseri viventi in grado di giungere alle sponde opposte dell’Adriatico : la Foca monaca ( Monachus monachus )

B) - Esseri viventi non in grado di giungere sulle sponde opposte dell’Adriatico

1. L’attraversamento dell’Adriatico

2. Il ponte di collegamento

3. Il raggiungimento della sponda opposta per diffusione “circumadriatica” lungo le terre emerse

La Testuggine comune ( Testudo hermanni )

Il mito di Taras : come una terra si collega ad un’altra

Leucasia, la Sirena del Capo di Leuca

 

Parte II

ESSERI VIVENTI “D’IMPORTAZIONE” - Gli antichi “Popoli del Mare” e gli organismi alloctoni del Salento : tracce di un’importazione sconosciuta

Il Fragno ( Quercus macedonica Webb. )

La Vallonea ( Quercus macrolepis kotschyi )

Il Camaleonte ( Chamaeleon chamaeleon, Ch. spp. )

Il Geco di Kotschy ( Cyrtodactylus kotschyi )

La Cynips tintoria e la Quercus infectoria

 

Parte III

ESSERI VIVENTI “D’ESPORTAZIONE” - il ruolo degli antichi Romani nella distribuzione attuale di alcune specie

La Sughera ( Quercus suber )

 

 

B I B L I O G R A F I A

AA.VV. - “Grande Atlante Storico Mondiale” - ed. De Agostini.

Roberto BASSO, Claudio CALASSO “I rettili della Penisola Salentina” - Edizioni del Grifo, Lecce 1991.

ARNOLD - BURTON - “Guida dei rettili e degli anfibi d’Europa” - Ed. Franco Muzzio.

Giovanni BERNETTI - “Selvicoltura speciale” - ed. UTET, Torino 1995.

Sandro D’ALESSANDRO - “La Vallonea, Quercia di Chaonia” - Tipografia Editrice Salentina, Galatina 2002.

Sandro D’ALESSANDRO - “Il Camaleonte nel Salento, una realtà fra storia e leggenda

-  www.criptozoo.com.

Sandro D’ALESSANDRO - “Cyrtodactylus kotschyi - il piccolo Geco dei muretti a secco

-  www.criptozoo.com.

Sandro D’ALESSANDRO - “All’ombra delle Sughere - lo strano caso delle Sughere vegetanti nel Brindisino apre uno spiraglio sull’inaspettata variabilità degli essere viventi” -
http://pagesperso-orange.fr/initial.bipedalism/26d.htm#4 ;

-  www.criptozoo.com.

Sandro D’ALESSANDRO - “La Quercus suber a Brindisi : una presenza anomala, un’ecologia di confine” - Silvae n° 5
http://www2.corpoforestale.it/web/guest/areastampa/rivistasilvae/anno2num5.

Sandro D’ALESSANDRO - “Oriundi d’Oriente - Fauna e flora alloctone nelle estreme regioni orientali d’Italia” - Silvae n° 8
http://www2.corpoforestale.it/web/guest/areastampa/rivistasilvae/anno3num8.

Sandro D’ALESSANDRO - “Esseri viventi anomali nel Salento - analisi di una presenza” - conferenza tenuta nel corso del I Convegno di Criptozoologia in Salento - Brindisi, 19 aprile 2008.

Romano GELLINI - Botanica Forestale Vol. II - Edizioni CEDAM, Padova 1985.

Anna Rosa POTENZA - “La trama della leggenda di Leucasia, Sirena di Leuca” - Ed. Grafierre, Taurisano 2005.

Antonio ROMANO ( a cura di ) - “Riconoscere i rettili e gli anfibi d’Italia e d’Europa” - Ed. Franco Muzzio, Roma 2004.

 

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