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BIPEDIA 28-4
Il Melanismo Nei Gechi Mediterranei
DI SANDRO D’ALESSANDRO

samedi 19 novembre 2011


Oltre al Geco di Kotschy, anche il Geco comune ha la possibilità di cambiare colore fino a diventare completamente nero : tale inaspettata e finora non documentata caratteristica dell’animaletto offre lo spunto per alcune riflessioni sulla complessità del mondo che ci circonda e sull’opportunità di una sua adeguata comprensione a tutti i livelli.

Hunc ornatum mundi
nolo perdere

(Cat Stevens, “O Caritas”)

 

Foto n° 1 - Un piccolo Geco comune completamente nero in una assolata giornata estiva
( foto : Sandro D’Alessandro ).

 

 In Salento, estremo lembo orientale della penisola italiana, è documentata la presenza del Geco di Kotschy, una specie a cui la letteratura scientifica esistente sull’argomento attribuisce la possibilità di cambiare colore, che diventa più scuro nelle ore di maggiore illuminazione. Fu per questo motivo che quando, oltre tre anni fa, "scoprii" una colonia di Gechi completamente neri che aveva eletto a propria dimora le pietre sconnesse di una "pagliara" in una località salentina, pensai di essere finalmente davanti ad un gruppo di questi rari ed estremamente localizzati Gechi.

 Il Geco di Kotschy ( Cyrtodactylus kotschyi come indicato dagli antichi classificatori o, per dirla con gli ultimi autori, “Cyrtopodion” kotschyi ), ha un cui areale italiano che, oltre a comprendere la Lucania, il Tarantino e l’alto Salento, comprende anche nuclei puntiformi e ben delimitati nel basso Salento.

 Una tale “certezza” nell’individuazione esatta della specie, che non avevo né ho ancora mai visto di persona, mi derivava dal fatto che questi Gechi sono l’unica specie, fra le tre presenti nel Salento ( insieme al Geco comune ed al Geco liscio ), per la quale sia stata descritta una tale possibilità di cambiare colore.

 Mi sbagliavo, non immaginando che la multiforme complessità degli eventi naturali dovesse farmi mettere, una volta ancora, in discussione la realtà creduta nota e data per assodata.

 

Foto n° 2 - “Cyrtodactylus” Kotschyi ( fonte : Web )

 

 Come già brevemente accennato, l’erpetofauna salentina comprende tre distinte specie di Gechi appartenenti tutte all’Ordine degli Squamati ad alla famiglia dei Geconidi, ma a tre generi ben distinti : Tarentula, Hemidactylus e Cyrtodactylus ( o Cyrtopodion che dir si voglia ). Sono infatti presenti nell’estrema propaggine meridionale della Puglia, corrispondente - cosa che non è irrilevante sottolineare - a quella orientale d’Italia : il Geco comune ( Tarentola mauritanica ), il Geco verrucoso ( Hemidactylus turcicus ) ed il Geco di Kotschy. Per i primi due è vano cercare un riferimento ad una loro eventuale possibilità di cambiare colore, mentre per l’ultimo, pur nella scarsità, nella frammentarietà ed in qualche caso nella contraddittorietà delle informazioni disponibili al riguardo, è possibile rinvenire qualche accenno a tale caratteristica.

 A questa particolare specie di Geco mi ero avvicinato quasi per caso dopo aver notato le strane caratteristiche dei suoi areali distributivi e dopo aver rilevato che in essi esistono delle disgiunzioni che non si prestano ad essere superate con i mezzi di dispersione di un Rettile, caratterizzate come sono da separazioni di decine o centinaia di km di superficie liquida in un mare che volta per volta può essere l’Adriatico, lo Ionio, l’Egeo...

 Altre strane caratteristiche di questo animale sono a mio avviso meritevoli di essere sottolineate. A tale proposito, sebbene sia a livello di specie che a livello di varietà o anche, nel piccolo, a livello individuale, ogni essere vivente sia un patrimonio, oserei dire irripetibile, di informazioni, peculiarità, diversità, esistono degli organismi che davvero sembrano fatti apposta per porci interrogativi, a patto di avere la necessaria pazienza, nel considerare aspetti magari poco appariscenti ed a prima vista poco significativi, e l’altrettanto necessaria umiltà nello sceverare, da tutto ciò che la natura ci mostra giorno per giorno, il “già scritto” ed il “già detto”, il conosciuto e lo scontato.

 Ed il Geco di Kotschy ha tutte le carte in regola per porre numerosi interrogativi.

 Sulle motivazioni della presenza in territorio salentino di questo animale piccolo, poco appariscente e tutto sommato facilmente confondibile con altre specie affini ( in una parola : “insignificante”, a dispetto di tutto quanto si dice e si ripete più o meno consapevolmente sulla valorizzazione e sulla salvaguardia della biodiversità ) non mi risulta che siano mai state formulate ipotesi di alcun genere. Persino le innumerevoli pagine presenti nel Web sono estremamente avare di informazioni al riguardo.

 La stessa presenza del Geco di Kotschy in Italia fu accertata solo nel 1875 da E. Schreiber, il quale rinvenne l’animaletto nei pressi di Taranto. Si trattò con ogni probabilità di un evento ritenuto, all’epoca, non eccessivamente importante, in primo luogo per la categoria di animali - i rettili - cui appartiene il “Cyrtodactylus”, anche perché all’epoca del ritrovamento la cultura corrente non era sicuramente libera dai tanti pregiudizi che tuttora affliggono gli animali che strisciano ; inoltre, non era apprezzato il valore di determinate caratteristiche ambientali come la biodiversità, oggi ritenuta un indice della ricchezza e della complessità di un ambiente.

  Eppure, malgrado la sua “invisibilità” di vecchia data, l’animale appare estremamente interessante per tutta una serie di motivi. Ad esempio, la sua diffusione( 1 ) è per certi versi enigmatica, se si considera che la specie vive in Turchia, Grecia e svariate isole dell’una e dell’altra nazione, nonché in Salento ( nell’accezione antica della parola, meglio nota come “Terra d’Otranto”, che comprendeva, oltre al territorio del Leccese, anche quello del Brindisino con l’eccezione dei comuni di Fasano e di Cisternino - in cui pure l’animale è presente - e del Tarantino ), ed in Basilicata.

 Tutto qui ? No. Sarebbe troppo poco. Se si considerano due altri fatti che potrebbero sembrare scollegati e che invece potrebbero essere il “filo conduttore” che lega l’animale al territorio salentino e spiega nel contempo la sua strana distribuzione con presupposti ed ipotesi di carattere storiografico e naturalistico, si vede che la situazione potrebbe essere molto complessa e piena di risvolti significativi in senso anche storico e antropologico, oltre che, naturalmente, naturalistico.

 Il primo punto è che tanto il Salento quanto la Basilicata furono territori della cosiddetta “Magna Grecia”, retaggio storico confermato e ricordato dai nomi di svariati comuni del basso Salento, la cosiddetta “Grecìa salentina”, in cui i nomi dei paesi sono sovente di derivazione greca ed in cui gli anziani parlano ancora un dialetto - il griko - formato da parole appartenenti al greco arcaico. Le parole ed in alcuni casi gli stessi nomi dei paesi ( un esempio per tutti : il centro abitato di Calimera, nome che in greco vuol dire “buonasera” ) derivano spesso dalla lingua greca. Il detto “Una faccia, una razza” è ancora usato, in Grecia, per evidenziare le relazioni e le affinità che esistono fra i popoli della sponda orientale e quelli della sponda occidentale dell’Adriatico ( il popolo greco e quello italiano ), e forse in nessun’altra zona del mondo più di questa tale detto è vero.

 

Foto n° 3 - “Cyrtodactylus” kotschyi : sono evidenti le zampe, le cui dita non presentano, a differenza degli altri Gechi, cuscinetti adesivi ( fonte : Web )

 

  Un’altra caratteristica di rilievo, che nessuno sembrerebbe aver rilevato malgrado il gran parlare che si fa in questi ultimi tempi dei grandi esseri viventi che caratterizzano il Salento, come la Vallonea ( il cui esemplare di maggiori dimensioni, quello a pochi chilometri di Tricase, è assurto addirittura a simbolo della Regione Puglia ) è che il piccolo Geco di provenienza orientale condivide a livello globale i territori in cui vive con le due Querce della sezione Cerris di quest’estrema propaggine orientale dell’Italia : la Vallonea( 2 )Quercus macrolepis ) ed il Fragno ( Quercus macedonica ). Il nome scientifico qui indicato per la Vallonea è volutamente quello che nel lontano 1864 fu assegnato alla specie dello stesso ricercatore che classificò il Geco, cioè Theodor Kotschy, con buona pace delle attuali visioni che vedono la Quercia non già come una specie, bensì come la sottospecie di una Quercia che vive nel deserto del Sahara( 3 ). Esistono zone, nell’areale dell’una e dell’altra Quercia, in cui il piccolo Geco di Theodor Kotschy è assente, ma non esiste alcun territorio, nella distribuzione di questo piccolo Rettile, in cui non sia contemporaneamente presente anche la Vallonea, il Fragno o entrambe.

 Stante l’attuale specializzazione, l’approfondimento e l’estrema frammentazione delle conoscenze, una sottigliezza del genere può sfuggire ai botanici, agli zoologi e forse anche agli ecologi, ma è un dato di fatto che le cartografie dell’areale del piccolo Geco ricalchino in maniera tanto sorprendentemente ed evidentemente fedele gli areali locali dell’una o dell’altra specie quercina.

 Tale notevole caratteristica, ravvisabile nel dettaglio per le popolazioni italiane, che risultano stranamente ubicate nei posti precisi in cui esistono alberi di Vallonea o di Fragno, si ripropone su vasta scala in tutto l’areale del Geco di Kotschy.

  Ora, l’animaletto viene descritto come un organismo in grado, grazie alla velocità nei movimenti, inusuale in un Geco, di cacciare in maniera molto efficace gli insetti di cui si nutre, il che forse concorre a permettergli di mantenere le sue popolazioni in ambiti relativamente ristretti dai quali si allontana poco : non avendo grosse difficoltà a predare, esso riesce a procacciare il necessario anche all’interno di zone geograficamente delimitate, dalle quali non avverte la necessità di allontanarsi molto. E’ in questo, forse, che potrebbe essere ricercata la chiave di lettura per spiegare questa affinità con le due Querce, alberi che probabilmente, per qualche loro caratteristica comune, riescono a permettere al Geco di catturare nelle loro vicinanze gli insetti di cui esso si nutre( 4 ).

 Va considerato, a tale proposito, che Theodor Kotschy fu un botanico che legò il suo nome, fra gli altri, a molte delle specie quercine che egli avrebbe, con dovizia di particolari, inserito nel gruppo delle Vallonee, essenza quercine per le quali aveva proposto il criterio di classificazione in assoluto più complesso e strutturato. Viene da chiedersi per quale motivo l’eminente botanico abbia legato il suo nome anche alla classificazione del piccolo Geco che, al pari della Vallonea, trova nei suoi popolamenti salentini l’estremo limite occidentale della sua distribuzione a livello mondiale. Forse perché si trattava di una presenza estremamente frequente nei popolamenti di Vallonee ?

  A differenza degli altri Gechi, il geco di Kotschy è eminentemente diurno tranne che nelle giornate estiva più calde, in cui acquisisce un comportamento anche notturno ; un’altra peculiarità che lo differenzia in maniera sostanziale dagli altri Gechi italiani inoltre, risiede nelle sue dita che, prive di cuscinetti adesivi, risultano ben più simili a quelle delle ben più terragnole Lucertole. È, insomma un Geco davvero “sui generis”, che si mantiene ben distinto dagli altri Gechi, con i quali non condivide neanche l’abitudine che questi hanno di soggiornare nei pressi delle abitazioni umane( 5 ).

 

Foto n° 4 - Esemplare di “Cyrtodactylus” kotschyi in livrea nera ( fonte : Web )

 

  A ciò si aggiunge la capacità che questo Geco ha di cambiare colore. Una possibilità del genere appare condivisa nelle terre salentine con un solo altro Sauro : il Camaleonte, animale sulla cui presenza nell’estrema regione orientale italiana sono state formulate svariate ipotesi( 6 ). Per contro, però, si tratta di una caratteristica ben diversa nei suoi significati e nelle sue ricorrenze nei due Sauri considerati, in quanto il Camaleonte modifica la sua colorazione in dipendenza del colore del substrato sul quale l’animale si trova al fine di confondersi con esso, mentre il Geco di Kotschy lo fa in dipendenza della temperatura ( e molto probabilmente dell’insolazione ) alla quale l’animale è sottoposto.

 Il Geco di Kotschy, infatti, scurisce sensibilmente il suo colore fino a diventare francamente nero, indipendentemente dal colore dell’ambiente circostante. Evidentemente, questa variazione di colore può risultare, a differenza del Camaleonte, anche molto controproducente nel celarsi ad una preda o nello sfuggire ad un predatore, fatto questo che lo rende ben evidente sul colore chiaro dei muretti a secco sui quali è possibile a volte rinvenirlo. Il significato nella variazione di colore del Geco risiede probabilmente nella termofilia dell’animale, termofilia che lo porta ad essere attivo anche nelle ore più calde della giornata e che impone, per contro, una sua inattività per molti mesi all’anno, quando, cioè, le caratteristiche climatiche determinano un riscaldamento insufficiente per il suo metabolismo. Il colore nero è notoriamente quello che permette il massimo assorbimento della radiazione solare, sia luminosa che calorifica, ed è pertanto quello che consente di immagazzinare una maggiore energia. Questa termofilia del Geco di Kotschy si riflette anche nella stagionalità della sua attività notturna : a differenza degli altri Gechi, il Geco di Kotschy è un animale eminentemente diurno, divenendo notturno solo quando le notti estive sono in grado di determinare una sufficiente riscaldamento, tale da consentire all’animale di esplicare la sua attività.

 La stagionalità del Geco di Kotschy è tale che la sua attività biologica risulta fortemente condizionata dalla disponibilità di calore : l’animale limita infatti notevolmente la sua attività vitale, riducendola ai mesi centrali dei periodi di attività degli altri Gechi salentini ; nei periodi “estremi” della sua attività vitale, ossia rispettivamente quello post-invernale e quello autunnale, esso si mantiene attivo solo nelle ore più calde della giornata, mentre nei giorni più caldi, e solo in quelli, tende ad estendere l’attività anche nelle ore notturne.

 È possibile ipotizzare una serie di circostanze che tengano conto delle attitudini del Geco di Kotschy e delle sue caratteristiche nei riguardi della temperatura esterna.

 In primo luogo, l’inadeguatezza delle temperature invernali a garantirne una piena sufficienza vitale determina una riduzione dell’attività metabolica in misura maggiore rispetto agli altri Sauri, al punto da ritardare l’entrata in attività e da anticipare la fase di letargo del Geco di Kotschy. Pertanto, il fattore termico apparirebbe di primaria importanza nel garantire al Geco in questione la possibilità di esplicare in maniera appropriata le sua attività vitale.

 Un discorso che è bene sottolineare è che, come in tutti gli altri Rettili, siamo davanti ad un essere vivente a sangue freddo, non in grado cioè di assicurare al proprio organismo una temperatura costante indipendente dall’andamento termico stagionale e giornaliero. È in quest’ottica, forse, che va forse considerata la capacità del Geco di Kotschy di scurire la propria colorazione in funzione della luminosità ( e conseguentemente della temperatura ) dell’ambiente circostante.

 È possibile che sul corpo del Geco in esame siano presenti dei cromatofori in grado di determinare una risposta in tal senso allo stimolo fotosensibile, con il risultato di rendere il Geco stesso di un colore maggiormente in grado di immagazzinare i raggi solari e con essi la temperatura, al fine di poterli utilizzare per le proprie attività vitali. Il Geco di Kotschy si configurerebbe pertanto come un organismo ben più termofilo rispetto agli altri Gechi mediterranei. In questo andrebbe inserita probabilmente anche la capacità del Geco di restare in attività nelle ore notturne della sola estate, in fasce orarie il cui andamento termico in altri periodi dell’anno potrebbe forse essere insufficiente ad assicurare un ottimale metabolismo del piccolo animale.

  Il procedere di concerto dei due fattori, uno dei quali - le temperature notturne - agente di continuo e l’altro - il riscaldamento corporeo determinato dall’assorbimento di radiazioni - avente carattere residuale e con tendenza a scemare progressivamente( 7 ) fino ad annullarsi con l’avanzare della notte, determinerebbe la possibilità per il Geco di prolungare l’attività ben oltre le ore di illuminazione solare, in un periodo - quello estivo - in cui la sovrabbondanza di Insetti rende peraltro ben vantaggiosa la possibilità di restare in attività nelle ore notturne.

 In relazione a due fattori contrastanti, uno dei quali ( l’abbassamento delle temperature conseguente al tramonto del sole ) agente di continuo, mentre l’altro ( la conservazione del calore accumulato nel corso delle ore diurne grazie all’assunzione del colore scuro da parte dell’animale ) a carattere residuale e destinato ad esaurirsi in un tempo determinato, l’attività del Geco di Kotschy nelle ore notturne potrebbe essere del tutto assente o destinata ad esaurirsi in breve tempo.

 

Foto n° 5 - Un esemplare di Geco comune in livrea nera ( foto : Sandro D’Alessandro )

 

 Questi i caratteri, misconosciuti o francamente sconosciuti, del Geco di Kotschy, che credetti di individuare fra il pietrame a secco della “pagliara” salentina. A distanza di svariate osservazioni, con il passare del tempo e con la verifica delle caratteristiche esteriori di tali Gechi, verifica condotta sia sulle foto che avevo scattato che sugli animali stessi quando questi mi permettevano di avvicinarmi a distanza utile, mi resi però conto che si trattava invece del ben più diffuso Geco comune.

 La conformazione degli animali, la superficie bitorzoluta del loro corpo, il corpo appiattito anziché cilindrico, e soprattutto la presenza di cuscinetti adesivi alle dita, lasciavano pochi dubbi in proposito.

  In seguito, nei mesi e negli anni successivi, mi è capitato diverse volte di vedere che esemplari di Geco comune avevano una livrea melanica nel corso delle ore di maggiore insolazione, e non solo : come è possibile vedere nella documentazione fotografica a corredo di quest’articolo, ho documentato anche esemplari della specie con livree visibilmente diverse, benchè presenti sullo stesso muretto contemporaneamente ed a pochi cm di distanza l’uno dall’altro( 8 ) !

 

Foto n° 6 - Due esemplari di Geco comune dalla livrea visibilmente diversa, fotografati in un’assolata mattina primaverile a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro sul muro diroccato di una casa colonica ( foto : S. D’Alessandro )

 

 Quindi, anche i Gechi comuni possono cambiare colorazione, e non solo : benchè esposti alle medesime condizioni ambientali, sebbene per un periodo di tempo imprecisato e forse differente in un caso dall’altro, essi sono in grado di manifestare variazioni individuali nella colorazione.

 E’ difficile, comunque, dire quanto ciò sia dovuto ad una univoca risposta alle condizioni di illuminazione dell’ambiente e quanto invece al patrimonio ereditario che determina nel singolo animale le possibilità di cambiare colore.

 Nel primo caso la differenza evidente nella foto nella pigmentazione dei due esemplari sarebbe legata ad una differente, in termini di tempo, esposizione alle medesime condizioni ambientali ( di illuminazione ) a cui i due animali sono stati sottoposti, nel secondo sarebbe dovuta ad una differente risposta fornita da animali diversi alle medesime condizioni.

 La seconda ipotesi renderebbe conto di una insospettata complessità, nella risposta di due diversi individui della medesima specie, legata con ogni probabilità a fattori preminentemente genetici, il che permette una volta di più di sfrondare il campo da qualsiasi ipotesi relativa a forme di vita “semplici”, “inferiori”, “minori”, ecc. Nessun organismo vivente, per stessa definizione, dovrebbe poter essere considerato semplice, neanche quando la mole di informazioni che abbiamo a disposizione in proposito appare lungi dal delinearne una qualsiasi complessità.A volte, infatti si tratta solo di scoperchiare la pentola...

 

Foto n° 7 - Un esemplare di Geco comune in livrea melanica sulle pietre a secco di una “pagliara” ( foto : S. D’Alessandro )

 

 E scoperchiandole, le pentole, anche quelle che riteniamo non abbiano nulla da rivelarci, si svela una meravigliosa complessità di cui non ci si era mai accorti a causa dell’inadeguatezza dei metodi di ricerca, o della scarsa attenzione prestata a caratteristiche ritenute secondarie o di nessuna importanza, oppure ancora della disattenzione legata a franco disinteresse per fatti facilmente accessibili che la natura mette costantemente alla nostra portata.

 Anche in questo sta la ricchezza del mondo in cui viviamo.

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 Stante l’attuale completa assenza di pubblicazioni sulla materia specifica e la derivazione diretta delle osservazioni contenute in quest’articolo da quanto è stato dall’autore visto e sviluppato nelle pagine che precedono, non esiste alcuna bibliografia inerente l’argomento ; consiglio tuttavia, per approfondimenti sul tema erpetologico, e su quello specifico dei Sauri non esotici, l’oramai introvabile lavoro di Silvio Bruno “Tartarughe e Sauri d’Italia”, edito dalla Giunti nel 1986, e l’almeno altrettanto introvabile “Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa” di Edwin Arnold e John Burton, uscito per i tipi della Muzzio nel 1988.
 Di entrambi i testi si attende invano, da oltre vent’anni, una ristampa aggiornata.

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Altri lavori dello stesso autore che trattano l’argomento sono disponibili in forma cartacea o sul web alle pagine indicate di seguito.

Sandro D’ALESSANDRO - “ Il Camaleonte nel Salento : una realtà fra storia e leggenda “
http://www.criptozoo.com/it/criptozoologia/dossier/criptidi-terrestri/item/114-il-camaleonte-nel-salento-una-realt%C3%A0-tra-storia-e-leggenda

Sandro D’ALESSANDRO - “ Cyrtodactylus kotschyi - il piccolo Geco dei muretti a secco “
http://www.x-creatures.com/geco.pdf

Sandro D’ALESSANDRO - “ Strani taxa di Terra d’Otranto ”
http://cerbi.ldi5.com/article.php3 ?id_article=176

Sandro D’ALESSANDRO - “ Oriundi d’Oriente “ - articolo pubblicato su “Silvae”

- Rivista Scientifico-tecnica del Corpo forestale dello Stato - Anno III n° 8 maggio-agosto 2007
http://www3.corpoforestale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/489/UT/systemPrint

Sandro D’ALESSANDRO - “ Casi poco o per niente noti di variazione : il melanismo nel Geco comune “
http://criptozoo.com/it/risorse/contributi/item/148-casi-poco-o-per-niente-noti-di-variazione-il-melanismo-nel-geco-comune

 

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Note

 

(1) : Il testo scritto qualche anno fa da Arnold e Burton, la “Guida dei Rettili e degli Anfibi d’Europa”, libro oramai esaurito che rappresentò un vero punto di riferimento in un’epoca in cui le pubblicazioni del settore scarseggiavano, molto ben curato ed esauriente benché non eccessivamente aggiornato riguardo ad alcuni areali distributivi, a proposito della distribuzione del “Cyrtodactyluskotschyi riportava testualmente : " Balcani meridionali e orientali, isole dell’Egeo e dello Ionio. Crimea meridionale e Italia sudorientale. Anche Asia sudoccidentale. "

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(2) : Dopo aver scritto quest’articolo mi sono accorto che in realtà anche Silvio Bruno aveva notato, ben prima di me, questa singolare concordanza a livello degli areali, per quanto egli l’abbia riferita alla sola Vallonea e sembri averla circoscritta al solo territorio italiano. Nel suo “Tartarughe e Sauri d’Italia” ( ved. note bibliografiche ), egli scrive infatti testualmente che : “L’areale di Cyrtodactylus kotschyi è simile a quello della quercia vallonea ( Quercus macrolepis ), un elemento arboreo paleogenico meridionale oggi presente in Italia come supposto spontaneo nella sola zona di Tricase ( in provincia di Lecce, Puglia ) e nel bosco Selva nei dintorni di Matera”.
 Per ci fosse interessato ad ulteriori approfondimenti, in merito all’argomento specifico della concordanza degli areali e della formulazione di alcune ipotesi al riguardo, rimando a quanto riportato nel mio lavoro precedente “Strani taxa di Terra d’Otranto”, pubblicato sul numero 26 (agosto 2008) di Bipediahttp://cerbi.ldi5.com/article.php3 ?id_article=176 )

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(3) : Questa trattazione non vuole in alcun modo avere carattere enciclopedico ( per quello ci sono le enciclopedie, i testi specializzati, ecc., che chi scrive non intende in nessun modo mutuare, né plagiare, né tanto meno scopiazzare ), ma vuole rendere conto di affinità che sembrerebbero prestarsi ad essere spiegate solo tenendo conto di più fattori che possano evidenziare in modo univoco ed esauriente il perché di alcune presenze e distribuzioni. Si omette pertanto di dare qui altre indicazioni in linea con le attuali tendenze classificatorie, per le cui visioni più recenti si rimanda ai testi prima menzionati ; allo stesso modo, si rimanda ai testi sopra indicati ed alla documentazione accessibile sul Web per tutto quanto attiene ad una descrizione più dettagliata degli areali. Si precisa solo che il nome della Quercia che oggi viene considerata la specie tipica, della quale la Vallonea “macrolepis” sarebbe una semplice sottospecie, è “Quercus ithaburensis” o Quercia del Monte Tabor. Si rileva che, benché conoscesse bene la Quercus ithaburensis ( che fu fra l’altro classificata dal Decaisne nello stesso periodo in cui egli classificava la Quercus macrolepis ) ed ovviamente la stessa Quercus macrolepis, che aveva egli stesso classificato, Theodor Kotschy ne valutò i rapporti di “parentela” in maniera molto diversa.

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(4) : Confrontando le cartine di distribuzione dei popolamenti italiani del Geco di Kotschy e delle due specie quercine ci si trova davanti a delle corrispondenze che appaiono in effetti straordinariamente coincidenti, al punto da rendere plausibile ipotizzare che esista un legame ( a doppio vincolo ? ) che lega questi esseri viventi così diversi ed apparentemente così distanti sotto ogni punto di vista.

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(5) : Una spiegazione di questo diverso comportamento può essere ricercata nella sommatoria delle particolarità di questa specie, che appare peculiare al punto tale da aver plasmato le sue caratteristiche comportamentali sulla base della sua configurazione fisica. Ogni specie ha dietro di sé un mondo che non consente ai suoi appartenenti di adattarsi a quelle che sono le abitudini di altri organismi, anche se appartenenti a specie a prima vista molto affini. Non avrebbe infatti senso, nell’economia della natura, la contemporanea presenza di due specie distinte che occupano la medesima nicchia ecologica. Le differenze fra le diverse specie sono enormi e vanno dalle evidenze morfologiche, a quelle fisiologiche, etologiche, ecc., prevedendo fra l’altro un diverso numero cromosomico ed inoltre, almeno per il Regno animale, l’impossibilità di generare discendenza fertile. Agli occhi di un osservatore distratto il Geco di Kotschy potrebbe non apparire nulla di diverso rispetto ad uno dei ben più comuni Gechi che vivono in Italia, ma così non è. Il Geco di Kotschy non è un Geco comune né un Emidattilo : è un Geco di Kotschy, che forse può assomigliare esteriormente ai primi ma che possiede delle peculiarità che lo fanno unico in tutto il panorama della diversità biologica. Non ha alle dita i cuscinetti adesivi tipici degli altri Gechi e pertanto non è in grado di arrampicarsi come questi sui muri ; ha delle abitudini più prettamente diurne e quindi, a differenza delle altre specie, non si avvantaggia degli Insetti che sono attirati nel corso della notte dalle luci delle abitazioni umane ; ha una spiccata tendenza ad assumere una colorazione nera nelle ore centrali della giornata e sarebbe pertanto facilmente individuabile, con tutto ciò che ne consegue. A questo si aggiunge la sua caratteristica etologica di vivere in colonie nutrite e relativamente abbondanti, oltre che stanziali in una area ben delimitata, il che determinerebbe pertanto un’estrema facilità nella loro eradicazione da parte degli uomini, qualora questi le dovessero ritenere “pericolose”, o comunque fastidiose o sgradite alla vista.

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(6) : Un’ipotesi a tale proposito è riportata in “Oriundi d’Oriente”, pubblicato su Silvae n° 8 ( ved. note bibliografiche ), che contiene anche la cartina di distribuzione italiana del Geco di Kotschy pubblicata sul Sito del Ministero dell’Ambiente.

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(7) : Vale forse la pena di rilevare a tale proposito che il corpo del Geco di Kotschy, sebbene minuto sia nel senso della lunghezza che in quello del diametro, possiede tuttavia una sezione cilindrica, il che permette di conservare la temperatura assorbita più a lungo che se avesse forma appiattita - come ad es, il Geco comune -.

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(8) : La differenza, ben evidente nella foto, potrebbe avere diverse spiegazioni : potrebbe essere dovuta ad una differente possibilità di assumere la colorazione nera nei singoli Gechi, e pertanto risalire all’informazione contenuta nei geni, ma potrebbe essere più semplicemente dovuta ad un minore tempo d’esposizione dei due esemplari ai raggi diretti del sole.

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